BELLO CIAO! e il Folkstudio: al via il podcast de L’auditoriu con Ernesto Bassignano

Seconda puntata: La canzone popolare

Il secondo appuntamento di Bello Ciao!, il podcast de L’auditoriu, con la magnifica voce del cantautore Ernesto Bassignano, è dedicato alla canzone politica e alla canzone folk che infiammavano l’animo degli anni ’70 in tutto il mondo. In questa puntata il mitico Bassignano ci racconta, e ci canta, di pilastri portanti della musica d’autore popolare italiana e internazionale che rivivono nel Folkstudio romano.

Tra i più grandi ci sono Rosa Balistreri, «la voce d’acciaio che aveva mangiato pane e olio per anni», «la mamma» Giovanna Marini, Caterina Bueno «di cui eravamo tutti innamorati», Matteo Salvatore «un poveretto partito dalla Puglia che raccontava le storie del padrone che li prendeva a calci e loro lo pregavano di darli da mangiare», Otello Profazio, «l’altro boss del Sud», Maria Monti «ex moglie di Gaber, con cui poi avrei lavorato per anni facendo le Feste dell’Unità», e poi ancora Gualtiero Bertelli «il veneto con la mitica Nina», Alberto D’Amico, Leoncarlo Settimelli «uno dei più amati d’Italia», Ivan Della Mea, «ma ci si divertiva anche» con il Duo di Piadena. Le canzoni popolari come Porta Romana, o quella «che ricordava le sole della democrazia cristiana» o quelle che venivano dall’America lontana fino al coro finale più importante di tutti We Shall Overcome.

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PRIMA PUNTATA: IL FOLKSTUDIO

Parte finalmente BELLO CIAO!, l’inedita serie podcast de L’auditoriu con un protagonista d’eccezione: il cantautore Ernesto Bassignano. In questa prima puntata il mitico Bassignano ci racconta del Folkstudio, il locale romano che avrebbe ospitato i nuovi idoli della canzone d’autore italiana, mentre fuori i disordini sociali e le rivolte studentesche facevano da contraltare alla musica che mostrava le sue due facce: il pop folk e la canzone politica.

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Ernesto, grazie anche all’eredità che trascina il suo nome, avrebbe sposato, con album come Mah… e il successivo Moby Dick, la seconda linea, quella carica di impegno per il presente e per l’avvenire dotata di potenti note antifasciste.

In piena rivoluzione musicale e sociale degli anni ’70 a Roma il cantautore Bassignano si concede, in questa prima puntata, al racconto inedito di esperienze, del mondo politico e delle amicizie migliori. Con Venditti, Lo Cascio e De Gregori il cantautore venuto da Cuneo con una Cinquecento e una chitarra sfodera la bandiera della lotta, di un nuovo modo di interpretare la canzone sempre più utile a una certa politica e a determinate battaglie.

Carico dei successi ottenuti alle feste dell’Unità e all’interno del Partito Comunista, in realtà, il celebre cantautore si accorgerà presto che l’Italia sta cambiando odore abbandonando le note aspre delle bombe e che avrebbe preferito presto la variante più innocua del cantautorato romano: il pop folk.

A ROMA CAPOCCIA

«Comincio a fare la bohème a Piazza del popolo, conosco un po’ tutti, Via Ripetta, Plinio, tutti gli artisti della Tartaruga, dell’Attico, i grandi scultori, pittori, Pascali, Kounellis: tutta vita a Piazza del Popolo. In quel momento lì conosco anche Bruno Grieco, mi presenta Gian Maria Volontè. “Fate il teatro di strada”, ci dice Grieco, e si va in giro per Roma a far casino, polizia, qualche arresto, comincia la mia vita scapestrata, di contro-informazione politica.

OLTRE IL TEATRO

«Però un amico di Bruno Grieco mi dice: “Guarda che a Trastevere in via Garibaldi c’è un posto che oltre al jazz e al folk puro ospita anche i cantautori, sta nascendo la scuola romana, ci sono tre ragazzi che già si esibiscono: Francesco, Antonello e Giorgio”. Corro là e il mitico Giancarlo Cesaroni (produttore discografico, ndr) mi ascolta, figurarsi io ero il più comunista dei quattro, e subito mi lancia».

IL FOLKSTUDIO

«Che cos’era il Folkstudio? Un locale maleodorante. Un lungo corridoio tutto pieno di fumo, la sangria, non più di ottanta persone. Non si vedeva quasi niente perché era a triangolo, non sapevi mai dove girarti».

I QUATTRO DEL FOLKSTUDIO

«Francesco (De Gregori, ndr) era completamente dilaniato, Giorgio (Lo Cascio, ndr) traduceva Cohen, Antonello (Venditti, ndr) cantava in romanesco e io tenchizzavo un po’… venivo dalla scuola genovese ed ero quello più italiano. I miei amici Duilio del Prete e Bebbe Chierici mi avevano riempito la testa di Francia».

MA L’AMERICA

«Cerco di capire perché in Italia e a Roma van così forte solo Bob Dylan e compagnia bella e dei francesi e dei cantanti romani importa così poco. Lo capirò quando sarò a Radio Città Futura, lì mi dicevano: Ah Erne’, ma lascia perde, facce senti’ solo gli americani. E così…».

LE CLASSI

«Il più ricco c’aveva il Maggiolone, io c’avevo la Cinquecento, Francesco non aveva niente (ride) e veniva da casa sua sulla Portuense a piedi con la dodici corde sulle spalle».

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