Cinquant’anni dal ritrovamento dei Bronzi di Riace

di Silvio Nocera

Nel cuore della Bovesia, l’epicentro della Calabria greca, dove le vestigia dell’antico grico si conservano nelle cristallizzazioni di un dialetto ellefono riportato in vita dal grande lavoro di animazione culturale e linguistica dell’associazione Jalò tu Vua, la Domenica delle Palme viene celebrato l’antico rito legato al culto di due figuri femminili realizzate con foglie di ulivo intrecciate su steli di canna (steddhe) attaccate ad una struttura realizzata in canna e adornate da fiori, frutti, primizie, musulupe.

Le figure, che probabilmente si riferiscono a Demetra e Persefone, legate al ciclo della natura e all’arrivo della Primavera, vengono portate prima in processione dalla Chiesa di Santa Caterina, ove avviene la benedizione, alla Cattedrale dell’Isodìa per la celebrazione liturgica, e poi in ogni singolo campo come segno propiziatorio.  

Si tratta di uno dei tanti marchi che ricordano il passato glorioso e contaminato di questo lembo di Sud in cui se scavi, che sia la memoria o il sottosuolo, emergono testimonianze preziose e grandiose del sincretismo culturale che lo caratterizza.

Il 2022 rappresenta per la Calabria greca un anno di festa e di celebrazioni legate alla ricorrenza del cinquantesimo anno dal ritrovamento dei Bronzi di Riace. Il 16 agosto 1972, infatti, il giovane sub romano Stefano Mariottini durante un’immersione a 230 metri a largo e 8 metri di profondità dalle coste di Riace, in provincia di Reggio Calabria, rinvenne due statue di guerrieri di straordinaria fattura risalenti al V secolo a.C.

Le analisi effettuate tra Roma e Glasgow avrebbero reso evidente come i due guerrieri (guerriero A e guerriero B) fossero stati realizzati ad Argos, nel Peloponneso, nello stesso periodo e nella stessa officina, secondo un progetto unitario da una stessa mano.

Lo stile, infatti, si ispira a stilemi dorici propri del Peloponneso e dell’Occidente greco. Dalla Grecia le opere sarebbero arrivate in Italia presumibilmente a seguito di un saccheggio romano e avrebbero subito un restauro già in epoca romana, a Roma, tra il periodo augusteo e quello degli imperatori della dinastia Giulio-Claudia, come dimostra l’uso di piombo proveniente dalle miniere ateniesi del monte Laurion, chiuse alla metà del I secolo d.C.

Sulla provenienza dei Bronzi e su molti altri aspetti di una vicenda che potrebbe riservare sorprese inattese, esistono pareri contrastanti e lo studioso Giuseppe Braghò, archeologo che ha dedicato la propria vita allo studio di questi reperti, ha sollevato negli anni, e continua a farlo dubbi fortissimi sulla veridicità di quanto si ritenga ormai comunemente acclarato. Basta osservare le costanti denunce riportate nella sua pagina di facebook Bronzi di Riace il vero e il falso.

Lo studioso infatti paventa un vero e proprio affaire con la complicità di molti intoccabili. Cito testualmente:

«Quando iniziai a investigare intorno al “fortuito” rinvenimento delle due statue e sull’evidente, provato malcostume del Soprintendente Giuseppe Foti, Stefano Mariottini & Co., Jiri Frel del Getty Museum etc etc, sapevo bene a cosa sarei andato incontro. Puntualmente, dopo aver “disturbato” alcune intoccabili Istituzioni, fioccarono le persecuzioni: arresto (non convalidato), processi mai fatti e uno soltanto vissuto (con giudizio di assoluta innocenza poiché “il fatto non sussisteva”), terra bruciata sulla mia persona da Stampa e Media “amici” dei “toccati” ebbene, tutto ciò mi ha inizialmente debilitato, sconfortato.

Giusto il tempo di analizzare le circostanze, però, oggi ringrazio tali “moralizzatori”: devo a costoro la mia inarrestabile fiducia nel lavoro svolto e la determinazione di condurre fino in fondo la titanica battaglia per far trionfare il Vero. Ho lavorato – e lavoro ancora oggi – nella più assoluta autonomia e, con piacere, noto risultati incoraggianti. Appena sarà possibile renderò noti gli stupefacenti legami esistenti tra la scoperta “casuale” e fatti di cronaca violenta che tutto il mondo conosce senza, tuttavia, immaginarne i risvolti mai indagati da alcuni dei sapientoni che mi son corsi dietro con l’indice alzato.

Sono invecchiato, questo è vero, la mia fisicità è ridotta ma, si sappia, la testa ancora funziona e siccome mi stimo e non temo alcuno o alcunché (pur rispettando le Istituzioni ma operando nei loro confronti accuratissime “selezioni”) annuncio che presto darò a Cesare quel che di Cesare è. Un abbraccio a tutti: eccetto ai persecutori dall’aspetto lindo, si capisce».

Si tratta degli stessi coni d’ombra portati all’attenzione del grande pubblico dal giornalista reggino Antonino Monteleone che, dando seguito ai rumors che hanno sempre accompagnato le vicende dei guerrieri, ha effettuato delle indagini per appurare se il ritrovamento non fosse più sostanzioso e se da quanto ritrovato non fossero spariti (leggasi non fossero stati trafugati per essere rivenduti sul mercato nero) altri importanti reperti, come lo scudo e la lancia di una delle due statue.

Durante la tentata intervista fatta a Mariottini, che poi degenerò in una quasi rissa sotto gli occhi di molti presenti, uno di loro, prendendo le difese del sub si lasciò sfuggire: «Alla fin fine il discorso è questo: i bronzi ha detto che li ha trovati lui, i soldi se li è presi lui, che cazzo devi fare di più? Però c’erano lance e scudo».

Mariottini infatti intascò 125 milioni delle vecchie lire per il ritrovamento. Secondo Giuseppe Braghò: «Il signor Mariottini, parlando di una delle due statue dice: ‘Al braccio sinistro presenta uno scudo. Chiunque capisce che questa statua, da lui scoperta, al braccio sinistro presentava uno scudo».

Dello scudo e dell’elmo, di cui parla l’ispettore ministeriale Pietro Giovanni Guzzo nella sua relazione, nei reperti oggi esposta non c’è traccia. Ma c’è di più: nella denuncia presentata alla Sovrintendenza dei Beni Archeologici, Mariottini parla di un «gruppo di statue». Non due, quindi. 

Ancora più inquietante il fatto che nei documenti registrati dalle autorità, Mariottini descrivesse una statua che evidentemente, dalla descrizione, non corrisponderebbe a quelle esposte al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.  

Quanto affermato si sposerebbe in pieno con una delle teorie sviluppate dal Prof. Daniele Castrizio, docente di Numismatica all’Università di Messina e fondate su fonti letterarie e dati archeologici: i due guerrieri rappresenterebbero due fratelli (Eteocle – Bronzo A – e Polinice – Bronzo B – ?) e apparterrebbero a un gruppo originario di ben cinque statue che affonderebbero nel mito dei Sette contro Tebe collegato a quello di Edipo e che rappresenterebbero quasi un fermo-immagine che narra il duello dei due fratelli.

Sky News, proprio in occasione del Cinquantesimo ha effettuato un servizio che racconta questa teoria e che mostra al mondo la ricostruzione grafica elaborata da Castrizio e Autelitano visual designer italo-svedese. Lo stesso Autelitano è animatore del progetto Magna Grecia 3D, che con la’iuto delle nuove tecnologie, ricostruisce una serie di opere e percorsi dove, oltre ai Bronzi di Riace, sono presenti la Testa del Filosofo, la Testa di Basilea, i Kouroi di Reggio, Lentini, Mozia, il Satiro Danzante e la Venere Lanzolina. Uno studio che mette al centro il colore come elemento caratterizzante l’arte greca.

La testa del Bronzo A mostra una fascia posizionata all’altezza della fronte, elemento rimasto pressoché invisibile sotto l’elmo. In effetti sulla testa della statua c’era un elmo corinzio, ipotesi dimostrata da tracce ancora perfettamente leggibili sulla statua: si tratta dei due intagli triangolari che si trovano sulla fascia, posti all’altezza delle meningi.

Inoltre l’area conservata liscia e piana sulla nuca della Statua A non è compatibile con l’anatomia umana, ma sarebbe adattabile alla parte posteriore del copricapo corinzio, l’elmo. Idem per il rigonfiamento artificioso dei capelli, giustificabile unicamente come sporgenza atta a dare ulteriore supporto all’elmo, rendendolo più aderente alla capigliatura. Infine la barra di supporto posta sulla parte sommitale della testa, che doveva garantire stabilità all’elmo. Dai segni visibili si nota come il perno originale, rottosi nell’antichità, sia stato sostituito da un altro più robusto, ma con un lavoro più inaccurato. 

Riporto qui solo alcuni dettagli di una teoria che non solo appare ormai accreditata e confermata da tutte le ricerche effettuate, ma che andrebbe a rafforzare l’ipotesi che quel 16 agosto di 50 anni fa, qualcosa sia stato taciuto e qualcos’altro sia stato trafugato con la complicità di molti. E che probabilmente molto, troppo sia stato taciuto. 


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