L’attualità della Russia di Anna Politkovskaja

In quanto presidente, lui risponde del metodo. Dell’approccio. È lui a plasmare i suoi uomini. Si imita chi sta in alto, è così da sempre.

Anna Politkovskaja, La Russia di Putin (La collana dei casi) Adelphi

Alcuni libri raccontano l’attualità ancora più del tempo narrato e nel quale vengono editi. Anna Politkovskaja è una giornalista russa, figlia di due diplomatici di origini ucraine che, quando nacque, nel 1958, vivevano e lavoravano per l’Onu a New York.  Laureatasi a Mosca con una tesi sulla poetessa e pianista Marina Ivanovna Cvetaeva, perseguitata dal regime staliniano per il suo ideale anticomunista portato avanti dall’armata bianca – di cui suo marito era ufficiale – morì suicida povera e abbandonata dall’intera comunità letteraria russa. 

La poetessa Marina Ivanovna Cvetaeva

In una dimensione analoga di opposizione al potere dominante, e con immenso senso di giustizia, Anna Politkovskaja porta avanti una ricerca compulsiva e necessaria di verità in difesa dei diritti umani che la Russia avrebbe calpestato ripetutamente negli scontri bellici in Cecenia. La sua opera giornalistica, dilaniata dalle minacce e dalle continue vessazioni politiche da parte anche di quanti si erano riuniti attorno alla sfera culturale di quella Russia – non troppo lontana da quella dei nostri giorni -, è svolta principalmente all’interno delle testate giornalistiche indipendenti russe per cui prestava ardentemente servizio, come la sua più importante e ultima collaborazione con Novaya Gazeta

All’interno delle sue fotografiche cronache riportate principalmente attraverso i reportage nelle repubbliche caucasiche in guerra e con le testimonianze collezionate durante i suoi lunghi e impervi viaggi di conoscenza e informazione, Anna inizia a scrivere opere intere, lunghe, scientifiche, collezioni di memoria, non solo individuale, ma anche collettiva, di clip di realtà orribile ma necessariamente da raccontare.

E crea nuove stanze dentro cui guardare la visione contemporanea di un potere prepotente e meschino che vive di buio e veleno. Con Putin’s Russia (La Russia di Putin), riedito durante l’attacco russo in Ucraina, da Adelphi, nella sua prima edizione italiana del 2005, Anna Politkovskaja appare ancora più viva, attuale, palpabile. 

Da sempre sostenitrice di un giornalismo puro e netto, senza fronzoli, Anna soleva ripetere in riferimento ai suoi colleghi e alla sua professione parole chiare che facevano scuola tra molti suoi sostenitori: «I giornalisti non sfidano l’ordine costituito. Descrivono soltanto ciò di cui sono testimoni. È il loro dovere, – continuava – così come è dovere del medico curare un ammalato e dovere dell’ufficiale difendere la patria. È molto semplice: la deontologia professionale ci vieta di abbellire la realtà».

L’abbellimento consiste per lei nei commenti artificiosi, nelle descrizioni romanzate e annebbiate, nell’edulcorazione di crimini e criminali che dovevano essere mostrati per ciò che erano e non per quello che continuano a rappresentare per molti suoi connazionali. 

La sua resistenza di donna gracile e comunque eroica si determinò maggiormente con il primo tentativo di omicidio, in volo, attraverso la reiterata e controversa tecnica del té avvelenato, sui cieli di Beslan. Si sarebbe trovata lì per trattare come mediatrice in quell’attentato che costò la vita a 334 ostaggi nel 2004, di cui 186 bambini, ma perse i sensi e fu portata immediatamente al sicuro.

In quel tragico epilogo i ribelli ceceni occuparono una scuola dell’Ossezia nel Nord e presero in ostaggio chi vi era dentro. Fu una strage, indimenticata. Anna Politkovskaja spiegò alla numerosa coltre di parenti delle vittime distrutti dal dolore che i tribunali russi sarebbero stati come sordi di fronte alle loro richieste di giustizia e che, al contrario, Strasburgo e la Corte europea dei diritti dell’uomo avrebbero potuto fare molto di più per ottenere quella misera giustizia informe che tuttavia avrebbe alleggerito i loro cuori ormai persi per sempre. 

La sua mancata ammirazione per il sistema Putin, a dispetto di tutti i giornalisti addomesticati al potere generale, lo rende chiaro sin da subito nelle prime pagine d’introduzione al libro: «Diventato presidente, Putinfiglio del più nefasto tra i servizi segreti del Paesenon ha saputo estirpare il tenente colonnello del KGB che vive in lui, e nel pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà. E la soffoca, ogni forma di libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione».

Nel suo libro Anna racconta di come l’esercito russo sia diventato con l’ammirazione del suo presidente, ex generale, una zona franca in cui la violenza era e rimane l’unica concessione possibile. «Da quando è scoppiata la seconda guerra cecena, – spiega la giornalista – l’esercito ha avuto carta bianca, e il risultato più evidente è che alle elezioni presidenziali del 2000 ha votato all’unanimità per Putin».

Gli  uomini delle caserme russe si allenano ogni giorno alla crudeltà e, come racconta Politkovskaja, molte madri di soldati attendono ancora i corpi dei propri figli, spesso spariti come nuvole grigie in estate. Come Nina, mamma di Pavel, tenente del Battaglione 58, notorio per la crudeltà dei suoi ufficiali.

Pavel sogna di diventare un ufficiale e, nonostante i tentativi dissuasivi di sua madre, parte alla volta della guerra cecena da cui non farà mai più ritorno. Nell’ultima lettera ricevuta, che la madre stringe ancora tra le mani, Pavel scrive: «Gli spari non si fermano neanche per un attimo. La città è costantemente in fiamme, il cielo sempre nero, ci sono mine che ti cadono a due passi e missili che ti sibilano accanto all’orecchio».

I soldati sono merce, schiavi per il sistema Putin, «non uomini, ma ingranaggi costretti a realizzare incondizionatamente gli azzardi politici di chi ha preso il potere. Ingranaggi senza alcun diritto, nemmeno quello a una morte dignitosa». 

E sempre di soldati russi scrive ancora Politkovskaja, i fuggitivi del poligono Kamyšin. Diventò un caso internazionale, quello dei 54 soldati che, dopo aver ricevuto torture e sevizie dai loro ufficiali, si mettono in cammino una notte intera percorrendo oltre 180 chilometri in direzione della città di Volgograd in cerca di aiuto e di salvezza. Una salvezza che non sarebbe arrivata mai, perché come disse laconicamente l’ufficiale alla responsabile dell’Associazione Diritti di Madre, organizzazione russa che difende i diritti dei genitori di militari e in cerca di spiegazioni: «Quei soldati sono nostri». Nostri, con una possessione che rende uomini oggetti, matricole, numeri, e ne annulla ogni potenziale autodeterminazione. 

Il fatto poi che la società civile russa possa avere il controllo sulle strutture militari, come richiesto in un progetto di legge discusso con Boris El’cin, è «ormai lettera morta: da sovietico e da militare (che dunque condivide la prima regola dell’esercito), il presidente Putin lo ritiene inutile per le Forze Armate russe».

Sempre in La Russia di Putin la giornalista di Novaja Gazeta parla del colonnello Budanov processato con l’accusa di aver rapito una ragazzina di 15 anni, e di averla in seguito interrogata con falsi pretesti, torturata, violentata e infine, non sazio, uccisa barbaramente. Stessa identica sorte capita a Zajnap Dzavatchanova, una madre di sette figli e in attesa dell’ottavo. Un giorno di gennaio, è il 2002, sulle montagne cecene, un gruppo di uomini armati attaccano un pullman di civili. Tra loro c’era Zajnap, o meglio, l’unica cosa che rimarrà di lei, un piede con una scarpa. 

Queste e altre atrocità sono raccontate senza sconti da Politkovskaja facendo trapelare tra le pagine ancora fresche di attuale crudeltà e miseria umana, non solo il coraggio di chi sa disobbedire alla prepotenza rendendola nota ma soprattutto la paura fondata di essere la prossima vittima di un sistema che resta periodicamente impunito, nonostante sia sommerso dalla corruzione e dal malaffare. 

Anna Politkovskaja fu trovata cadavere nell’ascensore del suo palazzo a Mosca il 7 ottobre 2006. Accanto a lei una pistola con quattro bossoli e uno dei proiettili che avevano attraversato la sua testa. I responsabili di questo assassinio, sebbene chiari, non hanno mai pagato la loro pena. Almeno non qui.  

[Elisa Mauro]


Se ti è piaciuto questo articolo, leggi anche Editoriale: Il Gioco della Guerra.

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