I protagonisti di Sudarìa: intervista a Ninotchka (Mimmo Pesare)

di Elisa Mauro

Incontrarlo è stato come riconoscere l’amore per ciò che si fa, il dolore di ciò che si è vissuto. Mimmo Pesare è creatore di Ninotchka, un progetto musicale inedito che ha a che fare con l’identità sincretica proponendosi di diffondere un percorso sonoro raffinato, elettronico, decisamente nuovo. 

Farà piovere la musica del suo apprezzato disco Temporalità a Sudarìa Festival giovedì 15 settembre a partire dalle ore 21.30 nella suggestiva Rotonda a Mare di Senigallia.

Insieme al bassista tarantino suoneranno Giorgio Consoli, Marco Ancona ed Ester Ambra Giannelli. Ciò che meglio descrive il nostro incontro è la storia che è riuscito a raccontare.

Da cosa nasce Ninotchka

Ninotchka nasce da una serie di esperimenti che facevo a scopo ludico a casa mia. Le mie innumerevoli esperienze nelle band con cui ho suonato da quando avevo diciassette anni, sia a Sava, il mio paese nativo, che a Lecce, dove ora abito, mi avevano donato già tanto.

E come succede intorno ai trent’anni, quando devi concentrarti sul lavoro, sul tirare a campare, per parecchi anni ho lasciato di suonare. Ma è stato un tempo ristretto, quello vissuto senza musica, perché a un certo punto l’arte, la musica suonano e ti dicono: «Ehi, guarda che ci siamo anche noi!». 

Così accade che una decina di anni fa acquisto il mio primo computer Apple scopro e imparo a utilizzare alcuni software per la produzione audio. Nel giro di pochissimo tempo quello diventa il mio gioco, la mia ricreazione.

E soprattutto dopo tanti anni di militanza attiva nelle band, mi permette di fare qualcosa di solo mio.

Un’esigenza?

Sì, all’epoca era proprio così. Mi rendevo conto che con il digitale era come creare qualcosa di personale senza doverlo sottoporlo a compromessi e a scelte artistiche che con l’andare del tempo non ti appartenevano neanche più. 

E un desiderio…

Esatto, un desiderio che si è costruito in quegli anni, in questa esperienza domestica, nella mia cameretta. Familiarizzavo con questi nuovi linguaggi, essendo un bassista classico e piano piano mi si svelava davanti agli occhi un mondo nuovo. Acquisivo sempre più materiale, più tecnologia, più conoscenza della musica, appassionandomi a un certo suono diverso. Ho costruito così un mio set up portando in scena con Giorgio Consoli il primordiale, ancora anonimo, progetto Ninotchka. 

E in cosa consisteva? 

In un reading musicato dal vivo, esibito per la prima volta durante l’anno cosiddetto basagliano, dedicato cioè a uno studioso, Franco Basaglia appunto, che ho molto amato.

Con un sintetizzatore, un campionatore e altri strumenti elettronici, con Giorgio portavamo in giro uno spettacolo che doveva essere qualcosa di sporadico e circoscritto ma che invece ci è stato richiesto sempre di più, tanto da ripeterlo in decine e decine di repliche in tutta Italia.

Non potevate di certo fermarvi. 

Assolutamente no. Anzi, proprio così vede la luce Temporalità, il primo singolo di quello che non sapevo che sarebbe diventato addirittura un vero e proprio LP. Ho sottoposto musica e testo a un mio caro amico, Marco Ancona, che è il chitarrista dei live di Ninotchka e produttore.

All’epoca c’era questa canzone che funzionava molto e diventava sempre più forte il desiderio di condividerla con il pubblico. Nell’underground le voci su di noi si diffondevano, il progetto piaceva, il pubblico era sempre più numeroso ai live.

Poi è uscito il brano Scegli (ft. Gianluca De Rubertis), secondo singolo, e poi il terzo In nessun posto interpretato dalla magnifica voce di Emidio Clementi dei Massimo Volume, che io vedevo come un sorta di creatura mitologica, un eroe. 

Se penso ai miei vent’anni, alle emozioni che mi suscitava il disco “Lungo i bordi” (1995), non avrei mai immaginato che un giorno Emidio Clementi avesse potuto prestare la voce a una mia canzone.

Come vi siete conosciuti? 

Io ho scritto un libro nel 2017 Jacques Lacan spiegato dai Massimo Volume, un manuale che utilizzavo e continuo a utilizzare per spiegare alcuni concetti complessi elaborati dallo studioso e psicoanalista dei parlesseri ai miei studenti universitari. Poi l’ho intervistato in radio. E infine gli ho proposto la collaborazione. Quando ha accettato il me ventenne non poteva crederci, stava sognando. 

E poi? 

Chiaramente anche la stampa, progressivamente, ha cominciato a interessarsi al mio progetto.

Il quarto singolo Mare crudele scivolava poi sull’olio. Straordinario, con un featuring importante: la voce di Georgeanne Kalweit. Poi è uscito finalmente il disco in completa autoproduzione, stampato anche su vinile, distribuito in digitale e in fisico rispettivamente dalle prestigiose Believe e Contempo Records di Firenze e pubblicato con la NOS Records, un’etichetta che abbiamo creato ad hoc con Marco Ancona e Carlo Chicco.

Che disco è Temporalità? 

È un disco vero, intendo stampato su un supporto reale, che ha una rotazione radiofonica, con i suoi ascolti, qualcosa che si può toccare, non solo ascoltare. E ci tenevo tanto a questa doppia possibilità. Una cosa che avrei tanto voluto fare negli anni novanta quando avevo vent’anni, ma specialmente al sud era impossibile anche solo immaginarlo.

È di certo una delle cose più belle che ho fatto nella mia vita. E fortunatamente è arrivato alla mia età, perché l’ho accolto con una certa maturità. 

Sei anche un professore universitario, tra i più amati dall’Ateneo, la prestigiosa Università del Salento, in che modo ti poni con i tuoi studenti? 

Sono di certo un professore sui generis, perché tengo comunque a tenere separate le due cose, la vita professionale da quella artistica.

Mi è stata trasferita l’idea per cui l’Università è prima di tutto servizio pubblico e non metto nel mio lavoro quell’autoreferenzialità artistica che preferisco lasciare altrove. Io sono entrato in Università a trentacinque anni, adesso sono professore associato, e una delle cose in cui credo fermamente è la necessità di una distanza tra il piano pubblico e quello privato (dove per privato è inclusa anche la mia vita artistica).

C’è sempre bisogno di una “mancanza”: chi ha un ruolo istituzionale in qualche modo appartiene a tutti e quindi non può concedersi completamente, altrimenti si perde l’essenzialità del rapporto. Ma in ogni caso porto nelle mie lezioni cinema e musica come vettori. Cerco di inoculare il pensiero di autori complessi utilizzando come cavallo di Troia la produzione artistica che rientra nel consumo culturale giovanile di tutti i tempi.

Di cosa ti servi per erudire?

Mi piace molto il romanzo di formazione, ad esempio, perché la vera partita si gioca lì, noi siamo un racconto, il prodotto di una serie di incontri, come per Pinocchio che incontrando Lucignolo, fata e gatto e volpe, si trasforma come “soggetto”, in una sorta di processo di autoapprendimento. Nel mio piccolo, cerco di sottolineare l’importanza dei loro romanzi di formazione, fatti di incontri, non solo con le persone significative della loro vita, ma anche con i dischi, i libri, i film, i viaggi e le esperienze che li hanno trasformati come soggetti.

Sono sempre molto geloso della mia duplicità, quella pubblica e quella artistica. Non sempre funziona così, ma secondo me è così che dovrebbe funzionare. 

Che tipo di pubblico artistico è il tuo? 

In realtà pensavo che il pubblico di Ninotchka potesse rispondere a un identikit anagrafico (quello dei miei coetanei), ma fortunatamente mi sono sbagliato perché ho trovato un feedback importante anche in ragazzi molto giovani che cercano, probabilmente, quello che cercavo io nei dischi precedenti alla mia generazione.

Da cosa nasce Temporalità?

Il disco nasce come una sorta di concept album sul significato del tempo interiore nelle nostre vite. Ma il tempo interiore è sempre una cosa soggettiva, quindi in qualche modo doveva essere una specie di diario di bordo di questa fase della mia vita. Il bello della musica, tuttavia, è che quando parli di qualcosa di tuo e lo comunichi accade una sorta di riconoscimento hegeliano, per cui anche altre persone si rispecchiano nei tuoi testi. Ed è bellissimo, nei concerti, vedere altre persone che cantano le tue canzoni.

Di che momento parli? 

Il mio problema è la morte, come diceva Allen. Non mi rassegno all’idea di non lasciare qualcosa che non sia un figlio e continuo a scrivere, suonare e produrre dischi proprio per questo.

Il mercato discografico è completamente cambiato e oggi è difficile parlare di alcune cose senza toccare certi status symbol così di moda. Temi un po’ esistenzialisti, come il tempo che passa, non sono esattamente merce discografica, ma questo è il mio tema e non mi interessa sia trendy.

Quindi parti dalla musica o dai testi quando componi?

Parto dalla musica, sempre. Perché i testi spesso nascono solo testi. Ma fare una canzone è la cosa più difficile che ci possa essere. Quindi ho bisogno di ricreare la suggestione della colonna sonora che ho in mente. 

Non vediamo l’ora di vedervi e di ascoltarvi a Sudarìa.

Lo stesso è per noi. Senza il live non esiste un disco, la conoscenza, la connessione con gente che altrimenti non avrei mai avuto modo di conoscere. 

Ninotchka è un progetto complesso, di negazione del narcisismo che è protagonista dello showbiz. Qualcosa deve cambiare. I contenuti devono tornare in superficie. Me lo auspico, davvero. Il mio impegno è questo.

Cosa dobbiamo aspettarci dal live senigalliese?

Qualcosa di unico senz’altro, perché Ninotchka è un ambiente nuovo, fatto di musica da abitare, da riflettere, da condividere e perché no anche da ballare. 

Quando il nuovo disco invece?

Ci sto lavorando, non vedo l’ora di realizzare le idee che ho in mente e di vederle crescere. 

Ora l’industria discografica è una macchina macina dischi, ogni mese un musicista famoso, sorretto da grandi label, riesce a sfornare un nuovo disco, sembra quasi un percorso industriale, e lo è senz’altro. 

Parliamo di voi, degli elementi che animeranno il palco della Rotonda a Mare di Senigallia il 15 settembre a Sudarìa Festival. 

Ho la fortuna di essere accompagnato da grandissimi artisti: Ester, che canta, suona il piano elettrico e il violoncello, è straordinaria, perché fa sembrare semplice il suo essere brava in tutto; poi c’è Giorgio, amico di una vita e grande performer, che unisce la grande tecnica vocale alla sua attorialità; e infine Marco, che oltre ad aver prodotto il disco con me e curato egregiamente il missaggio, aggiunge esperienza a tutto il progetto.

Cos’è Sudarìa per Ninotchka? 

Se ho capito bene lo spirito di Sudarìa, mi sembra qualcosa di molto vicino al mio modo di lavorare: un percorso logico che non è marketing da cartolina o di facciata ma un discorso critico e mai banale sul Sud come dimensione antropologica.

E che cosa il Sud?

Per me il Sud è un concetto molto simile alla definizione di perturbante (Unheimliche) di Freud: ciò che è sicuro e familiare ma che, nondimeno, incute inquietudine. Un concetto paradosso, insomma: chi viene dal Sud sa bene che percepirà per tutta la vita il luogo da cui proviene come una croce e una delizia.


Se ti è piaciuto questo articolo, leggi anche I protagonisti di Sudarìa: intervista a Salvatore Basile.

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