I protagonisti di Sudarìa: intervista a Omar Di Monopoli

di Elisa Mauro

Omar Di Monopoli e il suo ultimo noir Brucia l’aria sono tra i protagonisti più attesi di questa prima edizione di Sudarìa Festival. La presentazione del romanzo, edito da Feltrinelli, si terrà in compagnia di Fabrizio Marcantoni, sabato 17 settembre, giornata conclusiva del Festival di connessione culturale, a partire dalle ore 18.00 presso la Biblioteca Antonelliana di Senigallia, in provincia di Ancona. Lo abbiamo intervistato per tutti i lettori de L’auditoriu.

Eccoli, sono tornati, cani che parlano e uomini che latrano, in un Sud che fa del self-made criminale il suo spirito più arguto e al tempo stesso più autodistruttivo. Non ti nego che all’inizio è stato difficile silenziare nella memoria le precedenti opere e cominciare a immaginare le scene del neo-western Brucia laria. Tuttavia, sin dal principio, sono numerosi i tratti comuni. È stato bellissimo riconoscerne gli spunti d’autore, riconoscere il tuo stile unico. Nato da cosa e quando? 

Parte da una serie di riflessioni sul Sud e sulle similitudini che i «miei» spazi avevano con quelli del cinema americano (una notazione che ha padri prestigiosi, si pensi a Sergio Leone che reinventò il western partendo da una visione italianissima e persino “romanaccia” dell’archetipo americano). Ma poi con gli anni vi ho innestato sopra una serie di caratteristiche geo-linguistiche che hanno finito per connotare in maniera autonoma e originale questo mio universo letterario, che alla fine parte e finisce con la Puglia.

Abbiamo ritrovato Languore, questo microcosmo anarchico e impunito, fatto di retaggi duri a morire e di croste, pluristrati che appartengono ai protagonisti, killer spietati, in alcuni casi, in altri – perché no? – mancati ingegneri, medici o forse professori. Quanto c’è di mancato nel Sud che racconti? 

Forse tutto il mio Sud è una terra mancata. Una terra sedotta da promesse mai realizzate, da sogni puntualmente infranti. Ma ovviamente il discorso vuole essere lo specchio di qualcosa di più grande, di universale: quel Sud è l’insieme dei Sud del mondo, è il mondo, ed è, molto più prosaicamente, la vita quotidiana di ognuno di noi, un’esistenza in cui ciascuno finisce, per sopravvivere, a raccontarsi verità che non si concretizzano mai e quando lo fanno ci deludono. Il grande inganno, ecco, credo sia in realtà il tema di tutta la letteratura sin dalla notte dei tempi.

Rocco, Peppo, Gaetano, Pilurussu, senz’altro, ma soprattutto le donne, la signora Caraglia, – si sorprenderebbe a sentirsi chiamare signora? – e Nunzia, la capofila, sempre traini di maternità maladattata e d’amore menomato. Madri del Sud contemporaneo che parlano la lingua del sacrificio e contestualmente della adeguatezza alla società cui appartengono. Analfabetismo e lotta a campare, è ancora così difficile per donne come loro vivere ai margini?

Il discorso è complesso e articolato. Provo a rendicontare la mia posizione: in tutti i miei lavori cerco di descrivere un modello di donna che è all’apparenza uno stereotipo – la donna del boss, la principessa da salvare – ma poi via via che la trama incalza si scopre sempre che esse sono latrici di una qualche forma di verità svelata (in questo ultimo romanzo Nunzia rende il suo ex fidanzato votato al crimine conscio di aver perduto tutto, l’amore, il rispetto, la serenità, per non aver saputo scegliere una vita “adulta”, fatta di sacrifici e duro impegno anziché di moto di grosse cilindrata e rotoli di banconote sempre in tasca).  Pertanto personalmente promuovo una idea del femminile come portatore di consapevolezze, magari amare ma che fanno crescere. Ovviamente la realtà è meno schematica e piena di gradazioni complesse da racchiudere in una sola storia.

Il paese immaginario di Languore racchiude il male e il meno peggio della società del sud che racconti, come la criminalità e l’omertà, eppure in alcuni eccessi questa volta s’intravede uno spiraglio di bene. Sembra provenire dal nucleo animale di ogni uomo che hai fatto nascere là in mezzo. C’è davvero speranza?

No. O meglio, la speranza è fuori dai libri, fuori dal racconto. La speranza è nel lettore che si indigna perché trova le storie criminali esagerate e offensive per la propria terra, e quindi rivendica il lavoro e la passione investita quotidianamente da un sacco di volontari per migliorare luoghi che non sono solo lande desolate di male e corruzione. Ma la speranza è anche in chi invece scopre che questi romanzi non sono di fantasia ma attraverso il genere raccontano la realtà molto più fedelmente delle brochure oleografiche delle associazioni turistiche locali. La speranza è nello stupirsi ogni giorno di quanto, assieme alla atroce cattiveria di cui l’uomo è capace, un semplice gesto nobile, una cortesia spassionata, un sorriso, possano salvare una vita.

Piromani, incendi che divampano dal nulla, un clima rovente, Livio rivela finalmente in sogno di cosa si tratta Come na maledizione è: non la puoi scacciare, non la puoi curare. Però ti dà la forza, ti dà il potere…, gli fai dire. Pare proprio che sia il fuoco a creare il piromane, e non il contrario. Non solo vandalismo, ma per chi lo compie è piuttosto l’allestimento, la messa in scena meticolosa di un vero e proprio spettacolo. Cos’è la piromania in Brucia laria, protagonista o diversivo? 

Sicuramente protagonista. Ma l’idea è naturalmente di far diventare questa patologica e autodistruttiva propensione verso la fiamma come una metafora dell’intero Sud, una terra votata alla vampa perenne e rumorosa che stupisce e strabilia ma poi lascia dietro di sé solo macerie. Ecco, il mio Sud è un luogo capace di sorprendere ogni giorno, un posto pieno di gente indomita e verace, ma che sottotraccia lavora per seminare solo devastazione, illudendosi di fregare tutti – ma invece fregando sé stesso

Il sentirsi criminali è un’altra componente indispensabile di molti attori di Brucia laria. Alcuni protagonisti lo vorrebbero essere più di quanto lo sono o lo riescono a fare nella loro realtà. Sembrerebbe il paradosso della riconoscibilità tra pari, della ostentazione dei titoli a cui noi sùd(ici) teniamo molto. 

Un certo «gattopardismo» al Sud è ancora lì, monolitico, ed è difficile scalzarlo. Però ci sono anche degli elementi storici e sociali a motivarlo, elementi difficili da affrontare in poche parole ma che non a caso finiscono nei romanzi, nei film, nelle storie. Ogni scenario umano è sempre figlio di una commistione di concause. Il dovere di noi meridionali sarebbe quello di conoscere la propria storia, imparare a discernere il vero dal falso (questo è vero per chiunque, in realtà, ad ogni latitudine). In questa epoca di informazione “social” la vedo assai difficile.

Anche l’inquinamento industriale dell’ex-Ilva – un tema a noi molto caro – non è solo un puntino sulla scenografia principale del romanzo. Cosa ne pensi, Omar, di questa vecchia e ormai ingombrante macchina di acciaio, morte e malaffare?

Penso che abbiamo subito per decenni un ricatto esiziale, prendendo “vita” (gli stipendi con cui gli operai pagano un’esistenza decorosa alle proprie famiglie) in cambio di “morte” (l’obolo quotidiano di morti per cause sanitarie legate allo stabilimento ma anche l’uccisone lenta e inesorabile dell’ambiente: delitti veri e propri perpetrati legalmente). Un ricatto che al momento ha stritolato una fetta corposa della provincia, e che non mi pare possa esser facilmente risolvibile.

La meravigliosa scelta stilistica di abbandonare trattini e tratteggi, virgolette e caporali, fa di te uno scrittore innovatore, di certo un rivoluzionario. È incredibile  come, nonostante i nostri schemi d’acquisizione, riusciamo a intendere perfettamente i discorsi diretti, evidenziati fortemente dal registro dialettale, che lasci a trascinarsi come velieri nel mare del racconto aulico. È come un incantesimo, un mentalismo. Come ci riesci? Come ci riusciamo noi, a capirti fino in fondo? 

In realtà non è una scelta nuovissima, maestri come Joyce Carol Oates, Davis Grabb, Cormac McCarthy e Jose Saramago lo facevano in tempi non sospetti. La mia è semplicemente una idea “grafica”: odiavo tutti quei trattini e virgolette perché amo la pulizia di una pagina, quella romanzesca, che per me è già densa e bastante di suo. Poi, siccome ogni romanzo è una partitura musicale, basta abbandonarsi all’ascolto per entrarci “dentro”. All’inizio magari non è facile, ma una volta cominciato non si finisce più.

Più che un romanzo da leggere, è una meravigliosa sequenza fotografica da ricomporre. Il visual, come sempre, è predominante.

È perché vengo da un retaggio grafico, estetico: i miei primi passi nel mondo delle storie l’ho fatto da aspirante fumettista, posseggo un approccio visuale alle cose, ecco perché nei miei romanzi le descrizioni sono importanti, preferisco far vedere più che dire, che poi è una regola fondamentale della scrittura, lo «Show, don’t tell».

A settembre parteciperai a Sudarìa, il primo Festival dedicato alle connessioni culturali tra centro e i Sud del mondo, ai suoi sincretismi. Quest’anno partiremo con il racconto del nostro Sud Italia. E ci onori con la tua presenza. Sei stato il primo protagonista scelto per Sudarìa. Forse questo non lo sapevi.

Sono naturalmente onorato e lusingato per la fiducia che mi accordate. Sarà bello e divertente, immagino, e mi piace sempre tanto parlare di Sud in luoghi in cui alla fine, si scopre esser comunque a Sud, perché questo concetto non è mai limitato alla posizione geografica, è una forma mentale, un meridione dell’anima che ci parla di noi, del nostro rapporto con le cose. Bello!

Brucia laria, che presenteremo il 17 settembre alle ore 18.00 presso l’incantevole Biblioteca Antonelliana di Senigallia in compagnia del suo autore e di Fabrizio Marcantoni, è un romanzo che dialoga in vernacolo e racconta in modo solenne, insomma è il totale sincretico dei pezzi che ci compongono. Proprio come Sudarìa.


Se ti è piaciuto questo articolo, leggi anche I protagonisti di Sudarìa: intervista a Salvatore Basile.

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