Editoriale di Elisa Mauro
Undici anni.
A undici anni avevo paura del buio, dei pagliacci con il naso rosso e il palloncino in mano, delle ombre degli ulivi mossi dal vento. Ero convinta che gli adulti sapessero sempre quello che facevano. Che avessero le soluzioni, quanto meno alcune risposte. A undici anni si crede a un sacco di fesserie. Crescendo, alcune passano.
A Milano, un ragazzino di undici anni ha partecipato agli scontri e ai saccheggi di questi giorni. Un ottobre che, da nord a sud, si sta scaldando nelle piazze, tra proteste diverse, ragioni diverse e rabbie che non hanno necessariamente la stessa origine.
È bastato poco (il ditone a indicare la luna che resta fuori campo, ad esempio) perché quel ragazzino diventasse il simbolo di tutto quello che non funziona in questo Paese. Il baby delinquente, il piccolo criminale, il maranzino, il futuro avanzo di galera. Sempre che di galere ce ne siano abbastanza, perché a sentire il Ministro Nordio pare che per i minori scarseggino. Una carriera fulminante, insomma. Nemmeno il tempo di finire le elementari che già sappiamo come sarà, cosa diventerà, chi rappresenterà. Secondo noi.
Mi domando se qualcuno abbia provato a immaginarlo mentre torna a casa. Se abbia paura di qualcosa, del buio, di un’ombra, di un pagliaccio. Se qualcuno gli prepari la merenda. Se possieda un paio di scarpe che gli piacciono davvero. Se abbia mai pensato di diventare un astronauta, un calciatore, un veterinario. O se a undici anni abbia già smesso di pensare a quello che potrebbe diventare.
Non lo so. E non lo sapete neppure voi.
Eppure lo avete già sistemato. Prima identificato, poi catalogato. E infine condannato. Un bambino con la fedina immaginaria sporca e una folla di adulti con la coscienza immaginaria pulita.
E mi domando e vi domando: qual è il confine tra responsabilità di un gesto e il valore di una vita? Dovrebbe essere una distinzione elementare. E invece, a quanto pare, non tutti hanno finito le elementari.
Mi colpisce questa nostra straordinaria capacità di indignarci a intermittenza. Una specie di corrente alternata della coscienza civile. Si accende davanti a una vetrina sfondata e si spegne davanti a una vita sfondata. Un vetro rotto ci sembra un affronto alla civiltà. Una persona che non riesce più a vivere dignitosamente, una faccenda privata.
Eppure, mentre si consumano processi sommari intorno a quel bambino, il Sud mette in scena tragedie degne di Sofocle. Solo che qui non ci sono attori, il coro è fatto di cittadini e i morti sono morti davvero. A Taranto, il 17 ottobre scorso, una città intera ha detto no.
La città che conosco dagli autobus azzurri della Sud-Est, di quelli che staccavano i padri dalle famiglie che dormivano ancora, dalla polvere che si depositava sui guardrail fino a tingerli di rosso, dalle tute blu che tornavano a casa e finivano in una bacinella che un tempo sarebbe stata bianca. Una città in cui l’industria non finiva ai cancelli. Entrava dove vivevi, si sedeva a tavola, si infilava tra le lenzuola stese ad asciugare.
A Taranto hanno manifestato per dire basta. Basta alla malattia. Basta alla paura. Basta alla scelta indecente tra uno stipendio e un polmone sano (o un pancreas o un fegato o un sangue pulito). E mi domando quale sia il rumore di una città che chiede di vivere. Perché evidentemente non è abbastanza forte. Non quanto quello di una vetrina che si frantuma.
Forse l’educazione e il contegno di quel dolore che sfilava per le strade della città non ci piaceva condividerlo. Poco hipe, poco interesse.
Del resto, viviamo in un Paese in cui persino la normalità è diventata un’ambizione smodata.
Io, per esempio, ho partita IVA. Lavoro. Fatturo. Pago commercialista, tasse. E se volessi comprare una casa nella provincia di Ancona, dove vivo, dovrei probabilmente presentare alla banca un certificato di immortalità, due generazioni di garanti (inventandomele, visto che non esistono da decenni) e la promessa solenne di non ammalarmi mai.
Una casa. Non un castello sulla Loira. O un loft a New York. Una casa con una cucina, qualche finestra e possibilmente un mutuo che non sopravviva ai miei pronipoti. Mi chiedo quando abbiamo cominciato a considerare tutto questo normale. Quando abbiamo accettato che lavorare non bastasse più per costruirsi una vita? Quando la sicurezza è diventata una parola da spendere soltanto per le strade e non per i redditi, per gli affitti, per la salute, per il presente?
E scusate se non chiamo in causa il futuro. È che a me non piace parlare di futuro. Una di quelle parole che considero inflazionate, diventata il grande ripostiglio delle cose che non abbiamo il coraggio di affrontare oggi. Parla di futuro chi ha ucciso il presente.
E questa, ditemi, non è violenza?
Una violenza educata, ben vestita, che non urla e non bestemmia. Che si presenta in giacca e cravatta, magari con un bel grafico a torta. Una violenza che sa stare a tavola e conosce perfettamente l’uso delle posate. Quella che ti toglie una possibilità alla volta, fino a convincerti che non averne sia una tua responsabilità. Penso questo per me, per ciò che mi è capitato. Penso che sia tutta colpa mia. Non essermi chinata per quel lavoro importante, non aver accettato il trasferimento, non essere stata più accogliente, più accomodante, più disponibile, più tutto. E meno me.
È una strana epoca, questa. Ai giovani chiediamo di avere pazienza, agli adulti di essere flessibili, ai vecchi di non pesare troppo. Abbiamo trasformato la sopportazione in una virtù nazionale e la precarietà in un esercizio di pilates esistenziale.
Poi un ragazzino di undici anni perde il controllo o cavalca semplicemente quello che hanno perso gli altri, e scopriamo, scandalizzati, che esiste la rabbia. L’isterismo. La violenza. Noi, che chiedevamo solo coccole e spritz.
Io non conosco la storia di questo bambino e non voglio inventargliene una. Vorrei soltanto che qualcuno si ricordasse che è un bambino.
Che a undici anni si può ancora cambiare idea, strada, compagnia, persino carattere. Che la vita non è una sentenza pronunciata prima della pubertà. E che il compito degli adulti dovrebbe essere quello di lasciare aperta almeno una porta, non di murarle tutte.
Invece li vedo, questi adulti, arroccati sulle loro colline. Mi ricordano le antiche città micenee, costruite in alto, protette da mura enormi – lo propongo perché è fresco di questi giorni il ripasso con mia figlia – con la convinzione che bastasse guardare il mondo dall’alto per comprenderlo. Ma erano altri tempi. O no?
Anche oggi abbiamo le nostre cittadelle. I palazzi, gli studi televisivi, i salotti, le tribune. Da lassù si discute di periferie senza averne mai attraversata una a piedi. Di povertà senza conoscere il prezzo di mezzo chilo di pane. Di giovani senza vederli. Di sicurezza senza sapere che cosa significhi avere paura di non arrivare alla fine del mese.
È una prospettiva comodissima. Dall’alto le persone diventano puntini. Le differenze scompaiono. Le storie pure. E i puntini, si sa, si cancellano facilmente.
Siete lontani.
Lontani dalla vita, dalle storie vere. Lontani dalle madri che aspettano, dai padri che non tornano più, dalle case in affitto, dalle città che si ammalano, dai bambini che sbagliano.
Lontani perfino dalla vostra infanzia, che evidentemente avete dimenticato di aver avuto. Mi piacerebbe sapere quanti di quelli che oggi invocano punizioni esemplari per un undicenne abbiano davvero intenzione di occuparsi di lui domani. Quando le telecamere saranno altrove e il suo volto non servirà più a riempire un titolo.
Perché è facile trovare un colpevole, uno da punire, volere che qualcuno paghi. Molto più difficile chiedersi chi lo aiuterà a sostenere tutto questo.
E forse la domanda che dovremmo porci non è soltanto che cosa abbia fatto, ma che cosa vogliamo farne noi di lui. Un colpevole per sempre? Un nemico pubblico in miniatura? Un esempio da esibire affinché tutti gli altri imparino ad averne paura?
Io preferirei un bambino. Uno che abbia ancora la possibilità di diventare altro rispetto al suo giorno peggiore.
Non so dove stiamo andando. So che abbiamo cominciato a chiamare ordine una quantità impressionante di ingiustizie, e disordine qualunque cosa le renda visibili.
Da quelle città costruite sul cucuzzolo delle colline, intanto, continuano a scrutare l’orizzonte. Cercano i nemici lontano, oltre le mura, oltre i confini, oltre tutto ciò che conoscono.
Non guardano mai giù.
Eppure i nemici, quelli che si sono inventati, arrivano proprio dal basso.
Anche per età.
E hanno undici anni.
Undici.





Lascia un commento