NOT IN MY NAME: LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI

di Angela Maria Spina

Io ci provo tutte le mattine entrando in classe, a trovare le parole da porgere ai miei ragazzi per interpretare e comprendere la complessità.

Ci sono giorni, però, in cui insegnare storia, spiegare filosofia è difficilissimo, quasi impossibile. Sarà forse un mio limite, ma in quei giorni la solitudine di un docente diventa abisso: lo diventa aprire e leggere i giornali quotidianamente, spiegare il tempo e il mondo leggendo la storia contemporanea e soprattutto promuovere il senso di realtà che non ci è dato tralasciare.

In fondo, a scuola, noi rinforziamo la fiducia reciproca, partiamo insieme, magari cadiamo e poi sappiamo anche rialzarci, a scuola nutriamo le anime, insieme parliamo, ragioniamo, discutiamo, come accade in tutte le famiglie (quando ci sono). Qualcuno litiga e poi fa pace, qualcun altro sbaglia e chiede (o non chiede) scusa. Ma andiamo sempre a capo (proviamo a farlo) impariamo dagli errori, magari dai nostri stessi fallimenti che non sono mai pochi.

Piangiamo, sorridiamo e per lo più ci divertiamo fino a perdere la voce. È questo il vero mistico senso laico della scuola: apprendere sempre, tutti, e scegliere di farlo insieme.

DENTRO E FUORI LA SCUOLA

Così la scuola osa e vince: quando esce fuori dalla finestra e si riempie di mondo, quando dialoga per costruire ponti, lasciando ai propri ragazzi e ragazze, esperienze e ricordi che rimarranno quasi sicuramente indelebili per sempre.

La scuola che educa generazioni di ragazze e ragazzi ai contenuti dell’etica della responsabilità è la scuola della Costituzione, quella antifascista, plurale e libera che vorremmo fosse sempre insegnata.

La scuola della Costituzione, che deve sempre saper cercare le parole giuste per aiutare a comprendere e capire anche ciò che è sempre difficile spiegare: l’ingiustizia, la ferocia e le contraddizioni; sia pure quelle parole che non sempre riesce a trovare. Fedele al proprio compito, prova a contare sul proprio valore di scuola pubblica, laica, democratica, accogliente, che sa porsi in ascolto, dunque non può, non deve arrendersi, almeno deve continuare a provare sulla necessità di saper scommettere.

Se a scuola avessimo più giorni, più ore, più esperienze, magari capiremmo di più, per migliorare l’ascolto, la didattica e forse anche il lessico, quello, talvolta, fatto di parole inconcludenti o contraddittorie, per riconoscere i tradimenti e completi fallimenti.

Certamente sarebbe tutto diverso, soprattutto per la rigenerazione della cultura e della vita dei nostri alunni, di noi stessi e del mondo, visto che in molte realtà periferiche del nostro paese, la scuola resta davvero l’unica realtà sociale che salva e prova a migliorare le modalità di pensiero.

Prova a farlo attraverso i suoi costanti stimoli e le nuove esperienze. La Scuola che con generosità sa mettersi al servizio e non si eleva più in cattedra. Paradigmaticamente se non ci fosse la scuola, chi riuscirebbe a far comprendere il mondo, meglio della scuola stessa?

Proviamo a generare “montagne”, sempre nuove montagne da scalare, limiti da superare non senza qualche vacua ambizione, con tanto, tanto coraggio e audacia intellettuale, ogni volta. La scuola prova tutte le volte, e sa sempre da quale parte cominciare ogni volta.

LAICISMO STORICO

Questo senso di eternità laica è davvero difficile da spiegare ai non addetti ai lavori, soprattutto in questo difficile momento storico, in cui magari certe “casualità” messe insieme una accanto all’altra, riescono a comporre finanche la nitida immagine di un disegno cinico, crudele e baro, della svalutazione del suo ruolo e della propria funzione specifica, a cui la scuola risponde assumendo anche nel fallimento di qualcun altro.

La Guerra, le armi, i nervi più scoperti di una umanità dolente, nel cuore del mondo e dell’Europa; la radicalizzazione dei nuovi scontri ideologici: un gruppo di giovani di destra che picchia a Firenze i ragazzi di un Liceo, azione deprecabile, ingiustificatamente minimizzata dal ministro al ramo.

Poi la recente immane tragedia domenica scorsa sulle coste calabresi, l’ennesima grande tragedia del Mediterraneo, tragedia che si poteva evitare se qualcuno avesse ordinato, ma non l’ha fatto, un intervento SAR di salvataggio.

Nel Liceo di Enna la polizia interviene in una scuola in cui si stava svolgendo un incontro autorizzato dalla Preside (che non era stata avvisata in precedenza), tra gli studenti e un’Associazione, incontro in cui si parlava della cannabis. In Iran, addirittura nella “città santa” di Qom, leggi inique e discriminatorie e l’avvelenamento di ragazze e bambine, l’ultima, sembra che avesse 11 anni; per evitare che si compia il peggiore delitto, quello di studiare.

Sì, perché alle donne ancora a oggi, questo diritto umano e civile, in molte parti del mondo non lo si vuole ancora riconoscere: le donne non devono studiare, in quel posto orrendo che è diventato un Paese retto dalla teocrazia dei mullah.

Ombre oscure che dalla scuola provano a essere abbattute, ma che sulla scuola tornano sempre, e ogni volta ritornano col proprio considerevole fardello d’interrelazione della storia passata e recente, che rende difficile qualsiasi poco banale spiegazione, pur potendo contare sull’uso disinvolto delle più innovative tecnologie.

Circondati dalle emergenze, dal dolore, dai tradimenti e dalle considerevoli disillusioni della storia passata e presente, si risponde per come si può, è facile farlo in modo arrendevole; gli insulti di certi avvenimenti ci ricacciano nell’impotenza o nella solitudine, che di per sé incalza tutte le incontrovertibili conseguenze.

Sono decisamente questi momenti di noncuranza, quelli in cui ci soffermiamo a sbirciare di sguincio gli avvenimenti incatenati e immobilizzati nell’inconcludente non senso di certi fatti della storia, che ci ritroviamo paralizzati immobili a cercare risposte per comprendere e capire davvero questa umanità e quale sia il senso di tanti errori, per ritrovare la nostra immagine riflessa, anziché il mondo e gli altri.

Finiamo, poi, del tutto col disperdere la nostra instabile e precaria umanità, nel nostro debole cammino specie della realtà storica contemporanea, che inusitatamente si dimostra sempre difficile da comprendere e intuire del tutto, forse in ogni tempo e storia come nell’assurdo rimpallo di responsabilità tra autorità: ignobile per la nostra democrazia, per i cittadini ma soprattutto difficile da spiegare a Scuola.

É vero siamo in molti ad avere quasi sempre il cuore dalla parte giusta, ma a ben pensare non basta per scrivere la storia, specie quando la solidarietà diventa rassegnazione e la normalizzazione in molti casi tramutata in inerzia, o in forme incontrollate d’indifferenza sempre crescente.

LA CRONACA DEI GIORNI NOSTRI

Le emozioni, i sentimenti per certi recenti fatti di “cronaca” dentro la società civile di questo tempo tuonano, mentre si è normalizzato il dolore, la disperazione, il bisogno e le necessità: è indignazione atona. A Scuola invece i nervi scoperti della storia non risultano mai del tutto curabili, per farci ritrovare le ragioni più convincenti, sull’ovvio pensare o dedurre.

La stridente complessità storica non manca mai di rendere difficile spiegare e insegnare, il significato intrinseco della storia, che continua a essere pesantemente eroso e assottigliato, alla trasmutazione dei valori della libertà, della responsabilità e della democrazia, tutte materie non solo scolastiche, che non dovrebbero cedere all’oltraggio di un agire che sottrae vita e speranza alle possibilità del cambiamento e della trasformazione.

L’idea stessa di futuro insegnata a scuola, è declinata sempre attraverso quella del rispetto e della considerazione del diritto, nella salvaguardia dell’umanità, come vero argine alla disumanità, all’indifferenza, anche quella delle ignobili offensive affermazioni di un Ministro della repubblica italiana – che pure dovrebbe rappresentarci tutti.

Parafrasando la poesia La seconda venutaWilliam Butler Yeats del 1919, le cose vanno in pezzi, perché «ai migliori manca ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di intensità appassionata», la chiave interpretativa magari è proprio questa, che permette di concettualizzare molti dei problemi e degli aspetti specifici legati esattamente al senso della storia dentro e fuori dalla scuole.

NOT IN MY NAME

Nei giorni scorsi l’invito agli studenti italiani di Elena Stancanelli a ricordare il lutto (l’ennesimo) della strage di uomini donne e bambini nel mare calabrese, esternando di bianco il segno tangibile dell’estraneità all’abominio che si consuma da anni nel Mediterraneo, come dramma dell’indifferenza e della inettitudine politica, di cui siamo nostro malgrado tutti testimoni, ha inteso rappresentare non solo un monito, ma l’eco di un invito che ogni docente, a proprio modo, promuove costantemente invitando i propri alunni a riconsiderare la necessità di scoprire la propria umanità, che azzera l’inconcludente meschina indifferenza radicata nell’ignobile rassegnazione resa “normalizzazione” della disumanità.

Not in my name è l’urlo dentro e fuori le scuole. Non possiamo volere veramente che la nostra immagine di uomini e donne nel mondo ci rappresenti inermi e forse anche definitivamente rassegnati, come Individui pavidi e vinti dalla disumanità.

Sono i giovani che invocano di evitare il collasso delle fondamenta ecologiche della società con gli Scioperi per il clima, in cui chiedono indietro il loro futuro. Sono giovani che urlano donna, vita, libertà slogan che guida la straordinaria mobilitazione di protesta che sta attraversando tutta la società iraniana, a partire dal moto di indignazione scatenato dal femminicidio della donna curda Jîna Amini da parte delle guardie del regime di Teheran.

Forse è tempo – è sempre tempo – per raccogliere ed esternare la giovanile indignazione civile di cui dovremmo riuscire a essere sempre titolari, riscoprendo la pacifica arma del rifondato umanesimo del nostro tempo, a cui i nostri giovani ci inchiodano. Umanesimo, in grado di ristabilire e riaffermare i sani valori dell’umanità in termini di diritti civili e dignità, per scrollarci dal torpore interiorizzato che in troppi vorrebbero ancora normalizzare.

Gli sconfitti dalla storia, i traditi dal presente e gli ingannati dai miseri sforzi di inetta intenzionalità dirigente incapace impreparata aspirano tutti a diventare categorie della realtà e articolazione interpretativa della storia.

Ma non possiamo e non vogliamo saperci perdenti, incapaci e immotivati nel riscoprire il senso della Storia. Dobbiamo saper ritrovare nuove, diverse motivazioni, convinzioni, nuove passioni, vive d’intensità ideali, che solo i giovani possono suggerire, muovere e promuovere.

Questo nella scuola e con la scuola è l’unica vera rivoluzione che dovremmo essere capaci di normalizzare: Non si cede alla rassegnazione di sapersi inutili per scrivere la propria storia e quella degli altri; sarebbe un deprecabile delitto, commesso ai danni della tempo, della civiltà, perpetrato contro il mondo e in fondo soprattutto contro noi stessi, uomini e donne di questo tempo.

Siamo ricacciati tutti nella storia, sempre, dentro o fuori dalla scuola

Forse per questa ragione in difficili momenti epocali come quelli in corso, (ri)mettersi a studiare la storia con occhio bambino, per richiamarsi all’ispirazione etica del sapere, rappresenta l’unica vera àncora di salvezza.

Attrezzarsi culturalmente per conquistarsi una coscienza etica è idealmente nobile, forse moralmente opportuno, specie quando a essere messa in discussione è l’ispirazione che si può pensare di ricevere dai valori dell’antifascismo italiano, che pure ad esempio la storia del nostro paese l’hanno saputa scrivere e realizzare.

É sconsiderato chi vorrebbe cancellare e omettere a circa 100 anni dalla fascistizzazione dell’Italia, quella storia del passato che parla a questo presente. Se i corsi e ricorsi storici hanno un senso, è dunque indegno temere di indagare le elaborazioni e rappresentazioni dei pericoli per la democrazia e la libertà, soprattutto nei volti delle giovani generazioni di oggi, dentro o fuori le nostre scuole.


Nei volti e nelle vite delle madri e dei padri costituenti italiani che nel magistero dell’antifascismo hanno concorso a smantellare un regime definendone l’aspirazione alla libertà politica e alla giustizia sociale, è qui che dobbiamo saper ritrovare il senso della nostra storia. É da irresponsabili promuovere la repressione pretestuosa trasformata in delegittimazione storica.


Un errore, quindi, pretendere di dimenticare o cancellare il valore umano: morale, etico e politico della voce della storia, di chi (ancora) non si rassegna ai (nuovi) regimi e prova a mettere in salvo la vita propria, dei suoi figli, dei propri cari in fuga.

É tempo di continuare a specchiarsi senza vergogna o timori in essi per ritrovare l’insegnamento quello più alto e nobile, di tanti intellettuali uomini e donne, che durante le fasi oppressive della dittatura fascista seppero diventare strenui oppositori del regime, lo fecero per offrire possibilità di ripartenza a intere generazioni – non a loro stessi – soprattutto alla storia, fulgidi esempi ai quali continuare a ispirarsi dal manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce (1866-1952), che insegnò la necessità della salvaguardia degli spazi di autonomia culturale; all’insegnamento che Piero Gobetti (1901-1926 ) pagò con la vita a 25 anni con il suo invito alla formazione di una coscienza dello Stato, che reca alla realtà vivente, la pratica adesione alla realtà contemporanea, nella partecipazione di ogni agire libero, in grado di farci ritrovare il senso di quell’umanesimo vissuto e affermato sempre nella libertà contro ogni insano revanscismo e nell’affermazione del diritto a un’esistenza e una storia sempre migliori.

Forse non è troppo tardi per provare a rimettere il mondo in sesto, ed è sufficiente che lo si faccia insieme, ma ricominciando dalla riconciliazione con la storia, dentro e fuori dalla scuola.

Se ti è piaciuto questo articolo, leggi anche Il commento: La fisica del non voto.

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