Intervista a Cristiano Godano (Marlene Kuntz): il nuovo album tra Eugenio, Nick e Greta

di Elisa Mauro

Musicisti e poeti senza tempo, lirici e precisi. Il suono d’avanguardia e le parole ricercate dei Marlene Kuntz, sin dalle origini, hanno scandito la loro ascesa fino a personificazione del nostro rock. Dall’album di esordio Catartica (Consorzio Produttori Indipendenti) del 1994 e con Il vile, Ho ucciso paranoia e altre successive pietre miliari (capolavori come Che cosa vedi, Senza Peso, Bianco Sporco, Uno, Ricoveri virtuali e Sexy solitudini, Nella tua luce) fino a Lunga attesa, abbiamo imparato ad ascoltare oltre il loro stesso sound, oltre la complessità di alcune strutture di puro cantautorato per amare una poetica volutamente diversa.

Marlene Kuntz

Marlene Kuntz sono ancora a capo di un cambiamento musicale che si è incastrato negli anni novanta e che anche in questi, tra sessioni comuni e in solitaria, li è proprio. Adesso, con un nuovo album, di cui non conosciamo ancora il titolo, la band originaria di Cuneo allestisce un progetto intitolato Karma Clima che si compie volutamente per mezzo di costanti intercessioni tra arte e mondo reale. 

Ci avevano già coccolati con insidemarlene.com, il sito che ha narrato storie e approfondimenti periodici fino all’avvento del sesto album Bianco Sporco del 2005. Con Karma Clima i Marlene registrano il loro undicesimo album in tre tappe, tre borghi montani nel cuneese che hanno mantenuto con la verità umana e la salubrità ambientale il loro carattere più compiuto. 

A contatto con i fan e con gli abitanti del luogo, Karma Clima vanta infatti le live experiences di questi incredibili laboratori culturali e musicali. 

Per parlare del nuovo lavoro abbiamo incontrato Cristiano Godano, frontman del gruppo noise rock che ha fatto delle parole erudite e della musica sperimentale il suo più potente cavallo di battaglia.

Partiamo da Karma Clima, Cristiano. Siete giunti dalla prima tappa a Ostana, passando da Piozzo, per approdare da pochi giorni alla terza e ultima di questo progetto, Paraloup. Avete deciso di registrare il vostro undicesimo album a contatto diretto con chi è nato in quei luoghi, insieme ai vostri fan provenienti da tutta Italia. Cosa può aggiungere la gente, gli altri, al prossimo attesissimo album dei Marlene Kuntz

Cristiano: Ci dà energia. Insieme a tante altre cose che accadono, insieme ai luoghi che ci contaminano. Noi abbiamo manifestamente dichiarato di voler cercare l’incontro, la partecipazione e questo sta accadendo, anche perché fa parte del manifesto programmatico di questo lavoro. E siccome stiamo ottenendo il risultato sperato, per noi è un’energia in più, suppletiva.

È iniziata la sesta settimana, e l’energia è ancora viva. Stiamo tenendo, c’è tanta voglia, lo percepiamo. Avevamo molto bisogno di questa atmosfera. L’undicesimo disco è un traguardo importante per la nostra carriera. Si tratta di trovare motivi validi per provare anche a innovarsi. Le musiche che stiamo realizzando sono sintomatiche di questo. Lo percepiamo. Sono canzoni che così non abbiamo mai suonato prima: dopo dieci dischi i Marlene sono lì che provano ad andare ancora verso un’altra direzione. 

È bello per noi immaginarvi in questa vostra continua voglia di ricerca. 

Cristiano: Sì, lo è anche per noi. 

Photo: Michele Piazza

Karma Clima è di fatto un trittico di sessioni live di musica inedita che vi vede nomadi in terra natia. Piccoli borghi montani, Ostana, PiozzoBaladin e Paraloup, che avete scelto per registrare il vostro album e che sono ricchi di umanità e di vero. Percepiamo un bisogno di rientrare dove tutto è partito, come si fa coi rifugi del cuore, come si fa con la sottana di una madre. È così?

Cristiano: Forse. Non ne sono assolutamente consapevole. Ma potrebbe essere così, proprio come questa cosa che hai descritto bene dei luoghi natii, anche se sono nato in pianura, a cinquanta chilometri dalla montagna.

Il nostro progetto è connesso piuttosto con la tematica che di questi tempi ha le sue urgenze ed è quanto mai contemporanea, cioè il cambiamento climatico. La pandemia stessa l’ha un po’ scoperchiata, questa cosa, essendo stata in grado di far comprendere l’opportunità dello smart working, ad esempio, che ha permesso, tra i vantaggi, di evitare lunghi ed estenuanti tragitti molto mortificanti fatti di code, di attese, di perdite di tempo prezioso. Molte persone sono state indotte a ragionare su questo, sull’opportunità di stare nei luoghi di origine e prediligere spostamenti nell’altro senso, dove la natura invece mantiene ancora le sembianze di un luogo florido, meno aggredito dall’urbanizzazione sconsiderata e dall’inquinamento atmosferico. 

Quindi la sottana in questione è quella di Madre Natura?

Cristiano: Sì. Parlare di riscaldamento climatico, oltre alle implicazioni etiche, civiche e politiche, ci permettere di includere la natura nei nostri testi. E la natura è ricca di stimoli poetici, intellettuali, riflessivi. La grande arte della natura si è sempre occupata di descrivere la bellezza, dalle nominazioni alle descrizioni. Il grande letterato conosce la natura, la nomina, la rappresenta, la descrive. E questo è quello che abbiamo l’opportunità di fare con Karma Clima. 

Cosa cambia in questi luoghi? 

Cristiano: Andando in montagna, mettendosi in contatto con l’aria pura, o semplicemente confrontandosi anche solo in maniera istintiva e non consapevole con questa salubrità, si comincia a ragionare su cosa accade nelle aree urbane e ad acquisire aneliti di critica anche in tal senso. Ed è per questo che abbiamo approfondito il tema del cambiamento climatico, della natura, che poi è il vero concept di questo disco.

Qual è il compito di questo lavoro? 

Cristiano: È quello di raccontare attraverso i testi delle canzoni una serie di cose che devono essere dette in modo preciso, che non può essere né allegro né spensierato, perché il cambiamento climatico è preoccupante. L’obiettivo è favorire delle riflessioni. Forse è questa in definitiva la cosa importante, a parte fare buona musica, che è il nostro compito principale.

Sentiamo che con questo album abbiamo l’opportunità, non certo l’obbligo, di affrontare quanto ci è più a cuore in questo momento, data anche la deriva negativa che sta prendendo il solo discuterne, doversi schierare da una parte o da un’altra, come se esistessero due fazioni contrapposte: a favore e contro l’ambiente.

So che è un termine immaginifico ormai, che vuol dir tutto e il suo contrario, ma siete, di fatto, artisti impegnati. Impegnati nel sociale e nel dibattito umanitario, non vi stancate di difendere valori universali e di rappresentare pubblicamente messaggi di pace e di giustizia.

Cristiano: Sì, tutto questo è impegno civico, ma anche e soprattutto un’opportunità artistica. Il nostro impegno non è un obbligo, ribadisco, ma abbiamo la possibilità di parlare di ciò che ci sta a cuore. 

In questo caso, con Karma Clima, il discorso è a favore dell’ambiente che è un po’ il bimbo da difendere contro le angherie dei bulli del sistema-mondo, quindi. Cosa vi sentite di dire ai giovanissimi a capo di questo cambiamento? 

Cristiano: Ho grande fiducia nei giovani e penso che sia una cosa giusta, naturale che si ribellino. I giovani hanno paura, e hanno ragione. Non tutti lo fanno, di certo quelli che si stanno facendo catturare da quella che per me è la visione giusta delle cose, quindi impegnandosi a pensare al loro stesso futuro, anziché pensare unicamente al divertimento. Il giovane ha bisogno anche di quello, ma il ragazzo che ha un cervello più complesso e maturo, oltre a divertirsi si preoccupa e si interessa di ciò che accade. Quel tipo di giovani è preoccupato, è incazzato. 

Greta, ad esempio, per me è un’eroina perché sta facendo qualcosa di vitale. Mi indigno quando vedo quelli che la prendono in giro perché mi sembrano gli stolti a cui indichi la luna e continuano e a guardare il dito, in maniera beota, teleguidata dalla contro-narrazione che ha tutti gli interessi a persuadere la popolazione per ovvie ragioni economiche. Ci sono interessi immensi che si scontrano contro la vita stessa, e questo è penoso, grave, irresponsabile. Fortunatamente molti giovani stanno andando oltre. Io ho fiducia, mi sembra naturale aver fiducia in loro. Sono i ragazzi che devono prendere in mano la situazione, anche se è attraverso questa veemenza che mi trova d’accordo perché non ci sono alternative. 

E cosa dice Karma Clima ai potenti?

Cristiano: Non è il nostro compito arrivare ai potenti, non ce l’abbiamo questa possibilità, ce l’ha molto più Greta. Ma noi, nel nostro, operiamo comunque in tal senso, anche attraverso interviste come questa, da cui mi aspetto che la nostra voce arrivi a quanti più possibile. Non siamo di certo gli unici: comincio a vedere che altri cantanti e artisti stanno parlando di questi argomenti rischiando di perdere i cosiddetti followers: il che è ridicolo, se ci pensi. 

Questi sono ormai temi scomodi e divisivi. È triste che il tema del clima ci divida, è folle perché riguarda tutti: dall’estrema destra all’estrema sinistra. Non è che quando un fiume esonderà farà distinzione tra il fascista o il progressista. Chiunque ci sarà farà una brutta fine. Per queste ragioni, non so nemmeno se ci farebbero portare i nostri brani in programmi mainstream. Molti non vorrebbero neppure sentire tematiche di questo genere in programmi di intrattenimento. 

I Marlene Kuntz con Giovanni Lindo Ferretti – Photo: Michele Piazza

Oltre al potere catartico, sembra che la vostra musica abbia assunto un ruolo sociale, non solo con questo lavoro, ma anche con tutta l’attività a latere che svolgete (il tuo impegno giornalistico sulla rivista RollingStone.it) attraverso articoli di approfondimento su società e attualità pregni di tante informazioni e di utili spunti di riflessione. Sembra che di questi tempi, a differenza dei precedenti, l’artista viva più la società che lo circonda. È così? O è sempre stato così e non ce ne siamo accorti? 

Cristiano: Io non avevo tutto questo aggancio con il contesto reale, ero più nel mio mondo. A me l’artista nel suo mondo piace proprio tanto. I miei miti e i miei idoli sono tutti così, ed è una cosa che ho perseguito anche io, non lo nego. La metafora della torre d’avorio sintetizza bene questa dimensione dell’artista, che a volte è anche sfacciatamente snob, eppure mi ispira l’idea di potermi percepire in modo distaccato.

Credo che ci sia stata in passato una parte di me irresponsabile, e forse invecchiando, sentendo che il mondo sta prendendo una piega brutta e rischiosa, con una diversa maturità, la mia età mi fa accorgere di tutto ciò in maniera che mi risulta inevitabile da affrontare. Forse – non te lo nego – non mi dispiacerebbe continuare a essere ancora sganciato dalla realtà. 

Ho detto prima che noi andiamo incontro a una opportunità che assume una valenza civica ma non la considero necessaria, obbligatoria, anche perché tutte queste cose hanno a che fare con il mondo circostante pubblico, sociale, politico e non vedo scritto da nessuna parte che siano qualcosa di cui l’artista ha titolo di parlare, non essendo temi che studia quotidianamente. Quando ho bisogno di una sensazione approfondita in merito a un contesto sociale che sto vivendo, non mi leggo un’intervista a un musicista, mi compro un saggio di sociologo, di un intellettuale, di un politico, perché presuppone che ne abbia competenza avendo studiato la materia. 

Che rischio corre l’artista quando parla di argomenti così sensibili all’opinione pubblica? 

Cristiano: Quando l’artista si intromette in faccende, diciamo, pubbliche, il rischio di dire stupidaggini è elevato, ma a me sembra che il cambiamento climatico sia una problematica più vasta e universale la cui attualità non è – e non può essere – passeggera. Secondo Nick Cave ci sono artisti che scorrono una notizia e devono palesare ciò che su di essa pensano, mentre lui è di certo uno di quelli che non intende dare opinioni sulle cose che accadono. Quel genere di canzoni, legate al tempo in cui vivono, non vivranno in altri, saranno sempre e solo legate a quello specifico arco temporale per il quale sono nate. Come Cave, questa cosa ho sempre cercato di evitarla anche io. 

E il clima

Cristiano: Parlare del clima e della natura, e di cose a loro connesse, non è parlare in modo passeggero, ha a che fare con il mondo, con la nostra vita, l’intima essenza della nostra natura. In fondo non stiamo rischiando di distruggere il pianeta, ma di modificarne parti di esso, con la desertificazione, ad esempio. Il clima è destinato a essere parte integrante del mondo, non è più suscettibile di opinioni. Mi sembra di mantenere un’attitudine artistica pur facendo ciò che faccio e esponendo queste riflessioni. 

Terminiamo la nostra intervista con la vostra splendida musica, Cristiano, e la sua evoluzione. Da ieri a oggi cosa è cambiato – se qualcosa è cambiato – nella musica dei Marlene Kuntz

Cristiano: La musica dei Marlene è sempre stata l’esito di un nostro desiderio di crescere, di evolverci e di non ripeterci da un disco all’altro: cercare di proporre cose sempre nuove rispetto al nostro percorso precedente. Se è cambiato, è cambiato in questo senso. Ma ci sono dei tratti che la caratterizzavano e che la caratterizzano tuttora. Sono rimasti intatti l’intensità e – oso dire – l’approccio serio (diverso da serioso), anche se ogni volta che proviamo essere spensierati con la musica molti nostri fan non accettano il cambiamento, e questa è la nostra croce e delizia.

Se penso a me stesso, ci sono così tante volte in una settimana che mi entrano in testa dei pezzi di altri che sono spensierati, leggeri, e allora mi chiedo perché anche io non dovrei pensare di scrivere musica spensierata e leggera? Però esiste anche un altro tipo di verità: l’arte non deve essere sempre greve, costretta. È un tratto preciso della nostra musica quello di non essere mai né troppo leggera né troppo spensierata. Il nostro è piuttosto un approccio problematico alle cose che facciamo e che conferisce alle nostre canzoni quel tipo di fascino che in fondo attrae in particolare me quando mi confronto in maniera densa con un’opera artistica.

Che genere di opera intendi? 

Cristiano: Mi piacciono i film d’autore, la letteratura di non facile assimilazione, le poesie di Eugenio Montale, mi piacciono le canzoni di Nick Cave, di Leonard Cohen: tutti esiti artistici che non hanno nella spensieratezza il tratto fondamentale. Ci sentiamo molto allineati a questa visione. E quando facciamo musica, coi Marlene Kuntz, resta ferma questa idea: voler essere intensi, problematici e mai banali. 

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