L’editoriale: «vedere è comprendere, e comprendere è disprezzare»

di Elisa Mauro

C’è un racconto di Guy de Maupassant che parla di divorzio come di un caso patologico, più che di diritto. Un giovane si innamora di una bellissima ragazza che riesce finalmente a sposare. L’idillio dura poco, la bella moglie annoia presto il ragazzo, i piaceri della carne diventano per lui spregevoli, la monotonia della relazione è insopportabile.

Il giovane sposo diventa in poco tempo violento e aggressivo nei confronti della donna fino a farle vivere un inferno senza colpa.

I giorni passano tra aggressioni e sopraffazioni, come racconta lo stesso diario, che il ragazzo – «il pazzo» – utilizza per tenere a bada i suoi pensieri e che il narratore, l’avvocato difensore di lei, davanti alla corte legge: «Com’è tutto triste e volgare, tutto uguale. Tutto è simile e monotono. […] E l’uomo, che ripugnante! […] Bisognerebbe amare, amare follemente, senza vedere ciò che si ama. Perché vedere è comprendere, e comprendere è disprezzare. Bisognerebbe amare, inebriarsi di lei come ci si inebria di vino, così da non sapere più che cosa si beve».

L’amore, per il marito, deve restare ideale. Perché nell’istante stesso in cui percepisce per la prima volta tra le sue braccia quella donna, tutte le realtà sono ingannate. Il cuore è presto sconvolto da un disgusto inesprimibile, spregevole. «La carne seducente è vivente letamaio, pensa, guarda e sorride. Ingannatrice come l’anima».

È incredibile pensare come tutto ciò che accade sia stato già scritto dai grandi autori che hanno immaginato non solo epoche lontane ma anche sentimenti nuovi, organi vitali che non pensavamo di avere.

Potrebbe essere di de Maupassant la storia del povero ragazzo ventiquattrenne massacrato un anno fa dall’amore per una giovane donna che non esiste, che non è mai esistita, se non grazie a un autore che ha fatto con la sua perfida e perversa immaginazione un racconto dal finale doppiamente tragico, fingendosi contemporaneamente tre persone, tre bocche, oramai tre cardini fondamentali per la vita di Daniele: confidente, amante, familiare dell’amante.

Daniele ha ventiquattro anni. Ama da poco, perché da poco ha imparato a farlo, da quando conosce in rete una ragazza di nome Irene, suo fratello e una confidente di nome Claudia. Tutti i profili sembrano speculari tra loro. Ma le foto di Irene, della sua esibizione social, sono chiarissime, lampanti, tra pose sexy e frasi poetiche, come quelle di tante ragazze: corpo scultoreo, forme longilinee, tratti dolci e carezzevoli sul viso. I due si scrivono per ore intense e inesauribili in un solo giorno.

È fiction. Ma questo Daniele non può saperlo. È solo innamorato. Pensa che finalmente la sua vita abbia il riscatto che merita. Non ha grilli per la testa, lavora, pratica sport, dedica il tempo alla famiglia e, adesso, all’amore.

Ma è finzione. E questo Daniele ancora non lo sa. Si lascia andare con l’amica trovata che soffre di depressione, come in tanti, come tutti, che la vita ha un suo equilibrio sottile eppur prezioso e una volta che barcolla nell’instabilità si continua a ondeggiare e tremi per parecchio.

Daniele è un ragazzo di 24 anni. Ha un telefono in mano, come in tanti, come tutti, la sua esistenza è appesa alla speranza nel suo uso più frequente. Perché pensa che oltre quel mezzo ci sia una donna che lo ama.

Ma è solo un bluff. Lui forse inizia a capirlo. Dall’altra parte c’è un uomo, ha più del doppio della sua età, chiede foto di nudità e, quando Daniele s’insospettisce, lo aggredisce senza mezzi termini. È perverso, criminale, un «pazzo» ma non comprende fino in fondo il male che fa.

Non lo comprende neppure quando a Forlì si sa che Daniele è morto, si è suicidato con un cappio al collo, lasciando una lettera per la sua famiglia, non perdonandosi mai di essere stato bloccato, raggirato, di essere stato protagonista di una fiction per la quale non aveva chiesto di recitare. Ma l’anziano non comprende il male che ha fatto. A Daniele, alla sua famiglia.

Il 64enne comprende l’atrocità dei suoi gesti, delle sue macchinazioni solo quando questa relazione esce dalla sua testa e la vede davanti così com’è stata, come l’ha scritta, sullo schermo, nera su bianco.

E quando rivive il male che ha fatto, per mezzo di un programma televisivo che lascia sempre intendere senza sfumature di fattura umana chi sia il carnefice e chi la vittima, quando finalmente vede coi suoi occhi ciò che ha fatto, comprende, «e comprendere è disprezzare», non solo gli altri ma anche se stessi.

Decide di far abbassare così il sipario, di far scivolare dalle mani quella penna crudele, di spegnere la tastiera della sua perversione con le fragilità che pensavamo solo di alcuni e che invece appartengono proprio a tutti.

La parola: catfishing

Il catfishing (da catfish, letteralmente pesce-gatto) è un fenomeno sotterraneo consistente nel creare identità fittizie sui social network o attraverso i digital media intrattenendo relazioni con persone che le credono reali con lo scopo di estorcere denaro o scambi sessuali.


Se ti è piaciuto questo articolo, leggi L’editoriale: le pacche dei padri e l’aridità delle madri.

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