Romanzo Quirinale: la lezione di Sergio Mattarella

di Silvio Nocera

La questione dell’elezione del Presidente della Repubblica è il tema principe di un certo dibattito politico e mediatico: il povero Sergio Mattarella viene strattonato di qua e di là in un disordine politico che fa rabbrividire. Poi ci si mettono giornalisti e operatori della comunicazione che devono pur fare il loro lavoro, e che sono spediti dalle redazioni a rispondere alla domanda da 100 milioni di euro: come si concluderà questo Romanzo Quirinale?

L’ovazione di sei minuti tributata al Capo dello Stato in occasione della Prima della Scala di Milano appare come l’ultimo capitolo del cahiers di dolèance di chi nutre poca fiducia in una classe politica percepita come inadeguata, faziosa e incapace di compiere la scelta migliore per il-bene-del-Paese (entità semantica archetipica dietro a cui si nasconde tutto e il contrario di tutto) e chiede senza troppe cerimonie il Mattarella-bis.

A questa pur comprensibile galassia di nostalgici del giorno prima, dell’era-meglio-la-dc-e-aridatece-pure-Craxi, e chi più ne ha più ne metta, risponde giovedì dalle Colonne del Corriere il quirinalista per antonomasia, Marzio Breda, chiarendo che l’ipotesi di un Mattarella-bis a progetto appare lunare: non solo andrebbe contro lo spirito della Costiuzione cui Sergione ha ispirato tutto il suo mandato da magistrato e da Presidente della Repubblica, ma rischierebbe di consolidare una prassi consuetudinaria che trova in Napolitano il primo esempio.  

Quel che pensi, Mattarella lo ha dichiarato forte e chiaro in diverse occasioni pubbliche e private. Se è vero che il furore di popolo coglie sempre alla sprovvista e spesso in contropiede, col potere di rimescolare d’improvviso le carte in tavola, la fragilità e la transizione che le istituzioni stanno affrontando (ivi compresi la composizione del nuovo Parlamento riformato e la questione CSM tenuta in splendida e apposita sordina) impone più che una presa di coscienza: un atto di coraggio. Questa è forse l’ultima lezione che il Presidente della Repubblica intende dare a un sistema di partiti ormai allo stato liquido, tramortito, impaurito e impreparato, sia sotto il profilo delle governance, sia sotto quello della formazione dei suoi quadri. 

Da mesi, con il suo schermirsi dal coro di voci genuflesse che chiedono e quasi reclamano il secondo mandato, Mattarella inchioda i partiti con le spalle al muro: è l’ora della responsabilità e del coraggio. La politica deve tornare a fare il suo mestiere e deve tornare a farlo bene.

L’Italia non può e non deve pendere dalle labbra sue o di Mario Draghi.

La spina dorsale delle istituzioni democratiche del Paese, il Parlamento, deve esprimere un nuovo Capo di Stato, perché nel Paese ci sono i profili e le competenze necessarie a fare in modo che il sistema Italia possa trovare nuovo fondamento nello spirito di squadra e in una rinnovata collaborazione tra le forze politiche che rompa la logica dell’uomo solo al comando. Come dire che tutti sono utili e necessari e nessuno è indispensabile.

È allora auspicabile che i partiti ascoltino e intendano e cominciano a osservare al di là del proprio naso per non fare la fine dello stolto che, anziché guardare la luna, guarda il dito che la indica.      

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