L’editoriale: il gioco della guerra

di Elisa Mauro

«Che uomo strano, questo Cìcikov!», pensò Tentiètnikov.
«Che uomo strano, questo Tentiètnikov!», penso Cìcikov.

Le anime morte, Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Le guerre nascono per modificare assetti, per stabilire nuove regole, equilibri maggiormente efficienti e più brillanti economie. Quando i conflitti, nascosti sotto le sembianze di sintetica armonia, diventano statici, immobili, irremovibili, si fanno mero affare, mercato. Intorno a loro gravitano individui che si nutrono di scorie umane, e il senso di inquietudine che un conflitto genera diventa qualcosa di atavico che non solo si aggiungerà al nostro patrimonio genetico, e di quelli che verrano, ma che domerà al massimo la nostra esistenza facendola diventare, tra le altre, pallina di un flipper giocato da uno solo. Un gioco, appunto, con regole precise, basi, strategie, punteggi, eliminazione.

Esistono guerre al mondo che nascono per distruggere emozioni, gli equilibri di un giorno che nasce per un individuo semplice, che va a lavoro, che torna a casa dalla sua famiglia, che gioca a pallone, che chiama un cane Rocky, per sconvolgere il sistema che serviva a renderci sicuri, protetti, felici, quantomeno normali. Una guerra è lo specchio dell’orrore. Punti caldi di guerriglie si trovano ovunque nel mondo, anche in Europa, vicino a noi ma più spostasti verso Oriente, perché l’Occidente gode ancora di un sole tiepido nutrito dalla diplomazia acquisita nel tempo con le dovute premure delle scuole politiche principalmente a base cattolica.

Le guerre hanno un costo incalcolabile e delle radici che sembrano sempre più lontane di quelle che sono davvero. Motivi che sembravano irrisolti e che invece si trascinano nel tempo come strascichi di spose. Una cosa comune a tutte le guerre, anche quella che studiamo con più ardore: l’ultima Grande Guerra, il secondo conflitto mondiale, che ha deposto allo stesso modo vinti e vincitori, che ha reso unanimi il disprezzo per le armi e per i bombardamenti, l’odio per le differenze etniche e il ribrezzo per ogni forma di totalitarismo.

Una guerra che per Danzica, il problema principale, la sua annessione, la frustrazione della Germania sconfitta dal Primo conflitto mondiale, si scatenò come fuoco sull’alcol. Tutta l’Europa non immaginava che da quel momento, con quella singolare e apparentemente giustificabile richiesta tedesca, tutti sarebbero stati coinvolti, la vedevano una questione staccata, esterna, marginale, per questo il più delle volte la già Vecchia Signora si metteva in silenzio a guardare le mosse altrui. I piccoli occhi di Hitler, ad esempio, marciare come sanguinari guerrieri verso la vittoria trionfale: la sua battaglia contro i nemici del nazismo. Non che ci fu, la vittoria trionfale di Hitler. In effetti la Germania perse nuovamente, lo sappiamo, ma più di lei, però, perdemmo tutti noi. E l’unico vero protagonista del no al nazismo, l’armata russa, non solo non fu mai ascoltata ma non lasciò neppure il segno sulla Storia della sua grande impresa eroica, come salvare i sopravvissuti di Auschwitz.

Sembrava un gioco, una richiesta innocente. E fu una guerra che mutilò l’Europa, le sue aspirazioni, il tentativo di unione e pace. Se non ci fossero state guerre così probabilmente ci saremmo evoluti più rapidamente, avremmo avuto nuove e più sicure possibilità, senza dover pensare che le proprietà sono la cosa per cui vivere e lottare. In questa vita niente ci appartiene. Le guerre nascono per ambizioni di qualcuno che ci guida dal futuro e che, grazie alla trascorsa e attuale manciata di imbecilli guerrafondai, si accaparrerà il numero più alto di territori. E fatto questo, che parvenza avrà il mondo? Sarà di un unico colore probabilmente. Non avrà confini nazionali, un’unica costituzione, un unico diritto. E a capo ci sarà il solo testimone scampato al massacro, dotato del potere più grande. Forse è un alieno, forse è dio, forse un suo allievo. In ogni caso le guerre saranno servite a lui, alla sua espansione, al toglierci di mezzo senza sporcarsi le mani.

Attualmente nel mondo ci sono guerre di cui non conosciamo neppure l’esistenza. Nel caso ucraino, di cui leggiamo in modo tensivo da un po’ di giorni, la guerra ancora di fatto non c’è, ma si vive, aleggia, esiste per un continuo ping pong di musi digrignanti e sirene da ultimatum. «Al 12 febbraio, il numero totale di truppe russe lungo i confini dell’Ucraina, comprese quelle in Bielorussia e nei territori occupati dell’Ucraina orientale e della Crimea, è di 87 gruppi tattici, circa 147.000 militari, compreso il personale aereo e navale». Lo dichiara il Center for Defense Strategies ucraino, che riporta ancora tramite il Kyiv Independent: «Queste truppe sono dotate delle armi e dei veicoli appropriati, nonché di unità di supporto logistico e medico. Tuttavia, finora non ci sono segnali che dispongano dei rinforzi aggiuntivi necessari per un’offensiva su larga scala». L’Ucraina è minacciata ogni giorno. La Russia di Putin non ha intenzione di retrocedere, di perderla, come quella Danzica di hitleriana memoria. Inghilterra, Francia, Germania, Italia sono ancora dalla stessa parte, vogliono la pace, pubblicamente dichiarano che le cose possono andare meglio di come appaiono, che si può ragionare ancora.

EPA/SERGEY DOLZHENKO

Ma la sovranità di stati autonomi è confinata all’interno di un’etica europea che trascende ogni barlume di diplomazia. Volete la guerra? E guerra sia. Impugnate fucili, mitraglie, bombe e scoppiatele contro chi avanza e pretende di possedere proprietà che non gli appartengono più, il nemico, il colpevole, l’usurpatore. Certo, i bimbi non si dovrebbero intromettere in queste litigiosità da adulti. Non dovrebbero neppure conoscere le armi, la loro consistenza, il peso, il male che possono provocare. Invece, sono lì a sorridere, nel 2022, imbracciandole a favore di obiettivo, come soldati in miniatura pronti a combattere, o a giocare una partita, immaginata come tante altre, dove nessuno è a perdere, nessuno a morire, dove si gioca e basta, chi finge di sparare per primo vince, chi cade per terra si rialza, anche se tra le lacrime, proprio come un bimbo qualsiasi alla fine di un gioco divertente.

Nota a margine: Il Battaglione Azov

A luglio 2017 il canale americano NBC trasmette un documentario su colonie per ragazze e ragazzi tra i 9 e i 17 anni create dal Battaglione Azov, un gruppo di neofascisti ucraino, per imbastire loro la conoscenza delle armi e della guerra.

Fondato nel 2014 il corpo paramilitare si richiama al nazionalismo di destra così come tramandato dal terrorista Stepan Bandera che durante la seconda guerra mondiale collaborò attivamente con i nazisti tedeschi per combattere contro i sovietici in Ucraina. Tra lezioni sulla disciplina nazionale e addestramenti e allenamenti fisici su campi allestiti a guerra, come fosse un gioco di ruolo, la colonia di AZOV erudisce per davvero i nuovi nazionalisti (nazisti) ucraini, li sprona a combattere il nemico russo, li istiga all’odio.

«Dal novembre 2014, il Battaglione AZOV è stato integrato dal governo di Petro Poroshenko nella Guardia Nazionale e combatte contro le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk a fianco dell’esercito ucraino regolare. Amnesty International nel 2016 ha inserito l’AZOV tra le formazioni armate che non rispettano i diritti umani dei prigionieri. In un rapporto pubblicato dalla ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani si afferma che il battaglione «commette regolarmente crimini di guerra: saccheggio, pestaggio di civili, tortura, violenza sessuale».

Nei campi di addestramento dell’AZOV ci si sveglia alle 3 del mattino: si inizia la giornata con una frugale colazione e canti nazionalisti. In un’intervista rilasciata al New York Times una giovanissima recluta afferma: «Dopo gli esercizi fisici del mattino si può scegliere gli approfondimenti a cui partecipare: la storia, la medicina o la preparazione tattica. Se si sceglie quest’ultima si impara ad avere confidenza con le armi e impariamo come montarle e smontarle rapidamente».

All’interno di questi seminari politici basati sul negazionismo ai ragazzi ucraini frequentanti s’insegna che la rivoluzione russa è stata un congiura di ebrei al servizio dei tedeschi e la liberazione del paese dai nazisti una nuova invasione da parte del nemico russo. Forse un giorno, quando tutto sarà passato, sapremo che la storia è andata diversamente da come l’abbiamo vissuta, letta, vista, capita. Forse un giorno scopriremo che in quei campi di addestramento per minori c’erano solo bambini che giocavano a ruoli inauditi e fantasiosi, e non futuri soldati allenati all’odio e alla morte. Forse capiremo che la ragione è la virtù che sta nel mezzo e che – se davvero ha ragione – è bene che faccia il suo dovere a favore del buon senso, del vivere comune e della pace. Per chiunque ancora, ma soprattutto per loro.

Font: Amnesty Intenational | Dirittiumani.org | Osservatorio Balcani e Caucaso

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