Pasquarosa, la donna, l’artista, la lotta

Pasquarosa è per tutti. Nient’altro. Una firma maturata con lo studio adulto, un nome che è un matrimonio tra l’evento di festa e un fiore che con la poesia ha avuto e avrà sempre molto a che fare, Pasquarosa, appunto, è un nome proprio appartenuto a una giovane e avvenente ragazza che abbandona il suo piccolo paese natio alla scoperta di Roma. 

Scegliere di diventare modella a quei tempi  – partì da casa che era appena sbocciato il Novecento –, era una scelta molto coraggiosa, per quanto criticata, che privilegiava già un senso avanguardistico del sé, la constatazione di essere padrona del proprio corpo, l’idea di cosa avrebbe significato lo stesso a venire restando immobilizzato, giovane, succinto o vestito a puntino, nelle tele di altri pittori. 

Pasquarosa Marcelli nello studio romano di Bertoletti

Ma senza sapere né leggere né scrivere non si può far molto, anche a quei tempi, e ogni donna, ogni uomo dovrebbero sentirla forte l’esigenza di conoscere le parole, il suono, come si trasmettono, per poterle difendere da tutto il resto. 

Questo lo sapeva bene il pittore romano Umberto Natale, conosciuto poi come Nino Bertoletti, che s’innamorò proprio di una modella, la nostra Pasquarosa Marcelli, originaria di Anticoli Corrado, «il paese delle modelle», dal primo istante in cui la vide. 

A lei insegnò sin da subito a imprimere le parole, a scriverle, a leggerle, ad amarle. A lei insegnò a trasformarle in disegni e pitture e a farne materiale da patrimonio artistico mondiale. Si prese cura della sua mente, ancor prima della sua cultura, della sua educazione amandone fortemente il suo corpo.

Pasquarosa e Nino, non ancora sposati, si trasferirono nel 1913 a villa Strohl-Fern, una immensa e precorritrice art factory, in cui convivevano gli studi e le applicazioni di svariati artisti, letterati e poeti, tra cui Melli, Spadini, Trombadori e De Angelis.

Leggere William Shakespeare, scrivere aforismi, questo sì, ma disegnare era una cosa che l’apparteneva per davvero. Così Pasquarosa iniziò a dipingere sulle tele immacolate del marito. Era il 1915 quando partecipò alla sua prima mostra con l’esposizione di alcune nature morte e di dipinti floreali.  Qualcosa di semplice, senz’altro, ma in quelle opere qualcuno riuscì a scorgere da subito una finestra larga che dava a un mondo tutto diverso da quello che sembrava reale.

Tra mazzi di carte napoletane e vasi di fiori, tra mele, lettere ricevute e lettere mai spedite, frutta e oggetti da decoro, tazze, drappeggi e tendaggi di vario genere e di varia fattura, Pasquarosa partorisce l’eleganza oltre il semplice ornamento pittorico. 

Compie una rivoluzione, anche per quei tempi tutti presi a rappresentare, come meglio si poteva e quanto più in fretta, il movimento con la filosofia della nascente industrializzazione, e la fa concentrare nel suo essere fuori da ogni tempo, oltre i giorni che l’avrebbero accolta in vita, al di là di qualsiasi movimento artistico. 

In società, strinse un rapporto strettissimo con la giornalista Olga Ossani e ciò la rese ancora più decisa e pronta a combattere una lotta femminista mirata per l’ottenimento del diritto allo studio e al voto che intanto si degnava di svegliarsi dal suo torpore ancestrale.

Non era semplice essere l’artista, era più semplice di certo essere la moglie di Bertoletti, ma quando le due cose s’incontravano, come accaduto tra la Pasqua e la rosa nel suo nome, succedeva una sorta di magia, frutto dell’erudizione ricevuta dal marito, della sua fame di conoscenza e dalla decisione di prendere a sé l’incarico più grande: essere una grande artista e una donna fieramente a sostegno di cause civili che avrebbero cambiato tutto il nostro mondo. 

Il suo nome, anche per questo, per i valori che trascinava dietro di sé, si faceva strada scorrendo tra i circoli d’intenditori, tra chi ne capiva e fruiva d’arte. Pasquarosa ricevette nel 1953 il Premio Marzotto e una sua opera venne acquistata persino dalla Regina Margherita.

[Redazione]


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