Uniamoci, Bartleby di tutto il mondo!

di Elisa Mauro

«La gloria o il merito di certi uomini consiste nello scrivere bene; quello di altri consiste nel non scrivere», Jean De La Bruyère. 

Ha scritto e pubblicato finora, settantaquattrenne, 39 opere, tra cui i capolavori Esploratori dell’abisso, Il mal di Montano e Dublinesque, Kassel non invita alla logica. Quindi non si potrebbe definire propriamente un Bartleby. Enrique Vila-Matas è piuttosto uno a cui piace davvero scrivere (bene) e che non conosce modo migliore per dimostrare al mondo la sua incredibile originalità in quella spensierata e continua provocazione che lo rende uno dei mostri sacri della letteratura mondiale. Almeno per noi. 

Bartleby e compagnia, uscito in Spagna nel 2000, è il suo libro del silenzio. Il libro che narra come si può essere in sintonia (o quasi) con il proprio ego artistico senza dover a tutti i costi scrivere qualcosa. Ne sono un esempio i migliaia di barlteby, gli scrittori del No, che hanno popolato questa terra, «esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo». 

Sono quelli che non scrivono nulla, pur essendo reale il loro grandissimo talento per la letteratura, e se lo fanno per una sola o per poche volte nella loro intera vita rimangono poi appesi a quel filo a miglia di distanza dal terreno senza procedere avanti né tornare indietro. Senza paure, timori, ma fermi solo nel silenzio e nel suo equilibrio. 

Bartleby e compagnia è la sfera dell’ironia e dell’amore nei confronti dell’arte della parola scritta intorno a cui ruotano personaggi incredibili, da Rimbaud a Salinger, da Socrate e Tabucchi, che hanno avuto modo di trarre dalle loro esperienze artistiche e (auto)celebrative la giustizia nel dire no. 

La scelta di restare in silenzio e farsi bartleby è una scelta ancora più saggia perché non annulla le loro opere precedenti, il talento di un autore, al contrario, il ripudio nei confronti di ciò che si è fatto avvalora ancora di più l’opera stessa, spiega a parole sue lo scrittore barcelonès

Bartleby, in fondo, non è nient’altro che un impiegato, proprio come il protagonista del romanzo, che inizia a ricercare tra i suoi studi, in un periodo di tempo di malattia dal lavoro, questi esseri umani vissuti in epoche diverse ma congiunti tra loro dal fatto che abbiano mostrato in sé una profonda negazione del mondo.

Bartleby è uno scrivano nato dalla penna di Herman Melville che «non beve mai birra, tè o caffè come gli altri; non è mai andato da nessuna parte, giacché abita nell’ufficio, dove trascorre persino le domeniche; non ha mai detto chi è né da dove viene, né se ha familiari a questo mondo; quando gli si domanda dove è nato o gli si affida un lavoro o gli si chiede che racconti di sé. risponde invariabilmente: preferirei non farlo», perché Bartleby è un personaggio che fa da specchio alle nostre eccezioni, alla timida voglia di non esibirci, di non dover a tutti i costi dire. 

Enrique Vila-Matas

La sindrome di Bartleby, per giunta, in letteratura, è molto più frequente di quanto si immagini, sebbene il nostro autore inserisca nomi e opere farlocche per dare ancora più coraggio al racconto del povero impiegato in cerca di ispirazione sul nulla, dopo venticinque anni di assenza dalle scene letterarie, in seguito a quel successo leccato di sfuggita con la pubblicazione di un primo romanzo d’amore. 

C’è poi un altro modo per dire di no, fa spiegare al suo protagonista Enrique Vila-Matas, ed è di certo quello più semplicistico del morire. «L’arte è una stupidaggine, disse Jacques Vaché, e si uccise, scegliendo la via più rapida per diventare un artista del silenzio».

Eppure Vila-Matas non darà molto spazio ai bartleby suicidi, poiché, come scrive lui: «Penso che nella morte per mano propria manchino le sfumature, le sottili invenzioni di altri artisti – il gioco, in fin dei conti, sempre più fantasioso di uno sparo alla tempia – quando arriva il momento di giustificare il proprio silenzio». 

È straordinaria, in effetti, a un certo punto della trattazione l’incursione dell’opera Pedro Pàramo, un romanzo di Juan Rulfo. Dopo il successo, che scrisse come venisse dettato da una forza superiore, Rulfo per trent’anni si ammutolì. «Quando gli domandavano perché non scriveva più, soleva rispondere: “È che è morto lo zio Celerino, quello che mi raccontava le storie”».

Che fosse una scusa o no, Rulfo è tra i più grandi ispiratori degli scrittori del No che hanno dato l’addio alla penna nel modo più divertente. «Adesso, diceva, perfino i fumatori di marijuana pubblicano libri piuttosto strani, no? Io ho preferito mantenere il silenzio». 

L’«eterno silenzio scrittorio» è il monito finale a continuare a sperare in un mondo migliore, fatto di arte necessaria, di parole necessarie, dello svelamento del fraintendimento alla base del nostro sentirci artisti rispetto a quella che è una cruda realtà, ma pur sempre più vera di tutto. 


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