I protagonisti di Sudarìa: intervista ad Antonella Caputo

di Silvio Nocera

Quello che mi è rimasto impresso di Antonella Caputo, salentina, scrittrice alla sua seconda opera, insegnante di scuola primaria, è stato il senso delle sue mani prodighe e quella loro capacità di impastare ed offrire. Mani che accolgono i bambini, che plasmano parole uscite di getto dal suo petto, che abitano e celebrano la terra diventandone al tempo stesso estensione, àncora, grumo di vita, cura e giaciglio sicuro.

Per entrare nel suo mondo ci vuole pazienza, fiducia, amore. Serve quello sforzo per superare la naturale ritrosia di certe donne che sembrano saltate fuori da un tempo altro e sospeso, che appaiono delicate e antiche, ma che sono le sole a saper custodire nel grembo della Madre Terra un tesoro di passione, maternità, accudimento.

«Mi dedico ai bambini come passione fin da quando ero piccola e giocavo a fare la maestra o la levatrice. Cerco di instaurare con loro una relazione per farli stare bene. Un po’ quello che provo a realizzare con i miei romanzi, da una parte con il lettore, dall’altra con le storie dei personaggi che racconto», attacca così.

Assieme a Livio Romano, Antonella interverrà a Sudarìa – Venti dal Sud il prossimo 15 settembre 2022, presso il Palazzetto Baviera di Senigallia per presentare Quando saremo grandi, il suo secondo romanzo.    

Emozionata?

Si, è la mia prima intervista. Non ci sono abituata. Sono solo al mio secondo romanzo. 

Mi pare un gran traguardo, c’è chi non riesce a completare nemmeno il primo…

Il mio secondo romanzo è molto diverso dal primo e sono effettivamente fiera di aver superato la “sbronza” da esordio. Il mio rapporto con la scrittura è una storia di vita. Prima di iniziare a pubblicare, e fin da quando ne ho memoria, ho sempre scritto: all’inizio era un diario, poi mi sono avvicinata alla poesia e nel frattempo dipingevo.

Un naturale bisogno di esprimersi, quasi di buttare fuori

Esatto. Sentivo l’esigenza di dare forma al mio universo interiore con modi e linguaggi che fossero solo miei, non solo che mi rappresentassero, ma capaci di dare la forma perfetta ai tumulti emotivi che vivevo. Ad esempio, la pittura mi aiutava a trasformare le esplosioni di rabbia in caleidoscopi di colore, a riconvertirle, diciamo, dando loro vita nuova

Sei un’impulsiva?

Sono tormentata, come tutti coloro nei quali l’emozione spesso prende il sopravvento. La scrittura e i suoi meccanismi mi hanno aiutato a direzionare questa energia e io stessa ho voluto farne uno strumento di cura per me e per il lettore. Intendiamoci bene, non parlo di patologie, ma di una strategia per migliorare e migliorarsi, per smussare gli spigoli, per prendersi cura di sé stessi e del mondo che ci circonda. La scrittura per me ha una funzione terapeutica: porta a galla i sedimenti, trasforma, redime, è capace di oggettivare in un processo che è in grado di estrarre, segmentare e mettere allo specchio, di fronte a noi stessi, quelle parti di noi che, per paura, comodità, pigrizia, stiamo attenti a non  “disturbare”

Come hai trasformato questa passione in professione?

L’incontro con Livio è stato fondamentale. Ci siamo conosciuti a scuola. Lui sponsorizzava un corso di scrittura e da lì ho iniziato. È stato un lavoro lungo: ho cominciato disseppellendo dal famoso cassetto – che ognuno di noi ha – i miei scritti e ho ricominciato a mettere su carta le storie che avevo in testa. Ed è nato il mio primo romanzo Senza biglietto di ritorno, edito da Pequod, casa editrice anconetana. Incredibilmente le Marche tornano sempre. Sono passata dal vivere la testualità come impulso a praticarla come disciplina. Ho iniziato vomitando storie e racconti che traevano spunto da impressioni ed episodi di vita e ho poi lavorato per strutturarle, quasi in modo neoplatonico, tirando fuori dalla materia grezza le idee e le forme già contenute, rimodulandole, rimodellandole, mettendole a sistema.  

Parli di Quando saremo grandi?

Se con Senza biglietto di ritorno ho esordito, col secondo anche sono diventata grande. È stato un percorso interiore, partito dal ricordo di un frammento di vita di cui sono stata spettatrice e che è rimasto impresso nella mia memoria. Da bambina avevo assistito a un pianto disperato di una bimba. Questa immagine si è sedimentata ed è tornata fuori in questo romanzo da cui tutto ha preso vita. Mi sono riscattata da storie vissute o ascoltate. Eppure anche questo è un romanzo venuto dalla pancia. Ho la tendenza a indagare, non solo a inventare una storia, scoprendo i legami di causa-effetto e le motivazioni interiori che stanno alla base. C’è sempre sotto qualcosa: problematiche, traumi non risolti, ferite.

So che non ti piace raccontarne la trama.

È così. Il fatto è che tratto i miei lettori come se fossero me medesima: da lettrice, una volta letta la trama, perdo interesse. Il mio rapporto con le storie passa per la scrittura: se il ritmo e lo stile mi coinvolgono fin dalle prime righe mi incuriosisco e mi metto a leggere, altrimenti mi passa la voglia. Ed in questo il fattore sorpresa gioca un ruolo di primo piano. 

Lo capisco! Facciamo così: non ti chiedo di farmi uno spoiler, ma di incuriosire chi ci legge. Di cosa parla Quando saremo grandi?

È un romanzo sull’amicizia, sull’importanza dei rapporti che maturano nel tempo e si consolidano. Parte tutto dall’intreccio di relazioni che coinvolge un gruppo di vecchi amici che hanno costruito e consolidato i loro rapporti nei lunghi pomeriggi trascorsi a confrontarsi appollaiati sul muretto di un lungomare del Salento.

Si tratta di una storia che attraversa gli anni, tra andate e ritorni, ora nel perdersi, ora nel ritrovarsi alla soglia dei 30 anni, un po’ uguali ma allo stesso tempo diversi, segnati ognuno dalle proprie storie, dai propri fardelli.  Amicizie generazionali e sincere, di quelle che fanno una vita, e per le quali non basterebbe una vita di racconti.

Laura, una studentessa modello ventinovenne, ancora in casa con i genitori, sente il bisogno di cambiare la sua situazione. È cresciuta all’interno di una famiglia opprimente, i suoi genitori sono invadenti e hanno caratteri molto problematici. Deve in effetti decidere cosa fare della propria vita per renderla davvero sua. Vuole cambiare tutto e comincia a cercare lavoro come babysitter.

Sarà il fortuito incontro con Stefano, padre separato con una figlia a carico che piange per strada e che lui calmerà e addormenterà dolcemente, a far scattare lo schioppo della serratura del cuore di Laura che, da parte sua, non può fare a meno di paragonare quel rapporto padre/figlia con la sua infanzia.

C’è molta psicologia, mi stai raccontando un romanzo di formazione e autoformazione.  

È anche un romanzo di formazione, si. Perché tutto nasce da una sorta di meccanismo di rimozione che fa in modo che spesso “dimentichiamo” i traumi, per evitare di rivivere certe sofferenze. Ma si tratta di un’illusione: tutto in effetti sta ancora lì e ha bisogno di sgorgare fuori per poter essere elaborato e superato.

Ancorare i traumi all’inconscio significa solo metterli in pausa. È un po’ la storia di Riccardo, amico di Laura, che la vita metterà di fronte a sé stesso portandolo a decidere di compiere il suo personale salto; o quella di Elisa, ex moglie di Stefano, figlia ricca e viziata di un ginecologo, orfana di madre, fuggita al Nord, legata a Laura e Riccardo da quell’antica e dimenticata amicizia di gioventù sbocciata su quel muretto affacciato sul mare salentino che ritornerà. E lo farà attraverso un vero e proprio viaggio di recupero fisico e mentale, quando Laura e Riccardo partiranno alla volta di Crema per rintracciarla. 

Amarcord?

On the road! Lo spazio e il tempo di uno spostamento fisico che prima di tutto è mentale. Che serve a tornare sulle orme del proprio passato con piedi e scarpe nuove. Non per rivangarlo passivamente, ma per “trasformarlo” in occasione di maturazione e crescita.

In questo senso è anche un romanzo sul ruolo del caso, sul rapporto genitori/figli, sull’omosessualità, sull’accettazione, sulla droga, sulla relazione tra la vita e la morte. Nel mio libro ho voluto fare in modo che fossero i personaggi a  raccontare sé stessi: ho cercato di “mettermi da parte” come narratrice per lasciare a loro lo spazio vitale, facendo sì che i loro vissuti emergessero attraverso il dialogo interiore con sé stessi.

E infatti lasci la sensazione che resti sedimentata una ricchezza a tratti sommersa, una ricchezza che si trasforma in quella pudicizia necessaria a schermirla da sguardi indiscreti.

Ho cercato di fare proprio questa operazione: coprire il mio romanzo con un velo. Le sue trasparenze fanno sì che l’essenziale disveli man mano dettagli che affiorano gettando luce sulle ombre dell’anima dei personaggi (e con loro su di noi) in una tensione che spinge il lettore a proseguire nella lettura. Ma non tutto si rivelerà completamente: il romanzo alla fine lascia molto spazio alla libera interpretazione sul tracciato di un percorso che chi legge potrà fare variamente suo…

Fermati! Non dire di più altrimenti togli il bello di una sorpresa che non vogliamo perderci.

Dico solo che è un romanzo in cui c’è tanto e con tanto intendo che si tratta di un libro che prova a indagare, scavernare, anzi squadernare l’animo umano nei suoi vari angoli di rifrazione col mondo. Lo fa con uno stile intimista e con un occhio rivolto a quello strano meccanismo delle porte scorrevoli, per cui determinati eventi, a volte fortuiti, uniti ai casi del destino, cambiano radicalmente le vite delle persone, in questo caso i personaggi, che ne sono protagoniste. Grande spunto per me è stato Caos Calmo di Sandro Veronesi.  

Dalle mie parti si dice: non dire mai di quest’acqua non voglio bere…

Esatto. È un errore che va assolutamente evitato. Perché potresti ritrovarti a dover bere proprio quella, di acqua. Diventare grandi significa anche questo, così come sapere accettare gli imprevisti che la vita pone sul nostro cammino o saper mettere da parte certezze assolute. 

A chi dedichi questo romanzo?

Lo dedico ai molti, troppi trentenni che non sanno cosa vogliono essere da grandi, anche se grandi lo sono già. Lo offro a tutti noi come strumento privilegiato di osservazione per aiutarci ad affrontare una realtà sempre più complessa, sovrastimolata. E lo dedico al Sud, o meglio al mio Sud, quello che mi sento  proprio, che ho cercato di raccontare attraverso la sua gergalità caratterizzante, che esula dagli schemi letterari, cinematografici, pubblicitari in cui si tenta a torto di rinchiuderlo. Lo dedico a quel Sud che è terra, calore, campagna e mare. Lo dedico a quello spazio mentale che è mio ma che ho cercato di donarvi. 


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