Phubbing: buone maniere e nuove versioni di noi

Si chiama phubbing ed è un neologismo che sta a indicare quando in presenza di altri continuiamo a prestare la nostra attenzione esclusivamente al telefonino. È difficile ancorarsi alla realtà oggigiorno. Il problema opposto di ciò accadeva un po’ di tempo fa. Oggi abbiamo a che fare con la vita parallela, che ci assimila più di quella reale. Siamo presenti continuamente in chat, messaggi, email, notifiche, siamo proiettati sui social in ogni modo, mantenendo alta la nostra reputazione sul web: abbiamo compreso che per piacere dobbiamo aggiungere a un’immagine una opinione, non necessariamente la nostra, meglio quella che piace di più.

Abbiamo cura e premura di mantenere alti i nostri standard qualitativi di condivisione di aforismi e selfie. Reputiamo validi gli autori e opinion leader che commentano ogni argomento e rappresentano in genere una delle due schiere che si è deciso di sostenere.

Per fare tutto questo c’è bisogno di dare attenzione al mezzo, più che si può, per non scivolare via, per non sentirsi fuori dal contesto di chiacchiera social, fuori dal mondo cioè.

Eppure questo slancio nel mondo “altro” ci porta a perdere il filo di quello stavamo facendo in questo, del discorso che stavamo tenendo con una persona vicina, per davvero vicina, o del coinvolgimento emotivo per la visione di ciò che ci circonda. Siamo collegati, questo è certo. Lo siamo in modo ansioso, tanto che è difficile scollegarci quando siamo a una cena tra amici, o in compagnia di un compagno, o persino dei nostri figli.

Riusciamo a sentire, quando non abbiamo in mano il telefono, la sensazione che qualcuno ci abbia menzionato in una storia o che ci abbia inviato una notifica, sentiamo il bisogno, anche quando non c’è, che qualcuno ci cerchi su whatsapp o che la polemica tra genitori nella chat della scuola non sia sopita e sia ancora tutta da gustare. 

Sembra tutto normale, tutto nell’ordine preciso delle cose, ma il telefono ci cerca. Cerca le nostre attenzioni più di un figlio, ci vuole con sé. Ci vuole tutto per sé. E in certi momenti, seppur importanti da vivere in modo differente, non riusciamo proprio a dirgli di no. E risultiamo sfacciati, ma questo è, ci piaccia oppure no. Le nostre relazioni perdono di qualità, risultando connesse a un terzo incomodo che davvero, in certe casi, è inutile come il parmigiano sul pesce. 

Trascurare il proprio interlocutore per far aderire il nostro viso sullo schermo di un telefono è diventato in certi casi un fenomeno psicologico compulsivo. Ma questa parola non è così nuova. Ha già quasi dieci anni ed è stata creata da esperti ricercatori dell’Università di Sidney, e grazie a un’elaborata spinta di marketing e di comunicazione efficace sui social, phubbing, scontro tra due parole anglosassoni quali phone e snubbing (letteralmente, snobbare), è diventato presto un fenomeno anche linguistico. 

Ovviamente essendo un termine nato per mezzo della tecnologia ed esploso tramite i social network, con tanto di hashtag a precederlo, capirete quanto sia paradossale la denuncia applicata a questa corrente virtuale.

Ma gli esperti sono sempre più convinti: ci stiamo facendo fagocitare da un mondo che non ci appartiene e che presto o tardi ci darà il conto e noi saremo impreparati, oltre che poveri, perché non avremo vissuto l’attimo, non avremo ceduto alla tentazione di vivere il reale, non avremo dato importanza alle cose che contano davvero. Ci sono poche e semplici regole che possiamo seguire e che potrebbero aiutarci a soffrire meno di questa nuova patologia applicata ai media.

Il phubbing è, senza girarci intorno, maleducazione. Tutto parte da un’etichetta ormai scomposta e logorata dai tempi frenetici e dalle relazioni furtive e distanziate che viviamo. Quindi chi lo pratica, in genere, non ha neppure consapevolezza delle buone maniere. Stare in pubblico, in mezzo agli altri, significa tenere conto di chi ci sta vicino, prestare le debite attenzioni, ascolto, prima di tutto, ma anche visione. I nostri occhi sono radar che, quando possiamo stare insieme, captano le sensazioni primarie di una relazione, di una conversazione. Il linguaggio del corpo è assimilato dal nostro sguardo, dalla nostra attenzione, e non guardandoci più, finiamo per trascurare uno degli aspetti più importanti del nostro comunicare.

Ma se non siamo tra quelli che praticano phubbing, ossia che snobbano i propri compagni o vicini per dare attenzione esclusiva a un telefono, siamo a buon punto, e forse qualcuno ci ha insegnato bene a stare al mondo. Viviamo il qui e ora e siamo eterodiretti. Qualora invece pecchiamo di questo nuovo male, è bene tenere presente, secondo molti studiosi, alcune semplici regole che possano aiutare nel cammino di redenzione e purificazione dalla connessione.

Molto spesso non sono solo giovani a vivere questo rapporto spasmodico con il mezzo, esistono nuovi anziani che, presi dalla spinta dell’innovazione e dello stare al passo, includono nelle loro giornate ore e ore di virtualità, senza sapere bene come. Molti over 60 iscritti ai social lanciano quotidianamente, non considerazioni o insegnamenti, ma catene di sant’antonio e improbabili foto con annesso ovviamente l’aforisma del giorno.

Ma torniamo alle regole degli esperti. Regola numero uno. Non esistono regole. È però consigliabile riacquisire, qualora se ne senta il bisogno, un senso di corretta educazione e di etichetta.

Il telefono non è uno strumento necessario. Quando siamo a tavola, o in conversazione con qualcuno, è buona educazione metterlo via, in tasca, in borsa, dentro un marsupio, purché sia invisibile. Lontano sarà dai tuoi occhi, lontana sarà la voglia di appropriartene. Prendilo solo quando avrai la certezza che qualcuno ti cerchi, che abbia bisogno di te.

Seconda regola. Concediti uno spazio che sia fuori da quel mondo, uno spazio reale che fortifichi l’idea di non essere più debole di uno strumento elettronico. Questo è valido per ogni vizio.

Esistono delle app scaricabili sul telefono che bloccano l’interazione con i social e altre amenità per un certo periodo di tempo durante la giornata, soprattutto se abbiamo ecceduto e per evitare che si accumuli ulteriore tempo speso davanti al cellulare.

È stato messo online un sito di approfondimento su questo tema, di prevenzione e terapia contro il phubbing: è Stop Phubbing e nasce con l’intento di garantire informazione basilare senza dover scorrere notizie da più fonti e impiegare più tempo del previsto sulla notizia sul telefonino.

Di recente anche Wiko, una casa di produzione di telefonia francese, ha condotto su Instagram un’indagine relativa a questo fenomeno. Ne è emerso che oltre l’80% dei rispondenti consideri il phubbing qualcosa di irritante, anche se il 70% di questi ammettono di praticarlo spesso e volentieri, forse anche nel rispondere alla stessa survey. Per il 68% degli utenti il telefono è sottoposto a continua supervisione per oltre 50 volte in un solo giorno. Ma per la maggior parte di loro – di noi – è tutto commisurato all’esperienza personale, da giustificare quindi in relazione all’attesa di un messaggio (o email) importante o di una telefonata di lavoro. Dietro alla professionalità, nascondiamo una dipendenza che è diventata illegittima e priva di senso.

Ci rintaniamo gli occhi e gli sguardi dove nessuno può leggerci l’anima. Riusciamo solo a vivere di percezioni primarie, perché quelle più sensibili, quelle che appartengono al dopo, all’oltre, le abbiamo ormai abbondantemente filtrate.

[Redazione]

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