Zadie Smith, Denti Bianchi e le nostre fragili identità

Qualsiasi cosa non appartenga al linguaggio è interessante per uno scrittore. Molti scrittori sono ossessionati dalla musica. La danza per me è questo, un linguaggio che sfugge al linguaggio.

Zadie Smith 

«Mai frequentato una scuola di scrittura creativa in vita mia. Il più delle volte sono dei gruppi di supporto per quelle persone che credono che scrivere sia terapeutico. Scrivere è l’esatto opposto della terapia». Lo sostiene con fermezza Zadie Smith, scrittrice e saggista britannica di raffinato talento che tra le poche, e forse anche per questo, bellissime opere consegna per primo, ancora in fasce, ai lettori il suo capolavoro Denti Bianchi. 

Emblematico fu il caso di questo romanzo. Zadie Smith è poco più che adolescente, ha qualcosa come vent’anni o su di lì, studia letteratura inglese al King’s College di Cambridge. Sa fare molte cose. È poliedrica, le dicono. Ama il tip tap, vorrebbe danzare nei musical ma da giornalista realizza articoli che fanno parlare, che evocano spettri antichi carichi di humor e sagacia, come non se ne vedevano circolare da tempo. Legge Kafka, si appassiona a Nabokov ma è con Edward Morgan Forster che trova l’amore per la scrittura. 

Solo leggere può insegnarci a scrivere. E Zadie, all’anagrafe Sadie, come voleva mamma di origine giamaicana, legge moltissimo, notte e giorno. Studia, pensa di aver compreso quale sarà la sua strada ancora prima di vederla. Un editore – succede solo in Inghilterra e in qualche Eldorado lontano da qui – come quei manager che ascoltano per caso un artista di strada e lo producono facendolo diventare una star, legge i suoi racconti pubblicati sulla rivista universitaria.

Passano pochi giorni e Zadie è contattata da quella che sarà la sua casa di rappresentanza ufficiale. Il contratto è tra le mani, ma adesso occorre scrivere. L’idea c’è, il talento anche. «Denti bianchi all’inizio era un racconto di venti pagine che si è espanso naturalmente» – ha dichiarato. Le pagine sono bianche, come quei denti di cui vuole scrivere e così, mano mano, giorno dopo giorno, anche loro si macchiano di storie, di realismo isterico, come dirà il famoso critico letterario James Wood, coniando uno dei termini più riusciti in ambito letterario per descrivere una scrittura rivolta a individualità compulsive, a passaggi e digressioni che si trasformano da contesti calmi e pacati al caos. 

Quella di Denti Bianchi è la storia che appartiene al mondo di oggi, contemporaneo s’intende. La società è convulsa. E tutti guardano all’integrazione di immigrati ancora come un puntino lontano nel cielo senza affondarne dentro gli artigli e rimuovere le incrostazioni peggiori che lasciano vagare ancora individui sradicati dalle proprie origini in un confine, una linea di mezzo che non appartiene a nessuno, neanche a se stessi. Per Smith, come si capisce bene dai suoi romanzi, l’appartenenza è solo una congettura, uno scherzo del destino. Ne deriva da questo un’identità fragilizzata.

Zadie Smith è una delle scrittrici contemporanee più stimate. Nel suo stile convogliano elementi di unicità, perle di incommensurabile fattura, il tutto condito da un’abilità che richiama i grandi maestri e le grandi maestre dello scrivere. In Denti bianchi, storia di due amici Archie, di origini inglesi e Samad, bengalese e musulmano praticante e delle loro rispettive vite/non-vite. Londra è ciò che li accomuna prima di tutto, un territorio spurio, fatto di nazionalità, lingue, accenti così diversi da sembrare una Babele. 

Discutevano su idee che Archie non capiva a pieno, e nelle fresche serata Samad rivelò segreti che non erano mai stati raccontati ad alta voce. Fra loro passavano lunghi silenzi confortevoli, simili a quelli delle donne che si conoscono da anni. Guardavano le stelle che illuminavano un paese sconosciuto, ma nessuno dei due si aggrappava in particolar modo al ricordo di casa. In breve, era esattamente il tipo di amicizia che un inglese stringe durante una vacanza. Un’amicizia che supera le classi e il colore della pelle, un’amicizia che ha come base la vicinanza fisica e sopravvive perché l’inglese presume che quella vicinanza fisica non durerà.

Zadie ha appena compiuto 25 anni e nel 2020 con l’uscita di questo libro si appresta a diventare una delle scrittrici più famose al  mondo. E il mondo è così simile a quello che racconta lei con le due famiglie che tra i paradossi di una società fintamente accogliente e fortemente pretenziosa gli inglesi Jones e i bengalesi Iqba ormai si conoscono dai tempi della guerra e difficilmente riusciranno a fare a meno gli uni degli altri.

 Non c’è niente da dire. Quello che ho rimandato a casa diventa un inglese pukka, uno stupido avvocato con la parrucca e vestito di bianco. Quello che ho tenuto qui è un terrorista fondamentalista convinto, con il farfallino verde. […] In questi giorni ho la sensazione che quando si entra in questo paese si fa un patto con il diavolo. Si consegna il passaporto, si riceve un timbro, si vuole guadagnare qualcosa, si comincia… ma allo stesso tempo di vuole tornare indietro! E chi vorrebbe mai restare? Freddo, umido, miseria; cibo orribile, giornali spaventosi… e chi vorrebbe mai restare? In un posto dove non si è mai benaccetti, ma solo tollerati. Appena tollerati.[…] Ma si è stretto un patto con il diavolo… ti trascina dentro e all’improvviso non sei più adatto al ritorno, i tuoi figli diventano irriconoscibili, non appartieni più a nessun posto. 

La cosa più sensazionale di questo romanzo, e in parte di tutti quelli che verranno scritti da Zadie Smith, è lo humor incontrastato, il sarcasmo spietato e ruvido che tinteggia di fluorescente l’equilibrio quasi ossessivo delle strutture narrative. 

Più che sull’integrazione, come sostenuto da molti, Denti Bianchi è un romanzo che ruota intorno alla ricerca spasmodica del sé, di un’identità crogiolo di tutte quelle con cui si entra in contatto in una vita intera. Il primo romanzo di Zadie Smith, il suo vero capolavoro, è un’avventura neorealistica che parla le voci di chiunque abbia voglia di dire qualcosa e di chi vuole ascoltare.  

Se la religione è l’oppio dei popoli, la tradizione è un analgesico ancora più sinistro, semplicemente perché di rado appare sinistro. 

[Redazione]

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