Come dopo l’ora di ginnastica

di Elisa Mauro

L’aria era pregna di odori. Se la tensione ne aveva uno, era quello più acre e insopportabile sopra tutti. Alcuni compagni avevano smesso le tute dell’ora di ginnastica e indossato gli abiti del primo mattino, ma i calzettoni dentro le scarpe con le suole di plastica, molte logore, ricevute dai fratelli o dalle sorelle più grandi, erano ancora umidi e risentivano terribilmente delle corse e degli spintoni dati e ricevuti. Molti di loro si vergognavano e, benché potessero fare molto poco, provavano a rimediare spingendo i piedi sotto la sediola quanto più nascosti e invisibili era possibile. Altri erano così concertanti sulla lezione di italiano che non si preoccupavano minimamente di creare disagio. Poi c’era chi, temendo di essere interrogato, si nascondeva dietro le teste attente dei primi banchi. Io ero tra quelli, a parte gli assenti, che si sentivano più innocui. Non avevo portato con me la tuta e il professore aveva preferito farmi fare da raccattapalle durante la partita di pallavolo. «Sei più brava in questo ruolo», mi disse con un sorriso di circostanza.

Non me la presi. L’avevo scampata un’altra volta, pensai. La palla mi terrorizzava. La vedevo sempre corrermi incontro, inseguirmi. Era un incubo giocare a palla e appena potevo, quando mia madre si dimenticava dell’ora di educazione fisica del venerdì, fingevo di dimenticarmene anche io. Non per vantarmi. Ma nel mio caso eccellevo. Mi sentivo carica di responsabilità. Senza quella palla recuperata, nessuno avrebbe più giocato. Ma era anche estremamente noioso non gioire della vittoria e della sconfitta altrui, o non soffrire e rodersi della propria.

Se capitava che a perdere fosse la squadra di Nicola c’era da piangere. Nicola era uno di quelli che ti menava senza un reale motivo. I suoi ceffoni avevano tutti i dolori compressi dell’umanità. In loro convivevano rabbia, frustrazione, stupidità, ignoranza e bruttezza.

Di fatto non era un adone, ma era prestante, alto e massiccio. Di lui ciò che contava erano le manate, le testate e le spinte. Alle volte fingeva di farti male involontariamente. Ci godeva e tu dovevi farlo con lui, quasi a chiedergli di continuare, altrimenti lo avrebbe fatto per davvero. Nicola, dopo aver perso, iniziava a prendere a pugni i suoi compagni di squadra, a spingere chi provava a farlo ragionare, a rispondere malamente al professore che minacciava di espellerlo.

Quando succedeva che Nicola e la sua squadra perdevano, iniziavo a guardare in cielo e a pregare che non se la prendesse anche con me, che non c’entravo nulla con la partita, ma proprio per questo, per uno come lui, potevo essere la causa del suo fallimento. Nicola se la prendeva sempre con chi non c’entrava nulla.

«Recupera la palla e andiamo in classe, prima che questo meni anche me», diceva il professore, e così mi avvicinavo a Nicola per chiedergli se potevo prendere la palla che ancora stringeva tra le mani come fosse la cosa più cara che aveva, ma senza tenerezze.

«Posso?», chiesi sottovoce per non turbarlo oltremodo. Nicola mi guardò profondamente, forse per la prima volta in vita sua, e afferrò il mio sguardo come si fa con le macchine guaste da trainare portandomi in un istante nella sua anima. A un certo punto, nei suoi occhi, vedevo Nicola già cresciuto, un omone, operaio in una fabbrica di città, appassionato di calcio e calendari sexy, con un padre anziano e finalmente inoffensivo, con una moglie taciturna e volenterosa, con due figli grandi e grossi accanto alle sue gambe, lo vedevo che mangiava avidamente dopo essere rientrato da lavoro, lo vedevo che cantava di nascosto sotto la doccia canzoni di Mina e che si divertiva a messaggiare con le poche donne che conosceva, tutte trovate per caso, su quei siti d’incontro, o per strada, per le strade che frequentano quelli come lui, lo vedevo immergersi nel mare con i tuffi rumorosi e carichi di schizzi, nei suoi stessi occhi vedevo Nicola scherzare coi colleghi e prendere in giro i superiori, maledire e bestemmiare contro una signora al volante, contro la politica, la legge, il vigile urbano, il parroco, gli insegnanti del figlio espulso da scuola per aver picchiato un compagno disabile, lo vedevo triste nel giorno del suo compleanno, felice in quello della finale di Coppa Campioni, lo vedevo strangolato da un boccone troppo grande, a un certo punto, non più figlio, non più padre, non più marito, non più Nicola.

«Posso?», gli chiesi per la seconda volta. E, mentre vedevo che il professore si avvicinava in gran fretta per evitare che venissi sollevata come la testa di Maria Antonietta davanti al popolo delle brioche, Nicola digrignava i denti tanto che riuscivo a sentire che persino qualcuno si lesionava. Ero atterrita.

Poi Nicola si avvicinò ancora di più, mi passò la palla con violenza e aprì la bocca solo per emettere un rutto che sembrava la solfatara più grande di Pozzuoli. Tutti si misero a ridere. Qualcuno applaudì. Il professore alzò le braccia al cielo come a invocare aiuto a qualcuno, io finsi di non aver visto niente nei suoi occhi. E lui ne uscì così: finalmente vittorioso e trionfante.

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