L’editoriale: Nobody’s listening e il genocidio silenzioso

«Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita; ed io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere fra la mano destra e sinistra e una grande quantità di animali?» Giona, 4, 10-11

di Elisa Mauro 

Il villaggio è quello di Kocho che si trova a Nord dell’Iraq. Fa caldo, in Italia è Ferragosto, il giorno più caldo dell’anno. Quello di cui parliamo è il 2014. Qualche giorno prima i miliziani del Daesh (ISIS), provenienti dalla Siria e dall’Iraq centrale e meridionale, si moltiplicano per le strade del distretto di Sinjar, un luogo abitato da minoranze etniche che vive al confine con la Siria. In questa regione abitano prevalentemente gli yazidi in una delle concentrazioni più numerose al mondo, insieme a quella esistente a Ninive, la città che Dio ordinò a Giona di distruggere, di sterminare. Il profeta invece si ribellò, non senza ripercussioni.

Gli yazidi sono una minoranza eterodossa, sincretica, che vive in comunità ben coese. Da padre e madre in figli tramandano oralmente le loro regole ibride. In tutto il mondo esisteranno circa 300.000 yazidi. Per loro il mondo in origine era una perla molto piccola, chiusa, ma anche estremamente preziosa. Dio allora chiamò sette Esseri Santi, noti come Angeli, a cui affidarla.

Spesso associati ad «adoratori del diavolo», poiché tra i sette angeli compare una figura ambigua, Malak Ṭāʾus, l’Angelo Pavone, e proprio a causa del loro mix di credenze provenienti da diaspore umane, culto degli angeli e religioni contaminate, gli yazidi curdi sin dalla loro diffusione sono stati considerati una vera e propria minaccia per i musulmani più ortodossi. Anche la tomba del loro sacro Shaikh ʿAdi fu rasa al suolo nel 1414 insieme allo sterminio di centinaia di migliaia di innocenti. Molti in quella battaglia si convertirono, perché costretti, all’Islam.

Le torture e i massacri perpetrati nei confronti di queste persone, molto probabilmente derivanti dai tempi delle origini dei più importanti monoteismi, sono stati ultimamente molto dibattuti dalle comunità internazionali anche se poco è stato fatto

Quest’odio aizzato dalle due divinità monoteiste contro gli yazidi ha provocato ingenti esodi della popolazione per il mondo: in Europa attualmente ne esistono alcune comunità (in Germania, Francia, Svizzera, Belgio e Danimarca) e negli Stati Uniti neppure 5000 persone di fede yazida si trovano a convivere stretti nelle loro credenze in via di estinzione.

Lo yazidismo è una religione pragmatica, che sconfessa il ruolo del dogma e delle sacre scritture. In esso è vivido il credo della metempsicosi (o reincarnazione, cambiare l’abito, lo definiscono) secondo cui dopo la morte l’anima è tesa e si annida in un altro involucro vivente. La società yazida è distinta in caste, derivate direttamente dai sacri angeli di Dio, la fede è pura e non ammette unioni miste, la legge alimentare è rigida e composta e ci sono delle regole sociali che sono veri e propri tabù. Non è concesso nominare il nome del diavolo, ad esempio, né parole ad esso affini o assonanti. La musica sacra fatta di tamburi e shawm si unisce alla musica profana durante le celebrazioni della circoncisione, di un matrimonio e durante il Capodanno che si festeggia in primavera. Terra, Aria, Fuoco e Acqua sono i quattro elementi protetti da altri importanti regole: non si sputa su di essi.

Il fatto

Quel 15 di agosto l’ISIS attaccò la popolazione yazida. Fu uno sterminio, un genocidio. Nelle fosse comuni si accumulavano centinaia e poi migliaia di corpi mutilati mentre altre centinaia di vittime si consideravano ormai disperse.

A morire furono anziani, uomini e donne che non accettavano la conversione all’Islam. Bambini che non sapevano distinguere «fra la mano destra e la sinistra» (Il Libro di Giona). A sopravvivere, schiave, abusate, stuprate, furono altre migliaia di donne e bambine. Tra queste Nadia Murad, Nobel per la pace, che riuscì a fuggire dalle truppe del califfato arabo grazie a una famiglia araba sunnita che decise di prestarle soccorso.

I nuovi media al servizio dell’ISIS

È il primo genocidio che appare in diretta sul web attraverso la mano dei suoi carnefici. La propaganda del califfato fatta sui social e sui siti di riferimento religioso sa bene come gestire questi contenuti, indicizzandoli, portandoli alle più alte postazioni dei motori di ricerca, sa bene come fare per disseminare il terrore e renderci tutti più fragili, attraverso la vista e il dolore altrui.

I nuovi media al servizio dell’arte

Nobody’s Listening è una performance artistica in mostra allo ZKM (Centro per l’Arte e la Tecnologia dei Media) di Karlsruhe, nel land tedesco di Baden-Württemberg, che include esperienza dal vivo e immersione in realtà virtuali che commemorano il genocidio degli yazidi avvenuto proprio in quell’estate.

Attraverso l’immersione del fruitore, in quel mondo realmente esistito, l’anima è catapultata nella presa di coscienza di un popolo che ha subito devastazioni e soprusi, spesso nel silenzio della comunità internazionale. 

Sensibilizzazione, quindi, del pubblico atta a fornire uno strumento pratico per sopravvissuti e profughi come testimonianze vere e ancora in vita di quelle atrocità ancora in atto. Si stima che circa 3000 donne e bambini di fede yazida siano dispersi e ancora nessun combattente Daesh paga per quanto ha compiuto e compie.

Finanziata dal Ministero di Stato del Baden-Württemberg, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, Nobody’s Listening è stata inaugurata il 2 ottobre e resterà aperta fino al 9 gennaio 2022. La tecnologia di simulazione virtuale che concede l’immersione in un film crudele che ha attinto dalla realtà la sua sceneggiatura peggiore è incredibilmente in grado di modificare stati d’animo e percezioni e di condurci verso una trasformazione reale di noi. 

Riuscire a far parlare è la rivoluzione in atto con Nobody’s Listening che si conclude solo attraverso l’ascolto di chi ha voglia di sentire, di cambiare, di farsi cambiare. 

«La comunità internazionale può fare molte cose – ha dichiarato la Murad (premio Nobel 2018 e Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani – molte delle quali urgenti. Innanzitutto riconoscere il nostro caso come genocidio, da un punto di vista legale, proteggendo questa comunità che oggi sta scomparendo. Aiutarci a ricostruire i nostri villaggi e permetterci di poter vivere in Iraq in sicurezza. Ci sono ancora più di 3.000 ragazze nelle mani dell’ISIS, che vanno aiutate, come anche quelle che sono state liberate. Sono molte le cose da fare». 

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