Fran Lebowitz: genio irriverente della vecchia e giovane New York

di Elisa Mauro

Esistono al mondo due tipi di artisti: il primo vive per produrre le sue opere esternandole in modo ossessivo, il secondo vive e basta, osserva, sente, legge, e la maggior parte di ciò che intende scrivere, o realizzare, lo tiene tutto per sé (o più probabilmente per i cari che ne erediteranno i diritti). Al primo gruppo appartengono artisti, meglio noti imprenditori, che sanno vendersi come mele al mercato. Fran Lebowitz appartiene alla seconda categoria, quella che amo e di cui neanche troppo inconsapevolmente faccio parte. 

Nata nell’ottobre del 1950 Fran è una delle scrittrici, autrici, relatrici, vere e proprie icone americane più amate al mondo. Diventata famosa per le sue divertentissime stoccate, il cui acume è stato più volte accostato a quello di Dorothy Parker, Fran Lebowitz è una ragazza di origini ebraiche cresciuta a Morristown nel New Jersey e presto trasferitasi a New York in cerca della sua realizzazione. 

Benché non abbia mai dimostrato grande interesse per le materie scolastiche – alle superiori fu rimandata sei volte in algebra, una materia «che non riuscivo assolutamente a capire e non avevo alcun interesse a capire» -, Lebowitz è presto nota per la sua ironia, il suo modo di discostarsi dalle comunelle per rendersi quanto più unica possibile, stravagante, diventa sopratutto nota per la sua anarchia.

Però dato il suo scarso rendimento scolastico viene iscritta dai suoi genitori, modesti imprenditori, in una scuola episcopale femminile, la Morristown High School, a Mountain Lakes, dalla quale si fece presto espellere, come sentenziò, per «maleducazione aspecifica». In realtà poi si scoprì, come da lei rivelato, che scappava dalle cosiddette pep rallies, i raduni di incoraggiamento alla squadra da parte delle ragazze cheerleader che si tenevano ogni venerdì prima delle partite di football: «Odiavo tutto lo sport. Il football è al di là delle mie capacità cognitive, proprio come l’algebra». 

Atea dall’età di sette anni non ha mai ricevuto il bat mitzvah ma ha dovuto frequentare la sinagoga fino all’età di quindici anni. A diciotto anni i genitori la spediscono da una zia, nei pressi di New York. Ma è a New York City che Lebowitz si accorge del mondo e di quanto può essere diverso, variopinto, ispiratore. È così – e qui – che per mantenersi comincia a lavorare come inserviente delle pulizie, autista, tassista, con il suo prezioso taxi Checker del 1979, dal colore grigio perla, «l’unica relazione monogama che abbia mai avuto in vita mia» e, per la cronaca, anche scrittrice di materiale pornografico. Si rifiuta di fare anche la cameriera perché «il rapporto sessuale con il manager era un prerequisito per l’assunzione in molti ristoranti». 

Quando inizia la sua carriera di articolista per Changes, una «rivista di politica e cultura radical-chic» fondata da Susan Graham Ungaro, è presto notata da Andy Warhol, papà della Pop Art e della Factory newyorkese, che assume Fran Lebowitz come editorialista per la sua rivista Interview. In questa nuova veste l’autrice realizza una collana intitolata I Cover the Waterfront dal successo impareggiabile. Cavalcando l’onda e l’inaspettato entusiasmo, si dedica così alla stesura dei suoi primi due scritti, Metropolitan Life e Social Studies, che poi convergeranno nel 1994 in un’unica opera intitolata The Fran Lebowitz Reader. Sempre come articolista dedica buona parte della sua vita di autrice a un’altra celebre rivista femminile dedicata a racconti (di noti autori come Truman Capote, James Bowles, Mary Gordon e Julia Cameron) molto in voga negli anni ’80 e chiamata Mademoiselle.

Andy Warhol e Fran Lebowitz

Dalla sua vita Martin Scorsese si lascia ispirare per realizzare due documentari dedicati a questa grandissima artista: il film Public Speaking del 2010 (HBO) e per Netflix e la docu-serie Fai finta che sia una città (Pretend It’s a City, 2021), in cui il celebre regista intervista Fran su New York e le sue infinite declinazioni. In qualità di attrice, Lebowitz partecipa ad alcuni suoi film come The Wolf of Wall Street (2013) con Leonardo di Caprio.

Copertina Netflix Pretend It’s a city

Nemo profeta in patria 

Il New Jersey non è mai stata casa. Fran si sente rifiutata, come spesso accade, dal luogo in cui nacque, non solo da quelle istituzioni scolastiche che la tenevano costantemente oltre le righe senza integrarla, sostenerla, correggerla (per fortuna nostra), ma anche forse dalla sua stessa famiglia. Di recente la scrittrice riceve la Hall of Fame del New Jersey commentandola con la seguente affermazione: «è la prima volta che piaccio a qualcuno nel New Jersey». 

Negli anni raccoglie, tra interviste, pubblicazioni e partecipazioni, aforismi, sferzate su ogni aspetto della vita contemporanea, di come questa si è modificata, un viaggio nel tempo, nel cuore, nell’anima di uno scrittore, come lei, nata femmina, poi donna, cresciuta in luoghi e con persone che avrebbe visto recitare benissimo in un film patriottico, di quelli che imbracciano le armi a difesa di una presunta identità civile.

E infatti sulla sua città: «Crescendo a Morristown, mi sentivo imparentata con George Washington. Ogni spazio pubblico, come le aule delle scuole pubbliche, l’ufficio postale e le aule dei tribunali, doveva avere un’immagine prominente di George Washington». 

Sulla Pandemia 

Anche la pandemia da Coronavirus è stata oggetto delle sue ironiche analisi: «Prima del virus, per tutta la mia vita, ho sognato di sdraiarmi sul divano e leggere dal venerdì al lunedì, senza mai uscire dall’appartamento. Non mi aspettavo di avere sei mesi per farlo».

Sull’età 

Fran Lebowitz compirà quest’anno 72 anni. Ha dichiarato che compiere settant’anni è «molto brutto. Chi ti dice qualcosa di diverso sta mentendo. Quando la gente dice: “Come stai?” dovresti dire: “Sto benissimo, sto bene, non ho il virus“. Sono felice di non averlo contratto, ma a parte questo, è orribile avere 70 anni. La gente dice: “Sai, è meglio dell’alternativa“, che è la morte. Ma vorrei un’altra scelta, per favore».

Il blocco dello scrittore 

Fran Lebowitz è meglio nota per aver reso noto (e giustificato) il cosiddetto blocco dello scrittore. Il suo va avanti da decenni. È stata lei a sacralizzare il tedio dell’autore, il diritto di star zitto e scioperare. Di dover riflettere. Lei a sostenere l’importanza della continua ricerca e del perenne ascolto nei confronti di ciò che ci circonda, di quella New York cangiante e ormai dedita solo ai consumi di massa. «Il mio editore dice che la paralisi che ho della scrittura è causata da un’eccessiva riverenza per la parola scritta, e penso che probabilmente sia vero». Su questo blocco ha edificato la sua carriera di scrittrice e ha presentato in vari programmi, in vari show, la sua opinione sull’argomento sempre in modo distintivo, sardonico e ironico. 

Lo stile 

Adora indossare sopra le camicie bianche giacche da uomo, realizzate su misura dalla ditta Savile Row di Anderson & Sheppard. Gli stivali sono in stile cowboy e i grandi occhiali sono maculati o tartarugati. Strenua sostenitrice dei diritti dei fumatori, il genio Lebowitz ha sostenuto di non aver fatto uso di droghe dall’età di diciannove anni e di aver acquisito con quella «la scorta vitale» utile per mantenersi ancora perfettamente vitale. 

Sul femminismo

«Se [il femminismo] funzionasse davvero, non ci sarebbe più il femminismo», ha detto. Ma «ci sono un paio di cose che sono cambiate così tanto in meglio, e la vita di una ragazza è un miliardi di volte migliore rispetto a quando ero una ragazza. Non c’è paragone. È molto meglio, eppure è ancora orribile. Questo ti dirà com’era, ok?». 

Sul suo ultimo lavoro, La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire (Bompiani, 2021) scrive: «lo scrittore finisce per rappresentare nel mondo concreto quel che l’esperanto rappresenta nell’universo delle lingue: qualcosa di divertente, forse, ma non così divertente. Alla luce di tutto ciò trovo sia giunto il momento che gli interessati accettino come innate le peculiarità della loro professione e riconoscano una volta per tutte che, in una terra di ciechi, lo scrittore è orbo da un occhio e non troppo felice della propria condizione».

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