I servizi di Elio

di Elisa Mauro

Le sberle di suo padre non facevano così male quanto invece quelle di sua madre. Le dite tozze e i calli da operaio provocavano un dolore acuto, stordente, che tutto sommato attutiva anche il bruciore. I ceffoni di sua madre, no, quelli sembravano strumenti di tortura e quando partivano uscivano già le lacrime prima di sentire persino il rumore del contatto tra due corpi che ormai non si sfioravano, se non per darle o per riceverle. Le dita, come quelle di ogni donnina dalla costituzione apparentemente fragile, erano strette e ossute, e ogni volta che partiva la punizione, la guancia si lacerava come trafitta da pezzi di vetro. Il bruciore, solo bruciore, tremendo bruciore, non finiva mai. Ed era peggio del dolore, era peggio di qualsiasi altra cosa.

«Elioooo – gridava sua madre la mattina dall’altra parte della casa per svegliarlo – Scendi subito».

Elio scendeva in fretta ma dal ceffone della sera prima sembrava non essersi ripreso. Giorno dopo giorno maturava un senso di inadeguatezza per il posto in cui viveva. Non lo percepiva più tanto sicuro. Sarebbe andato via. Ecco. Ma dove? Dove può andare un ragazzo di dodici anni senza neanche un soldo e con evidenti difficoltà di concentrazione? Eppure se avesse potuto avrebbe preso quel suo corpo robusto, beffeggiato da tutti i suoi compagni, e lo avrebbe scaraventato fuori dalla finestra, come nei film, per farlo atterrare dolcemente sui cespugli di bouganville di sua madre e sarebbe scappato tanto più veloce possibile, sì sì, proprio come nei film.

Ma Elio aveva anche paura di andar via. Come si poteva lasciare quel letto caldo in cambio del chissàcosa? E il cibo? Meglio restare, si disse.

«Forza, muoviti – gli fece sua madre con il ghigno di chi ha passato un’altra brutta notte senza amore – porta fuori l’immondizia, poi vai a comprare il latte, e fermati dalla signora Melnik, dille che stasera non potrò esserci all’assemblea, dille che ho la schiena spezzata in due, che mi fa male da morire, poi, quando sarai tornato, ricordati di innaffiare la pianta di bouganville. Adesso, vai, muoviti, forza» – e senza neanche salutarlo gli mostrò le sua gracili spalle.

Elio si mise la giacca in jeans che gli piaceva tanto. Si divincolò come in una lotta perché la sua stazza era notevole e la giacca sembrava di una o due taglie più piccole ma alla fine ci riuscì. Lo considerava, quello di infilarsi la giacca, un vero e proprio esercizio fisico, tanto quanto andare in palestra. Lo faceva sudare e questo gli bastava per giustificare qualche bis di pietanza.

Lasciò chiudere la porta dietro di sé. Avrebbe camminato i chilometri, quel giorno si sentiva carico, nonostante la guancia ogni tanto pulsasse ancora, dopo il ceffone di sua madre. Bastava non pensarci. Non ricordava neppure il motivo per cui si era così tanto inferocita. Ormai lo faceva sempre più spesso.

Camminò il tempo di una canzone, poi due, tre, fino a tutto A Hard Day’s Night dei Beatles. Oh, se gli piaceva la musica. Si sentiva nato per quella. Avrebbe cantato sempre, tutto il giorno. La musica lo rendeva diverso, lo faceva atterrare su un mondo migliore. Ma non c’era modo di spiegarlo, nessuno lo avrebbe capito.

Oltrepassò il quartiere, poi anche il successivo. Le case per una strana attitudine diventavamo senza colori. Le piante, che in genere da quelle parti abbellivano le corti o i piccoli giardini che davano alla strada, sembravano spente. Elio si strofinò gli occhi. Perché non c’erano più colori? Più si allontanava più intorno la natura sembrava appassire. Poi si accorse del fumo. L’aria da respirare si faceva acre, insopportabile. Tossì una, due volte.

Percorrendo quella strada che conosceva bene e che oggi lo faceva per la prima volta in vita sua, decise di andare avanti ancora un po’. Si ricordò d’un tratto che da quelle parti, in quella zona, oltre al confine che aveva superato senza accorgersene, c’era qualcosa di importante che non ricordava, dannata concentrazione, eppure i suoi ne parlavano spesso e anche a scuola le maestre. Ma niente, Elio non ha mai saputo concentrarsi. La mamma gli aveva assegnato incarichi precisi. E per evitare che li dimenticasse lo aveva ammonito di tenere stretto il foglio con l’elenco delle cose da fare.

Buttare l’immondizia. Arrivò al punto. Intorno non c’era niente. Solo macerie, polvere, fumo. Le case erano spezzate in due, affacci reali da cui poter immaginare storie di famiglie che siedono intorno a un tavolo, che studiano, che guardano il tv, che puliscono, che si lavano, che s’incazzano.

Elio forse non aveva grande concentrazione ma dio se aveva l’immaginazione, tutta quella che gli serviva per sentirsi ogni giorno diverso. Aveva ancora tra le mani il sacchetto dell’immondizia. Lo lanciò facendolo volare in un anfratto. Nessuno se ne sarebbe accorto. Eppure un cane zoppicante che si aggirava tra i detriti vi affondò il muso in un batter di baleno.

Il latte. Bisogna prendere il latte. Una casa di fronte aveva un pezzo di cucina ancora intatto. Chiese permesso, perché Elio, lo dicevano tutti, era un ragazzo ben educato. Entro lì dove non c’era più porta e si avvicinò fischiettando alla cucina. Trovò un pensile che sembrava reggersi per magia su un muro in frantumi sul quale poggiavano qualche scatoletta di cibo, una confezione di zucchero ormai aperta da cui fuoruscivano fili di dolce polvere perlata. Elio si mise di sotto, aprì la bocca e li fece atterrare dentro di sé. Soddisfatto per la merenda, si rimise a cercare. Ecco, finalmente. Il latte. Ne prese due, tre confezioni: tutto quello che si poteva prendere. Poi andò via da lì. La struttura sembrava traballare e il pezzo di soffitto ancora intatto, appena uscito, cadde subito giù. Continuò a fischiettare come fosse stata una bella occasione, quella di non perdere la vita.

Che altro? Ah, la signora Melnik. Casa era da quelle parti. Lo ricordava bene, perché ci era nato. La signora Melnik era la più grande amica di sua madre. Insieme a lei aveva creato un’associazione di donne operaie e ogni due settimane tenevano la loro assemblea in cui parlavano di dignità, turnazioni, femminismo, torte alle arance e cose così.

Eccola, la signora Melnik. Era riversa per terra, una metà. Poco più avanti riconobbe l’altra parte del busto con le gambe che indossavano ancora i collant. il suo volto era irriconoscibile, i capelli seppur bruciacchiati avevano mantenuto quell’aranciato diventato con gli anni ormai fluorescente. «Salve, Signora Melnik. La mamma dice che non potrà venire all’assemblea. Ha la schiena spezzata e le fa male da morire». Elio si congedò, si guardò ancora intorno. Ma cominciavano a bruciargli anche gli occhi. Così decise di fare ritorno.

Ormai il tramonto sopraggiungeva. La madre si sarebbe presto infuriata, ma mancava ancora qualcosa da fare. Estrasse il foglio dalla tasca. Lesse: innaffiare le buganvillee. Cominciò a camminare ma immaginava di correre veloce come i supereroi nei film. I colori tornavano a invadergli la vista. Si ritrovò in un attimo a casa. Il suo giardino. Le buganvillee. Si abbassò la cerniera e comincio a pisciarci sopra come fosse un idrante senza perdersi neppure un ramo. Poi si guardò attorno e aprì la porta di casa. Posò il latte sul tavolo in cucina dov’era sua madre ad aspettarlo, le disse tutto d’un fiato: «Anche la signora Melnik non ci sarà oggi. Ha la schiena spezzata anche lei. Le fa male. Da morire».

«Hai innaffiato le piante?».

Fece un cenno di assenso con la testa e si volatilizzò in camera sua ripensando a quella parola di cui tutti parlavano a casa e in classe, che distruggeva le case e spezzava in due le signore Melnik ma poco dopo si addormentò con una pace sul volto che sembrava sognare, come non faceva da anni, e senza mai ricordare la parola guerra.


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