La razza: costruzione mentale, sociale e pseudoscientifica

di Elisa Mauro

La scienza l’ha definita solo un costrutto sociale, eppure, per molti, la razza è ancora associabile a tratti biologici che differenziano le une dalle altre fino a rendere persino alcune superiori. La pandemia da Covid-19 ha allargato questa visione diffondendone per certi versi il sentire comune. Non esistono differenze umane sulla base della classificazione in razze, di questo ne siamo certi. Ma un certo tipo di politica continua a far credere al popolo, di cui fa parte e che rappresenta, di essere un’eccezione e di possedere una particolarità innata, anche nella genetica, che la rende migliore dalle altre.

I nazisti sono stati forse i più irriducibili sostenitori di questa teoria basata sulle razze, su quella germanica, in particolar modo, che è suscettibile, secondo questi, di una diversità emblematica, eccezionale, a dispetto di tutte le altre. Sulla base di questa presunta superiorità gli ariani hanno promulgato un’idea che nulla ha che vedere con la scienza.

Da questi principi pseudoscientifici nasce e si diffonde storicamente il programma eugenetico sostenuto per il mantenimento della purezza della razza e per compiere l’agognato e tremendo Olocausto. La medicina moderna si convinse di questo e, per mezzo delle sue esternazioni e pubblicazioni di settore ritenute specialistiche e del tutto autorevoli, riuscì a ottenere il favore di buona parte della popolazione, non solo della massa indistinta e meno colta.

Il mito della razza si diffuse globalmente con l’Illuminismo e per mezzo dei naturalisti. Secondo questi scienziati l’umanità poteva distinguersi in gruppi separati; a ognuno di questi appartenevano certe caratteristiche fisiche, biologiche e antropologiche. Come per gli animali, questa classificazione aiutava a esemplificare alcuni concetti. E la teoria della razza ne faceva nascere di altre, diverse, anche più evolute e cattive. Al gruppo degli individui di colore, i naturalisti affibbiarono alcuni aspetti culturali, di atteggiamento e di intelligenza, come fossero tratti distintivi di una particolare genetica, non frutto piuttosto di una certa cultura, come invece, più verosimilmente credibile.

Alcuni di essi ritennero che le persone di colore fossero in grado di sopportare maggiormente il dolore rispetto alle altre razze e sulla base di questo “corrosive disadvantage“, nei percorsi terapici, molti medici somministravano meno farmaci ai neri rispetto ai bianchi. Cosa assurda anche solo da immaginare, ancora più assurdo ritenerlo possibile anche oggi. E invece è così.

Riteniamo la medicina una scienza esatta, esente da razzismo e pregiudizi di ogni genere. Essendo fatta di persone, e di esperienza maturata sul campo, anche la medicina risente dei moti politici, dei suoi indirizzamenti, delle ideologie di costume che fanno ritenere giuste alcune idee completamente avulse dalla realtà.

Eppure nonostante siano trascorsi più di settant’anni dal primo nazismo, fatto di devastazione e impoverimento umani, questo incespicare di supposizioni non basate sull’empirìa scientifica (esperienza, ndr), ma su costrutti vaneggianti, continua a nutrire le idee di alcuni scienziati che sostengono la validità di questi principi. E sebbene sia stata resa nota l’omogeneità genetica di tutti gli esseri umani, non riescono proprio a scrollarsi di dosso, forse per facilitare il costume dei luoghi che vivono e di quelle società, la convinzione di essere superiori a qualcun altro.

La teoria basata sulle razze umane, oltre a essere dubbia e infondata, risulta alla base di alcuni sconvolgenti opinioni diffuse da virologi ed epidemiologi, anche di fama internazionale, sulla differenza tra razze nel contrarre il virus pandemico attuale. Differenze biologiche e genetiche, quindi, a dispetto di quelle più evidenti e scontate della condizione economica e del grado di povertà in cui vivono alcune popolazioni e del grado di benessere e sviluppo in cui vivono altre. Diversità reali e non presunte, per gli scienziati più avveduti di oggi, non presuppongono l’esistenza di razze, ma dell’unicità umana.

Nel maggio 2020 viene pubblicata sulla più importante rivista scientifica al mondo, The Lancet, un articolo in cui alcuni scienziati affermavano che probabilmente esiste una relazione tra presunti fattori razziali dei popoli (il cosiddetto corredo genetico) e i diversi esiti di contagio dal virus. Non sembra molto lontana l’epoca delle febbre gialla in cui alcuni medici bianchi affermavano che i neri ne fossero immuni. Era il 1793, e da allora la scienza, che non è necessariamente medica, ha dimostrato di essere molto più intelligente, molto più avveduta e concreta.

Dall’uccisione di George Floyd, però, qualcosa cambia. Un certo tipo di medicina si pronuncia con termini più accorti e razionali, e la razza è di nuovo, fortunatamente, un semplice costrutto sociale, generato dalla mente umana per categorizzare le etnie in base agli aspetti culturali e sociali. Un pregiudizio, cioè, che nasce dagli anfratti minoritari della nostra logica, che si nutre di semplificazioni e che non ha alcuna base scientifica. Un costrutto sociale, appunto. Ma è dove viviamo che si fa la cultura con cui veniamo educati. E il luogo è fatto di politica che si avvantaggia di alcuni tempi difficili, come quello che stiamo vivendo, per diffondere paura nell’altro, e concetti di razza sembrano essere più facilmente comprensibili di altri.

Siamo fatti anche di giudizio critico e siamo in grado, sebbene vogliano farci ritenere il contrario, di credere in ciò che è vero a dispetto di ciò che è presunto. Il razzismo scientifico, anzi pseudoscientifico, non è morto, non è vecchio, non è passato. È ancora molto forte e regola alcune idee pericolose e dalla base perversa che infangano il progresso e ci rendono meno evoluti di ciò che pensiamo.

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