Xylella, come il mondo cambia

di Elisa Mauro

Se c’è qualcuno o, se preferite, qualcosa, che in Salento vigila mite sulle vite degli uomini che si susseguono le une dietro le altre, in fila indiana, come schiere ordinate di formiche, ebbene, è l’albero d’ulivo

Un albero che in realtà è una pianta, una tra le più longeve di sempre, in grado di incresparsi e di intrecciarsi come capelli lunghi e mossi dal vento. La sua corteccia è rigida, ruvida, porosa e il legno che ne deriva serve a fare cose molto particolari, come sculture, pavimenti e arnesi da cucina e artigianato tra i più pregiati al mondo.

La sua origine è quella dell’Olea Europea e appartiene al gruppo delle Oleaceae. Le radici sono poco profonde, e fanno della terra qualcosa su cui restare quasi a galla, come fossero navi ma senza approfittarsi troppo della madre che li accoglie e che li ama, il più delle volte. Ma non tutte. 

Capita infatti che quella stessa natura, anche tremenda e puttana, possa spalancare il suo mondo a nuovi ospiti, batteri, partiti da lontano, chissà dove, pronti a nutrirsi della sua linfa. Capita che nel 2008 si scopra che ulivi secolari ritenuti eterni sono invece mortali. E muoiono uno dopo l’altro come inceneriti da qualcosa che li brucia da dentro fino a farli spegnere definitivamente. Capita, insomma, Xylella. Qualcosa che a pronunciarla ormai da quelle parti suona quasi come una bestemmia. 

Qualcuno si fa il segno della croce, perché a sentirla è come se si parlasse di morte e devastazione. 

Xylella è un batterio che ha portato in Puglia la pandemia che ha ucciso venti milioni di monumenti secolari di olivo dal 2010. Un antesignano del coronavirus diretto alla vegetazione, che non si riesce a sconfiggere in nessun modo, se non tramite eradicazione, e che si trasmette di pianta in pianta con la vicinanza, la prossimazione, l’esserci accanto, al pari del Covid. 

Probabilmente traslata negli ulivi di Puglia per una pianta ornamentale di caffè derivata dall’America centrale, Xylella fastidiosa, il particolare tipo di cui è colpita buona parte del Salento jonico e brindisino, è un patogeno che qualora individuato deve essere sottoposto a quarantena e prevede l’eradicazione immediata dei suoi ospitali amici. Lo scotto da pagare quando si è così, del sud. 

Proprio come spiega la Commissione UE: «La Xylella fastidiosa è uno dei batteri delle piante più pericolosi al mondo e provoca tutta una serie di malattie che determinano un enorme impatto economico per l’agricoltura, i giardini pubblici e l’ambiente». 

Secondo la normativa disciplinata dall’UE di cui si fanno carico organizzazioni e micro imprese contadine, il più delle volte a gestione familiare, le misure di eradicazione si applicano «a qualsiasi focolaio di Xylella fastidiosa riscontrato nel territorio dell’Unione, a eccezione della zona di contenimento nella parte meridionale della regione Puglia (Italia)». 

Prima di rimuovere per sempre un albero di olivo si eseguono trattamenti fitosanitari contro il vettore al fine di evitare ulteriori contagi. Ci sono insetti che veicolano il batterio e lo trascinano a quelli vicini. Xylella infetta addentrandosi nei vasi conduttori dello xilema delle piante di modo da ostruire e bloccare i canali di transito di acqua e nutrienti della pianta. A tal modo la vitalità dei fluidi è bloccata e ciò provoca il disseccamento dell’albero. 

Per molti coltivatori diretti è la fine della loro esistenza. L’olio, da quel momento in avanti, bene indispensabile e sempre presente, non solo per l’economia locale ma anche e soprattutto per il fabbisogno familiare, andrà a comprarsi al superato, di quelli industriali, imbottigliati, dagli ingredienti provenienti da paesi extra UE. Un’eresia, come la vuoi chiamare se no?, una tortura per chi è nato e ha sudato su quelle terre.  

Se ti addentri nel basso Salento, ricordati di salutare sempre i monumenti verdi, gli ulivi. Li trovi guardandoti intorno, tra le strade di campagna e quelle provinciali, tra i poderi sconsacrati dai nuovi imprenditori provenienti da su e le piane di zolle rosse e secche. Hanno, a mo’ di recinzione, muretti a secco, fatti di chianche incastrate perfettamente in giochi di simmetrie e intonazioni le une sulle altre.

Gli ulivi hanno ciascuno almeno quattro, cinque facce diverse, e mille storie da raccontarti. Puoi guardarli nelle faccende che sbrigano, quando si danno da fare a crescere il frutto, quello che dà l’alimento più indispensabile al mondo, l’olio extravergine d’oliva. 

La sua vita è un pendolo che oscilla per diverse centinaia di anni, in genere, finché non si stanca di attecchire radici e secca i rami o quando batteri arrivano da Paesi lontani e loro non ne sono consapevoli su come trattarli. Nessuno li ha guidati, d’altronde, né li ha edotti a questo nuovo genere di ospitalità dettata dalla globalizzazione. 

Neppure le popolazioni che vivono in questi paesi sorvegliati dagli ulivi secolari sanno bene come comportarsi con Xylella. Ne sono ancora spaventati e la paura spesso ha generato rivolte, contrasti, prese di posizione a-scientifiche e populiste.

Gli uomini e le donne che dovevano farsi carico annualmente della raccolta delle olive, dal 2008 si mangiano le mani, contano i danni, pensano che una soluzione ci sia ma che qualcuno la voglia nascondere per propri o altrui interessi. 

Dicono che la storia li darà ragione e che lottare contro l’eradicazione è ormai un imperativo per molti di loro. Sostengono che una cura, in tanti anni, quasi quindici, di malattia e di sterminio di piante dal valore vitale non sia stata trovata per un motivo certo: la convenienza degli altri, l’economia del più forte, le prepotenze e l’insolenza dei nuovi mondi. 

Ma il mondo resta uno, vecchio e rancido, e pandemie di vario genere che lo colpiscono hanno intasato la nostra testa e il nostro cuore. Qualcuno vede una via d’uscita in una migliore e più attenta regolamentazione, qualcun altro spera nella rivoluzione. 

Ma qualsiasi sia la più giusta soluzione i posti di lavoro crollano in una regione già mortificata che non spende i fondi a sua disposizione, a causa dei procedimenti secolari, come gli ulivi, appartenenti alla burocrazia, e non si attua la rigenerazione olivicola e il reimpianto di alberi negli uliveti ormai cimiteriali.

Tutto è fermo nell’immobilità di sistemi vecchi come il cucco che vedono cambiare il mondo senza spostare neppure una prospettiva. 

Eppure le storie da raccontare sarebbero infinite. Come quella di Angelo che ha deciso di abbattere le piante, di svendere il terreno di famiglia, di diventare operaio, anche se non sa bene ancora come si fa. «Un mestiere s’impara, uno vale l’altro – ci racconta – ma l’amore per la terra, per questi ulivi, è una cosa che si tramanda e che non può lasciarci impassibili di fronte alla sua distruzione». 

Le sue mani sono ruvide come la corteccia degli ulivi secolari che possedeva, trenta, tutti abbattuti. Dice di avere trentatré anni, come Cristo, e scherza sul fatto che, a differenza sua, non risorgerà. 

Ha gli occhi cerulei del mare che si sniffa da queste parti e quando parla corica la testa verso il basso per non piangere. «È come se a morire fossero dei nonni, pieni di saggezza e di bellezza, che hanno accompagnato la vita di tutte le persone che abitano qui. Proprio come è stato con il Covid. Li vedevi cadere uno dopo l’altro. Pensavamo fosse il caldo. Ma il caldo è di casa qui, torrido, umido. Lo conosciamo bene noi. E pure gli ulivi!».

Prende una mano dentro l’altra, le strofina provocando il rumore di due croste di pane che si grattugiano a vicenda, e poi prende fiato come fosse stato in apnea fino a quel momento: «La verità è che molti di noi non se lo perdonano», come se la colpa della natura avversa fosse prima di tutto colpa dell’uomo. E, per molti versi, non c’è niente di più reale. 

Se ti è piaciuto questo articolo, leggi anche I servizi di Elio.

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