La nuova notte

di Elisa Mauro

La notte serviva per scambiarsi i colori che avevano addosso, da nudi, anche se non li vedevano. Erano le stelle a illuminarli di bianco, e il bianco era splendente, lucido, perlato. E si faceva cobalto e si faceva vinaccia quando e come gli pareva.

Se le cose si mettevano male per Vito era come ricevere secchiate di fango in faccia pronte a togliergli il respiro. Il tempo di tremare, affannarsi, piangere, scaricare, poi tutto passava all’istante prima di come era diventato. Era la notte di Vito quella. La notte nuova, la chiamava.

Antonio la chiamava ansia, invece. Per Vito era vivere comune che si rinnovava ogni notte. E vivere in quel modo non era mai stato facile. Comodo, questo sì. Due gatti panciuti, la sostanziosa pensione di reversibilità, una casa di poca cosa, ricevuta come unico lascito della sua mamma malata di memoria, e la memoria, la sua, ferma al bacio con Rebecca, alla prima volta con Teresa, alle carezze di Santa e alle sberle di Cecilia. Vito non aveva altro, se non la sua ansia, che di notte lo assaliva come uno squalo con la sua preda.

Fortunatamente tutto accadeva di notte. Cosa c’è di meglio della notte?, gli chiedeva con la linea più lunga degli occhi che giorno dopo giorno scendeva sempre più giù.

C’è il giorno, maledetto a te, rispondeva Antonio isterico, ammorbato dal suo sonno.

Sì, ma lasciami sempre la notte. Sembra una bambina di cui prendersi cura.

Tu non sapresti prenderti cura neppure di te stesso, ribatteva Antonio stendendo i piedi lungo le coperte e lasciandosi alle spalle la figura intenerita di Vito.

No, in effetti. Hai ragione. Lo diceva anche mia madre. Tu e mia madre avete sempre ragione.

Vito suonava il pianoforte. Di notte gli piaceva suonare la musica migliore, quella che nasceva da una lite, da un ricordo, da un dolore. A Vito piaceva la vita, sebbene l’anima gli provocasse tutto quel frastuono. Di notte.

Quando sopraggiungeva quello stato cavalcante e impetuoso Vito non ricordava più le note, per quanto si sforzasse di tenerle a bada in quella testa manomessa per poterle utilizzare ogni volta che si sentiva giù. In quei momenti era più solo, silenzioso, e questo non placava l’abitazione che gli tremava dentro come dopo un terremoto sopraggiungendo con la stessa finta inoffensività. Erano le notti, quelle, in cui si sentiva libero, e si sentiva libero anche Antonio, che era il più severo, anche se doveva stargli accanto come si fa con chi non sa vedere. Come un cieco, un cane che non conosce la strada. Così Antonio era presto diventato il serraglio di chi sa servirsi della notte per guardare oltre la luce del sole.

La notte serviva a pulirsi. Di giorno ci fanno le strade sporche, i ragazzi sono tutti che urlano, le bestie non le tengono a cuccia, le portano a pisciare sulle aiuole e sui cerchioni delle macchine e delle moto altrui coi cappucci neri per non farsi riconoscere. Che vita è quella di giorno? Le suore vanno al mercato e le altre sono affaccendate, sudate, già stanche. Tirano giù le gonne rimpicciolite dai lavaggi asciutti, si danno gli schiaffi sulla faccia struccata per potersi svegliare: sono le più sagge, quelle che hanno imparato a menarsi da sole. Chi fuma sigarette per darsi un tono, e i ragazzi che continuano instancabili a urlare. Il giorno li sveglia tutti i cadaveri di notte. Li tiene in piedi e li costringe a camminare nel mezzo delle altre vite. Gli operai, i rumori, i tiranni svegliati a comandare. Ah no, tienitelo pure tutto il giorno. Cosa dovrei farci io con quello? Qui ho i colori tutti insieme e ho te che mi vuoi bene.

Togli quelle mani, sai che odio certe femminerìe, fece Antonio schiaffeggiandolo e tirandosi ancora più lontano da lui. Ma il letto ero lo stesso e non si allungava più di tanto.

Senti. Sta piovendo. Vito sorrideva e guardava su il soffitto che rumoreggiava come se con gli occhi si potesse vedere com’è fatto il rumore.

Anzi, ti dirò di più, domami me ne vado, ringhiò Antonio sempre più incazzato.

Ah sì, e dove vai di bello?

Torno da Concetta. Ché lei sa far l’amore.

Senti. Piove ancora più forte.

Non certo come te.

Domani troveremo i pomodori grandi come angurie.

Non so proprio cosa farmene di te.

Che dici se piantassimo anche i ravanelli?

Sono stufo di te, mi hai capito? Mi rovini le notti, tu, la tua stupida ansia.

E la vigna? E se mettessimo anche la vigna? Solo cinque filari di uva bianca.

Meglio tornare sulla strada che vivere una notte in più con te.

C’è sempre bisogno di buon vino in fondo.

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