I protagonisti di Sudarìa: intervista a Livio Romano

di Silvio Nocera

Livio Romano, autore, giurista, dottore di ricerca in Storia della letteratura italiana, docente di materie umanistiche, diritto, narrazione presso Università, licei e associazioni varie in Italia e all’estero, è un intellettuale salentino dall’empatia e simpatia coinvolgenti.

Collabora con le pagine culturali baresi del Corriere della Sera e La Repubblica e ha curato per Radio Rai 3 i radio-reportage Gli uomini dalla testa di girasole e Diario elementare e il radiodramma Il fascino mite delle travi di legno. Appassionato di accatastamenti culturali e di quei luoghi in cui lingue e culture si incontrano, nel 2005 ha scritto e pubblicato per Big Sur il lungo reportage dalla Bosnia Dove non suonano più i fucili.

Sarà lui ad animare, assieme alla compagna Antonella Caputo il primo evento di Sudarìa – Venti dal Sud: il prossimo 15 settembre alle 18 presso Palazzetto Baviera di Senigallia il Festival presenterà il suo ultimo romanzo, A Pelo d’Acqua, portando al pubblico un Sud diverso e inaspettato, quello di una quotidianità fatta di schemi familiari, impicci giornalieri, paturnie sentimentali, incontri inattesi e strane relazioni di buon vicinato con personaggi provenienti da un altro mondo. 

Se dovessi descrivere la tua verve intellettuale come lo faresti?

Sono uno che non riesce a stare fermo. Mi piace cambiare, sperimentare, faccio sempre cose diverse. O almeno cerco di farlo, sia sotto il profilo linguistico, sia sotto quello narrativo. 

Partiamo da una traccia per i nostri lettori. Nonostante tu abbia prodotto numerose opere letterarie, muovendoti da uno stilema all’altro, attraverso schemi e proposte narrative spesso diverse l’una dalle altre, c’è un dettaglio che mi ha colpito più di tutti: Daniela Carmosino ti ha paragonato a Carlo Emilio Gadda.

Ride e la sua voce si scalda. Quella recensione uscì in occasione del mio esordio con un libro che  frequentava – nel senso che vi curiosava come dentro a una soffitta piena di prosodia e gergalità –  il pasticccio letterario: cascami di dialetti impastati, inglesismi, linguaggio aulico che, utilizzando alcune figure retoriche come l’anticlimax, cercavo di traslare in lingua comune, alla portata di tutti.

Si trattava della mia prima opera cui hanno fatto seguito altre in cui ho continuato a giocare con la lingua (o meglio con le lingue) in maniera diversa più piana, cesellata e caratterizzata che conservava però un certo ritmo veloce. A un certo punto, ormai quasi 10 anni fa, reduce dalla completa lettura di Gadda e dopo essere rimasto fulminato dall’Adalgisa, mi sono detto: proviamo a ritornare alle origini. Visto che non mi caga nessuno, mi metto a scrivere come mi pare, forte però di uno sguardo più maturo, più cinico, più disincantato.

E poi cosa è successo?

Mi sono accorto che, al di là del gioco con la lingua, sentivo la necessità di imparare a costruire le trame, i plot, le storie, i personaggi che reggessero un intero romanzo. È quello che ne è uscito è stato il romanzo Per Troppa Luce, arrivato nel 2016 finalista al Libro dell’Anno di Fahrenheit di Radio Tre. È un libro fitto e denso con una storia robusta alle spalle. 

Arriviamo a noi: Cosa c’è sotto A Pelo d’acqua?

Innanzitutto ci sono tante risate. Ho riso molto mentre lo scrivevo e hanno riso gli altri quando lo hanno letto.  A Pelo d’Acqua racconta la storia, gli impicci, le relazioni, gli slanci e le inversioni a U di Vasilio Navarra, insegnante e scrittore quarantottenne, naturalmente vocato a ficcarsi nei guai.

Dopo la separazione, si divide tra le lusinghe degli incontri online e il desiderio di costruire una nuova relazione stabile, tra i tentativi di scrivere il romanzo della sua vita. Quando però la moglie si trasferisce per lavoro, i figli adolescenti tornano a vivere con lui e ogni piano è spazzato via dai doveri paterni.

A complicare le cose, il misterioso dirimpettaio Thom Karremans, colonnello olandese che a Srebrenica si fece da parte consentendo lo sterminio di diecimila bosniaci, piomba all’improvviso nella vita del professore. In poco tempo Vasilio diventa il confidente di Thom ma anche l’oggetto del desiderio della signora Karremans, evenienze che sulle prime lo fanno stare al gioco finché non si ritrova a essere il principale sospettato di un omicidio che porta dritto alla villa del militare.

Insomma c’è di tutto: un po’ di punk trasfigurato nel pop, una venatura di giallo, elementi di grottesco che scivolano, annacquandosi, tra le porte girevoli del come sarebbe stato se. Solo che i se i ma non hanno mai fatto la Storia.

Proprio così! In questo caso non hanno fatto la storia pianificata da Vasilio, ma hanno realizzato la sua storia! Con l’ultimo libro ho voluto dare una svolta pop, con una venatura noir (c’è un morto ammazzato) e un richiamo al filone del romanzo storico, provando a venire incontro al lettore, perché mi era stato recriminato che i miei libri fossero un po’ ostici. 

A Pelo d’Acqua è una storia che ne incrocia altre e si snoda sullo sfondo di accadimenti storici reali incarnati dal colonnello Thomas, personaggio realissimo a cui non ho nemmeno pensato di cambiare il nome. Le cose che ho raccontato sono vere, mi sono documentato. La mia passione per i Balcani nasce da reportage culturale sulla situazione della Bosnia post-bellica.

Non immagineresti mai che al di là dell’Adriatico c’è un popolo cosi colto, cosi antico, multi-religioso, multi-culturale. Ti do anche un’anteprima: dato che il romanzo verrà tradotto in spagnolo e il colonnello pare viva in Spagna c’è il caso che prima o poi si creino le condizioni perché lui venga a conoscenza del mio lavoro e che io incontri lui

A Pelo d’Acqua è un’opera che parla di Sud, ma lo fa in modo peculiare, attraverso una poetica e una narrativa che rifuggono dai classici topoi mafia, pizza, mandolino. Ed è anche per questo che ci piaci. Argomenta!

In effetti il Sud è un motivo ricorrente nelle mie narrazioni: racconto spesso del classico terrone che vuole andare nel continente e che poi inevitabilmente ritorna. Questo andirivieni è figlio di un’inquietudine, ma anche di una nostalgia, nel senso più etimologico del termine; è figlio di un viaggio che riporta alle origini per farti provare a fare cose buone per la terra che ti ha dato i natali. 

Rappresenta quasi un’ineluttabilità attraverso cui esprimo il mio amore verso il Meridione, ma che cerco di sdrammatizzare, a tratti attingendo da una sorta di commedia dell’assurdo e del reale che va contro qualsiasi moda letteraria in italiana. 

In che senso?

Non mi va e non mi piace raccontare solo il Sud della camurrìa. C’è anche un altro Sud, di persone normali, che vivono vite medie che condividono con tutti gli abitanti dell’Occidente. Mi interessa il tema della famiglia, del romanzo familiare. Ho il pallino della poetica della gente comune, sono un amante della commedia britannica, mi ispiro a Brancati e Tondelli.

A quel ragazzo di provincia che, come scrisse Mario Fortunato in Noi Tre, descrivendo la relazione con lui e con Filippo Betto, «è la storia di tre ragazzi che, provenendo dalla provincia, la abbandonarono non appena possibile per essere liberi di odiarla, è cioè per non abbandonarla mai».

L’argomento di cui mi occupo, la quotidianità, non è un argomento che possa appassionare, perché la gente non vuole ripiombare nella vita frusta di ogni giorno. Non è stato facile. Poi ho trovato questi ragazzi strepitosi di Les Flâneurs, la casa editrice che mi ha pubblicato, e ci siamo innamorati. Io di loro e loro di me.

Ci abbiamo scommesso e i riscontri sono stati positivi: nonostante il libro sia uscito a fine giugno e sia stato promosso ancora poco, sta vendendo bene. 

Il racconto della provincia, acquerelli di scene comuni, la butto lì: ci trovo un po’ di Raymond Carver.

In effetti ci sono due elementi: quello del minimalismo di Carver e quello dell’iperrealismo di Cappelli. Il mio stile non è chirurgico come quello di Carver, ma la poetica è quella, scorci banali, su cui cerco di fare luce; situazioni minimali e liminali.

In Italia queste cose le fanno in pochi. Amo molto frequentare il grottesco, come quello che traspare dal colonnello Thomas. Amo deformare certi tipi umani. Ti anticipo anche che A Pelo d’Acqua, tra l’altro, è la prima di tre opere: è l’inizio di un piccolo ciclo che completerò con altre due opere che avranno lo stesso stile. Storie diverse ma con lo stesso tono. 

Presenteremo anche quelle a Sudarìa che, nel frattempo, sarà diventata grande, un po’ come i tuoi libri.

Sarà un piacere! Ti dico di più: Sudarìa si tiene nelle Marche, che sono per me un luogo del cuore. Da studente iscritto a Perugia, percorrendo la dorsale adriatica, dovevo cambiare treno proprio ad Ancona. E appena lo facevo, era come se, permettimi, traslitterassi mentalmente. Entravo in un nuovo mindset che oggi ricordo come quello di tempi spensierati. Senza dimenticare che, ad oggi, se non avessi letto i racconti di Silvia Ballestra, anche lei tondelliana, che mescidava il suo dialetto marchigiano in modo così vivido, credo che non avrei mai provato il mio di pastis linguistico. Quindi, che Sudarìa sia!


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