Taharrush jama‘i, la pratica della molestia collettiva in Piazza Duomo

di Silvio Nocera

Agosto 2014 Stoccolma / Festival We Are Sthlm / esterno giorno / Un gruppo di uomini tra i 17 e i 20 anni aggredisce alcune ragazze svedesi. Si tratta per lo più di afghani che, complice la calca presente all’evento, isolano e palpeggiano le vittime con modalità da branco. La stessa cosa, sempre durante quella manifestazione, si ripete l’anno successivo, come pure nel 2016. Le denunce sporte sono 60. I denunciati sono, secondo i report della polizia, uomini richiedenti asilo.

31 dicembre 2016 Colonia / Centro città tra Duomo e stazione ferroviaria / esterno notte / È San Silvestro e i festeggiamenti per il nuovo anno sono in corso. Circa duemila giovani uomini, per lo più di etnia araba (i dati forniti dall’apposito rapporto della Bundeskriminalamt, la polizia federale tedesca, sono incontrovertibili), spesso naturalizzati, residenti in città e provenienti da Belgio e Francia del Nord, in gruppi numericamente variabili, accerchia, isola e aggredisce un migliaio di donne, molestandole sessualmente e derubandole, fino ad arrivare a esecrabili episodi di stupro. 

31 dicembre 2016 Amburgo, Stoccarda, Francoforte, Berlino, Düsseldorf, Salisburgo, Zurigo, Helsinki, Kalmar,  Malmö / esterno notte / Durante le celebrazioni in piazza per il capodanno le stesse scene si ripetono, con diversa entità e con numeri differenti.

31 dicembre 2021 Milano

Piazza Duomo / esterno notte / Mentre si festeggia il nuovo anno, decine di ragazze vengono molestate da un corposo gruppo di uomini stranieri, alcuni con cittadinanza italiana. In capo a qualche giorno, grazie alle riprese effettuate con gli smartphone, alcuni degli aggressori vengono identificati e fermati. Si tratta di giovani nordafricani provenienti non solo dalla Lombardia, ma da alcune zone limitrofe, come il Piemonte, che mettono in atto la stessa aggressione già verificatasi in Svezia, Finlandia, Germania, Francia, Svizzera. 

Flashback. È il gennaio 2013. Siamo a Piazza Tahrir dove sono in atto le rivolte contro Morsi. Il Paese è nel caos. Il Presidente dichiara lo stato di emergenza e il coprifuoco dalle nove del mattino alle sei del pomeriggio nei territori di Ismailia, Suez e Port Said. Esce la testimonianza integrale di una donna che denuncia di essere stata stuprata in piazza mentre altre manifestanti dichiarano di essere state aggredite sessualmente da gruppi di centinaia di uomini. 

AP Photo/Amr Nabil

La lunga denuncia della donna, pubblicata dal sito Nazra.com, non fa sconti. Insieme a un amico e un’amica si trova tra i tumulti delle rivolte. Nella folla la donna perde la sua amica per poi ritrovarla, in mezzo a una pioggia di gas lacrimogeni, letteralmente «circondata da centinaia di uomini» da cui gli altri due cercano invano di metterla in salvo. Vengono respinti. Cadono. Vengono separati e la ragazza viene spinta all’interno del cerchio che si è formato. Il resto non è necessario raccontarlo. Li chiama lupi umani e persone senza Dio, sgombrando il campo da interpretazioni semplicistiche che imputerebbero la responsabilità di quei gravissimi episodi al comune impianto religioso islamico. Sono persone senza Dio

Ciò che viene perpetrato ha un nome e un cognome: si chiama taharrush jama‘i (in arabo تحرش جماعي), molestia collettiva, locuzione con cui la lingua araba identifica le molestie sessuali di gruppo. Si verifica con una modalità specifica: gli uomini formano un grande cerchio, scelgono chi aggredire e le isolano. Coloro che potrebbero dare protezione vengono tenuti distanti mentre le vittime vengono risucchiate all’interno del cerchio dove vengono molestate, diventando l’oggetto di tutti. Nel suo interessante articolo Le mani sulle donne. Islam, culture religiose, violenza sessuale dopo il capodanno di Colonia, Antonio Guerrieri, dottore di ricerca in Teoria degli ordinamenti giuridici a La Sapienza, spiega: «Taharrush è termine molto simile a ta’arrud, ossia al comportamento di un uomo, diffuso specialmente nell’Arabia pre-Egira, che per strada blocchi il passo a una donna per spingerla ad avere rapporti sessuali con lui».

Sembra dunque che le modalità delle aggressioni sessuali in Egitto siano state replicate anni dopo in Europa. Non è un caso che successivamente ai fatti di Stoccolma, Roger Ticoalu, delegato responsabile per eventi musicali della città, abbia riportato di aver ricevuto notizia di una sorta di nuovo fenomeno che si stava verificando ai danni delle svedesi. Qualche anno dopo, come comprovato dai fatti di cronaca che ho riportato, la stessa dinamica si ripete in altri Paesi Europei.

I DATI

AUTORINella stragrande maggioranza dei casi si tratta di uomini stranieri di cultura arabo-musulmana
VITTIMEDonne
MODALITÀStesso tipo di aggressioni in contesti di assembramento pubblico, stesso tipo di delitti
PERCEZIONE DEGLI EVENTIPaura, incomprensione, confusione delle vittime e delle forze dell’ordine
ANALISI E VALUTAZIONE DELL’ACCADUTOQui i dati non combaciano. Se volessimo tralasciare, scioccamente, l’ipotetica correlazione con gli episodi di piazza Taharir, lo spettro delle conclusioni sarebbe vario: ragazzate (si, ragazzate!), semplici aggressioni causate da alcool o droga, scontri tra cluster culturali, identitarismo, episodi di terrorismo asimmetrico

A tal proposito è interessante notare come, nella maggior parte dei casi europei, per lo meno all’inizio, il fenomeno sia stato sottovalutato perché non compreso. Ce lo dicono le testimonianze degli accadimenti di Stoccolma e la goffa reazione di Wolfgang Albers, ex-capo della polizia di Colonia, pre-pensionato per l’incapacità di gestire quell’emergenza e delle false dichiarazioni rilasciate dal suo dipartimento che sostenne che i festeggiamenti si fossero verificati in un clima pacifico e allegro, così minimizzando la gravità dei fatti. Invece, mentre ancora le aggressioni in Germania erano in atto, la famosa piattaforma Harassmap, nata in Egitto nel 2010 come stanza protetta virtuale per combattere le violenze di genere, aveva segnalato quando stava occorrendo in tempo reale. 

L’onta del pregiudizio

La notizia nel frattempo stava facendo il giro del mondo suscitando reazioni indignate da parte di quella moltitudine di arabo-mulsumani che non solo condannavano apertamente lo scempio in corso, ma che, non sentendosi rappresentati da quelle frange violente e criminali, non intendevano essere accomunati con quella marmaglia che contribuiva a rafforzare lo stereotipo del musulmano-brutto-sporco-violento-e-cattivo.

Illuminante, a tal proposito, fu il commento di Mina Ahadi, attivista politica irano-austriaca residente in Germania e fondatrice dell’associazione Zentralrat der Ex-Muslime che, nel suo articolo L’Islam politico e l’inadeguatezza della sinistra, scrisse: «A questo riguardo, non accetto che qualcuno mi accusi di islamofobia: io voglio capire cosa è successo. Quello dell’aggressione sistematica alle donne è un tratto tipico di alcuni paesi cosiddetti musulmani, io in prima persona lo posso testimoniare come iraniana»

Mina Ahadi

SE NON TUA, DI TUTTI

Mina Ahadi non è una voce solitaria. Fior di intellettuali arabi di entrambi i sessi da anni combattono per liberare le donne e il loro corpo, non solo dalla schiavitù del patriarcato, ma anche da stereotipi, incrostazioni e deformazioni culturali che un certo Islam usa a proprio piacimento per giungere a loschi obiettivi di predominio di questa o quella fazione. Col risultato di piegare giovani generazioni a visioni oscurantiste secondo le quali la donna vale metà dell’uomo, ha facoltà di raziocinio limitata e deve essere messa sotto tutela e guardata a vista, come riferitomi fieramente da uno dei miei utenti pakistani durante il mio lavoro presso i centri di accoglienza. Quasi a dire che se una donna non è tua allora è di tutti.

Questi elementi servono a inquadrare e analizzare i fatti di Milano sotto la luce della verità. Perché anche a Milano non si è capito, o si è finto di non capire, di fronte a cosa ci si trovasse. Nessuna netta e immediata presa di posizione da parte delle più alte autorità. La ministra Lamorgese è intervenuta solo una settimana dopo con una dichiarazione che suonava così: «Quelli di Milano sono fatti gravissimi su cui la procura della Repubblica ha immediatamente avviato le indagini per individuare i responsabili delle molestie e delle violenze che spero vengano assicurati al più presto alla giustizia». Un po’ pochino rispetto a un fenomeno che negli ultimi anni ha acquisito una dimensione europea e a seguito di cui la Germania ha aggiornato il proprio codice penale, introducendo la fattispecie di molestia e violenza sessuale di gruppo, peraltro già presente nell’ordinamento italiano. 

Perché il punto qui non è solo sorvegliare e punire, ma studiare, capire, prevenire, individuare e mettere in atto strategie in grado di disinnescare questo abominio. E per farlo occorre porsi delle domande: le aggressioni sessuali, così come verificatesi, sono state oggetto di pianificazione? In quale misura questi fenomeni sono riconducibili a retaggi culturali e/o a un’indecente esegesi religiosa? Sotto quale luce va analizzato il conflitto con l’altro-da-sé, sia esso il sesso opposto, la comunità di appartenenza o l’impianto culturale delle vittime? E infine, come è possibile costruire una cultura del rispetto e del pluralismo che esuli dalla facile tentazione del pietismo e del giustificazionismo con cui l’Europa cerca di lavarsi la coscienza da incontrovertibili colpe storiche legate ai suoi moti imperialistici? 

AL CONFINE

Viviamo nel perimetro di uno Stato di Diritto che pone paletti chiari sui temi dei diritti umani, delle pari opportunità e dell’uguaglianza di genere: le legislazioni europee sono molto avanzate sul tema, si ispirano ai Diritti inviolabili dell’Uomo e mettono a disposizione tutti gli strumenti necessari a renderli viventi. Strumenti che non sono solo repressivi, ma che contemplano la costruzione di politiche attive capaci di promuovere il cambiamento inclusivo. Si tratta di strumenti che non sono solo di respiro nazionale, ma che si ispirano ad accordi e linee guida europee e internazionali, discussi e approvati in seno alle Nazioni Unite per conseguire un mondo più equo e una pace duratura. 

Mi riferisco all’Agenda Donne, Pace e Sicurezza (WPS), nata dalla Risoluzione 1325/2000 dell’ONU che introduce la Prospettiva di Genere nel settore Pace e Sicurezza e, attraverso le sue tre direttrici –  prevenzione, protezione, partecipazione – , trasforma le donne da mera categoria fragile (vittime) ad agenti di cambiamento nei processi di pace. E aggiungerei di pacificazione, non solo in contesti di guerra o di crisi umanitarie, ma anche su un fronte che potremmo definire interno dove il conflitto è in atto per diverse ragioni e a diversi livelli con l’altro-da-sé. 

In questa lettura, l’Agenda WPS rientra dunque a pieno titolo, assieme ai suoi strumenti operativi – i Piani di Azione Nazionali – , nel novero delle politiche attive di protezione e di inclusione (leggasi integrazione) che vanno ad affiancarsi al Fondo Europeo per Asilo, Migrazione e Inclusione. E che dovrebbero avere un coordinamento europeo che non riguardi solo l’ambito finanziario. Perché oltre a reprimere duramente e senza indugio condotte violente che minano le fondamenta dei nostri Stati di Diritto, urge mettere in campo strumenti che hanno alla base approcci e visioni condivise a salvaguardia dello Spazio di Libertà, Sicurezza e Giustizia europeo.

LA LUNGA STRADA

Il lavoro da fare è tanto, lungo e complicato: i cambiamenti culturali hanno bisogno di tempo, energia, risorse materiali e immateriali da spendere in percorsi specificamente calibrati per l’altro-da-noi con cui condividiamo i nostri spazi. Pubblici o privati che siano. Occorre allora stipulare una doppia alleanza: la prima tra donne immigrate (di prima e seconda generazione) ed europee e la seconda tra quelle stesse donne e gli uomini (titolari o richiedenti asilo, naturalizzati, residenti, europei) capace di depotenziare e mediare i conflitti, favorendo l’evoluzione culturale (non dimentichiamo che non pochi aggressori avevano acquisito le cittadinanze dei Paesi in cui si sono verificate le violenze). Mai come in questo caso, l’unione dei fronti fa la forza.   

È allora tempo di squarciare il velo di ipocrisia che ammanta la gestione dell’immigrazione: basta col pietismo, basta col giustificazionismo, basta con la propaganda di destra o di sinistra. Bisogna agire il coraggio di cambiare.   

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