Il modo occulto del bene (ENAP), e il modo chiaro del male (EAP)

Il demonio ha un nome anche se non è questa la cosa importante. È importante sapere cosa fa, l’opera che compie sull’uomo e i danni che riesce a provocare.

Il demonio fa business, si interessa degli interessi altrui e stimola ad averne sempre di nuovi e di più alettanti. Sa bene che l’uomo ha bisogno di attenzioni, di concretizzare una buona parte dei suoi sogni per rendersi adeguato e soddisfatto, e lui che fa?, ci delude? mai, il diavolo se c’è una cosa che proprio non sa fare è deluderci. E allora ci fa scalpitare, ci mostra la crudeltà di alcuni sistemi con cui è cresciuto e si affinato il mondo, ci mette in faccia la realtà e poi ci dice: vedi, te l’avevo detto io? E noi abbassiamo la testa, come figli irriconoscenti e finisce che gli diamo pure ragione.

L’editoria a pagamento, o vanity press, è un mercato ben noto ai provetti scrittori. Chiunque abbia un racconto nel cassetto, che sia improvvisato o elaborato a seguito di attenti e meticolosi studi, ha avuto modo di avventurarsi in questo mondo parallelo che è propagandato sul web come la spazzatura della vera editoria, quella “non” a pagamento (ENAP), quella da cartellone pubblicitario, da mega presentazioni, quello da interviste a destra e a manca e irriducibili comparsate in tivù.

Non a caso, questo tipo di pubblicazioni, in inglese si chiama vanity press, proprio a sottolineare – alle volte impropriamente – la vanità con cui un autore intende celebrarsi attraverso simili edizioni che contengono, nei migliori dei casi, il lavoro – ammettiamolo onesto – di correttori di bozze, uffici stampa, promoter, grafici professionisti e stampatori, come qualsiasi altra casa editrice, da quella più storica e miseramente caduta in disgrazia a quella più magniloquente e dai titoli più vendibili. Alle volte con un pagamento forfettario altre attraverso l’acquisto obbligato richiesto agli autori sulle opere ricevute e poi liberamente vendute o regalate, gli editori di questo genere di meccanismo di produzione non si assumono il rischio di acquistare, cioè di investire su ciò che decidono di produrre, ma lasciano questa lama, alle volte tagliente altre meno, a chi ha creato il testo, l’idea, il concetto da divulgare. In alcuni rari casi, attraverso il processo dell’editoria a pagamento, si ottiene un discreto successo, dovuto ai contatti che l’autore stesso è riuscito a riunire, alle presentazioni autoprodotte e autogestite, alle vendite spesso promosse sui propri social e sui canali dedicati. Però tutto questo senza il minimo giudizio, critica, rimbrotto da parte di editori, professionisti che si dicono troppo per prendere in considerazione la massa, la comune, tutto ciò che entra e che spesso non viene neppure letto.

Il diavolo, l’avrete capito, si chiama editoria a pagamento. La sua pessima reputazione è simile a quello di un virologo per un no-vax, eppure in alcuni casi non fa nulla di diverso rispetto a ciò che compiono etichette autonome nella produzione di dischi, anche vendutissimi. Il parallelismo non è così ovvio e scontato. Anzi, spesso è volutamente celato. 

Nell’opionione publica un libro evidentemente ha un valore culturale differente rispetto a un disco che proviene da musicisti, studiosi di musica, difficilmente autodidatti. Eppure i tempi avversi del presente hanno dimostrato che per fare dischi non occorre necessariamente conoscere la musica. Basta farla, inciderla e registrarla, condividerla sui siti di sharing, farne connessioni, iperconnessioni e risultare vincenti. Cosa analogamente naturale dovrebbe accadere anche per i libri, per qualsiasi altra opera d’ingegno.

Uno scrittore è chiunque abbia firmato uno scritto, un romanzo, una novella o semplicemente una fiaba. Un autore è colui che “dice bene” promuovendo le sue opere, scrivendo anche per scrittori, essendo ideatore ed esecutore al tempo stesso.

Ormai tutti scrivono libri è una di quelle frasi che si rincorrono di più in società. Ed è vero. Tutti scrivono libri, perché tutti hanno il diritto di scrivere qualcosa e di vederselo pubblicare, anche fosse un semplice diario in forma casalinga, anche fosse la lista della spesa. In qualsiasi modo si voglia, senza togliere nulla a nessuno che la vecchia editoria, travestita goffamente da cappuccetto rosso tutta zucchero e lentiggini, non abbia già abbondantemente tolto.

Oggi per scrivere un libro occorre solo scriverlo

Avere un’idea, compierla sul foglio, agghindarla di tutto punto, tirarla a lucido per le ultime revisioni e inviarla alle case editrici che accettano i manoscritti inediti. Ma sono tante, e non solo spesso non sono portatrici sane di risposte, ma se rispondono, ti chiedono di agganciarti a una agenzia letteraria o a un altro autore di successo che possa – diciamo – spingere il tuo prodotto verso il nuovo mercato dei lettori (altro tasto dolente: quanti lettori ci sono in Italia? «I lettori dai 15 ai 75 anni passano dal 65% del 2019 al 56% di quest’anno e il calo maggiore si registra tra gli adolescenti dai 15 ai 17 anni» Fonte PLPL).

Non è pagare, in alcuni casi, ma chiedere favori a clienti già noti. Oppure pagare altri, gli agenti, i manager, i costumisti, come piace chiamarli a noi, che possano promuovere per te e chiunque paghi il pacchetto rendendolo meglio di come è partito, riscrivendolo da capo in molti casi e rivoluzionando il messaggio che uno intendeva in principio veicolare. E il risultato è formidabile, pubblicabile, commerciale. Un sogno realizzato, ma senza forconi e piaghe dell’inferno. Solo che in molti casi, anche così, nessuna gloria in cambio di tanto lavoro, di tanti sforzi, di tanto brainstorming gestionale.

Un altro tipo di demone è quello a doppio binario, e cioè l’editore che si assume il rischio solo per metà, solo per quelli più autorevoli (politici, giornalisti, autori già editi, personaggi del mondo del gossip, influencer e nuovi idoli del web) oppure per quelli che hanno un giro di vite abbastanza carico da poter far salire tutti quanti su.

Il diavolo lavora differentemente: ti fa scrivere, ti lascia il testo quasi del tutto invariato, libertà che paghi e che decidi di restringere a tuo piacimento e a tuoi ponderatissimi rischio e pericolo.

L’editoria a pagamento è il diavolo

È vero. Si ciba dell’anima e della vanità di un autore e in cambio gli mostra la sua immagine deformata per poi restarne incastrato per il resto dei suoi giorni di scrittore che – se è permesso, se non si reca offesa a scrittori come Castellitto, Volo, Parodi, o quelli del circolo bocciofilo amici dell’editore e altri simili – in genere equivalgono a quelli di uomo. Anche se guadagna facendo il panettiere. Ma che t’importa?

Quello dell’editoria a pagamento non è un fenomeno appena nato. Si è diffuso negli primi anni ’80 e Umberto Eco nel suo Il pendolo di Foucault ne parla con l’acronimo di EAP (Editoria a pagamento) da allora diventato molto famoso. Alcuni autori, divenuti anche celebri, hanno inaugurato la loro vita d’artista con opere pubblicate a pagamento: Alberto Moravia nel 1929 ha pubblicato Gli indifferenti o Umberto Saba con la sua raccolta di Poesie e Italo Svevo con Una vita e Senilità. La EAP era appena nata e godeva di buona fama e di un discreto successo. Nessuno poteva immaginare che da lì potessero uscire opere minori, anziché opere altisonanti e apprezzate da un pubblico più o meno avvezzo alla lettura, più o meno colto, più o meno alfabetizzato.

Già celebre anche Marcel Proust pubblicò attraverso la édition à compte d’auteur perché – si racconta – non ammetteva più la sopraffazione prepotente del suo editore.

Alcuni autori odierni, invece, risentiti di questo meccanismo, hanno messo online siti dove è possibile dialogare su esperienze con edizioni a pagamento. Se pubblichi in questo modo fai schifo, non sei un autore, dovresti vergognarti. E altri commenti del genere che farebbero pensare a una sorta e ulteriore scudo a favore dei grandi, medi editori italiani che – secondo questa leggenda mitologica – crederebbero a occhi chiusi nel talento di un autore, che a dispetto di tutto sarebbero disposti a spendere migliaia di euro per progetti editoriali validi, anche se privi di alcun collegamento esterno, anche se privi della minima spettacolarizzazione, anche se privi, in alcuni casi noti, del testo stesso. 

Eppure oggi pubblicare a pagamento significa tatuarsi sul corpo qualcosa di indelebile, la firma di un patto con il diavolo. 

«Se ti dicessi che l’autore che pubblica in questo modo è simile a un impiegato che paga il suo datore di lavoro per poter andare in ufficio a lavorare, questo processo ti apparirebbe in tutta la sua assurdità», si legge su un blog in difesa dei grandi editori che operano sempre nel bene degli artisti.  

Ma non è esattamente così, non lo è per migliaia di musicisti che rincorrono la fama autoproducendo la loro musica, non lo è per i pittori che comprano le tele e ci disegnano sopra e poi le espongono – anche a pagamento – per “mostrarsi”, appunto, per chiedere al pubblico Ti piace?. Non lo è per chiunque abbia voglia di esprimere un concetto e di difenderlo. E se avrà successo cosa importa?

Cosa importa se un autore paga il suo prezzo per vedersi pubblicare uno scritto, attraverso un lavoro di edizione e di promozione altrui? Può non piacerci, ritenerlo poco elegante, poco ortodosso, ma è quello che accade e che è giusto che accada. 

Un autore, in fondo, potrà firmare contratti validi solo quando il suo guadagno sarà pari o oltre al 50% sui ricavi del suo lavoro. Ma non è mai così. Mai. E perché tante storie allora? Perché non è lo stesso per la musica? L’autoproduzione musicale è diventata un’alternativa davvero rivoluzionaria nei confronti del potere esorbitante delle major. E molti artisti affermati hanno deciso di intraprendere questa strada con un investimento economico su se stessi prima di ogni cosa.

La giovane scrittrice statunitense diventata famosa Amanda Hocking tramite il selfpublishing dei suoi romanzi «pieni di troll, goblin e favole, che inchiodano il lettore alla pagina e hanno generato nel mercato editoriale quel tipo di eccitazione che non si vedeva dalla serie di Stephanie Meyer e JK Rowling» (New York Times) ha sfidato di fatto centinaia di rifiuti ricevuti mettendo gratuitamente a disposizione dei lettori i suoi scritti. E vincendo.

Sarebbe quindi meglio se molti autori, anche noti, dati i contratti da fame che li obbligano a pubblicare con etichette altisonanti dell’editoria nostrana, anziché lasciare i loro scritti in un cassetto o ad aspettare un ni, li pubblicassero gratuitamente attraverso l‘autopublishing (vedi IlmioLibro, Amazon) per cercare altrove un giudizio, nel luogo più giusto e anche più ovvio, dall’editore migliore che ci sia: il lettore, e vedere, come diceva il mitico Jannacci, di nascosto l’effetto che fa.

[Redazione]

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