Se Bella Ciao è resistere 

di Elisa Mauro

La cosa davvero difficile da fare di questi tempi è resistere. Parlo per me, forse anche per alcuni di voi. Da quando ti alzi, ovunque ti giri, provando timidamente ad avanzare, insorge un ostacolo, un impedimento alla strada da fare, all’idea da realizzare, alla visione da intravedere. Vi capita? Non c’è un motivo reale che giustifichi questa condizione, o ce n’è un’infinità. In questo buio, però, resta ancora ardente una fiammella che nessuno è autorizzato a spegnere, neppure con una goccia di saliva, neppure con due dita snelle e svelte, e rappresenta meglio di qualsiasi altra cosa la nostra presa di posizione contro ogni sistema criminale, dal passato al futuro di questa umanità. 

Nei giorni a seguire si è dibattuto tanto sul Primo Maggio, festa dei lavoratori, e sul concerto romano a essi dedicato. È un giorno importante, d’altronde, carico di valore, oggi più di ieri, perché il lavoro è davvero sostanziale in una società come la nostra, per tutti, donne e uomini. Non si può più vivere senza. Anzi, nel corso della storia si è trasformato in resistenza, più che in un diritto sancito costituzionalmente (posseggo una Partita IVA, chi come me ne è la dimostrazione vivente in tasse). E, per giunta, certi ricatti non sono più ammissibili. O lavoro o salute, il più drammatico tra questi.

Roy Paci e Diodato – Concerto di Uno Maggio Taranto Libero E Pensante © Lorena Dini

Taranto certi concetti li sbrana fino all’osso, grazie alla direzione artistica di Antonio Diodato, Roy Paci, Valentina Petrini e Michele Riondino, con una carrellata di ospiti intellettuali e artisti di spessore autentico, dimostrando ogni anno la sua migliorata vastità. D’altra parte, a Roma, su quel palco più sponsorizzato e patinato di quello pugliese, una cantante di origini siciliane, Delia il suo nome, fresco prodotto commerciale del talent X Factor – musicista innegabilmente abile e dalla voce graffiante – modifica, davanti a un mare di gente acclamante (e probabilmente non del tutto sobria, o per lo meno conscia di ciò che accade), l’inno della nostra storia libera, che è Bella Ciao

Sì, perché questo è un inno, non un semplice brano da esibizione in prime time con coreografia di Luca Tommasini. E la sprovveduta, come un treccartaro qualsiasi di Via Sannio, un pochino meno esperto, sostituisce la parola partigiano con una locuzione polirematica, essere umano. E  motiva  questa scelta rivendicandone il valore intrinseco dell’inclusività, per rendere partecipi tutt(*), insomma, senza distinzioni. Perché la distinzione non è più ammissibile, e fa paura. La temiamo. In questo circo, meglio essere così, tutto e niente, forme informi di una pozza di gocce inespressive e senza moto. Ma la vita è qualcosa che ci distingue, e io mi sento così rassicurata da questa distinzione, dalla mia diversità. 

Da quando ha visto la luce, questo canto è stato declinato in una miriade di modi, generi, sottogeneri, lingue, dialetti, slang e utilizzata persino come colonna sonora di una serie spagnola che racconta le imprese di una banda di rapinatori contro il potere criminale delle banche, secondo la più moderna interpretazione della legge vigente nella foresta di Sherwood. Ebbene tante volte, da quando siamo nati – in qualsiasi famiglia ci trovassimo a nascere – l’abbiamo ascoltata, imparata, cantata, io stessa l’ho voluta riarrangiare con un piano a muro comprato in lire e al netto di ogni conoscenza musicale canonica. 

Eppure ne è sempre uscito fuori qualcosa di potente, di straordinario. Anche nelle versioni acapella, che trovo tra le più impressionanti. Le note sono particolareggiate, è una melodia ritmata facile, riproducibile. Se hai la fortuna di avere due mani, puoi anche batterle una contro l’altra per darti il tempo che merita. E la canti, perché Bella Ciao, comunque la si pensi, è cantabile. E mentre ripeti le strofe e il ritornello, potresti riflettere su cosa significhi resistere, fino alla morte, contro un sistema che toglie libertà e toglie differenza. E allora tanto vale andarci contro, a quel palo, a quell’ostacolo che devia il nostro avanzare. Che legittima un sistema che ha già dimostrato che la paura dell’altro è la paura della distinzione, e sulla base di queste ha eretto il potere, sperando di tenere a bada il pensiero critico. Invano. 

Ripensandoci, forse sbagliavo, perché – vedete – Bella Ciao non è solo un inno. È molto di più. È una preghiera. E le preghiere sono canti che salgono in cielo, che vivono di memoria, di sacrificio e persino – nonostante i tempi correnti – di speranza. Che non si può cambiare una parola santa con una locuzione laica, perché è come sostituire Cristo con i due ladroni. E a meno che non si pensi a ribaltare pure un certo tipo di credo, allora è il caso di avanzare, di provare a disintegrare quegli ostacoli che impediscono il cammino, mentre ci ritroviamo a cantare e a capire quel canto, come fossimo proprio noi – adesso – quel «fiore del partigiano, morto per la (nostra) libertà». 


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