Un incredibile viaggio nel viaggio: come è cambiato conoscere gli altri attraverso l’esplorazione del mondo

«Il mondo esiste ancora nella sua diversità. Ma questa ha poco a che vedere con il caleidoscopio illusorio del turismo. Forse uno dei nostri compiti più urgenti consiste nell’imparare di nuovo a viaggiare, eventualmente nelle nostre immediate vicinanze, per imparare di nuovo a vedere»

(Marc Augé, 1997)

Si avvicina il periodo delle festività natalizie e per milioni di italiani, soprattutto, delle ambite ferie. In molti casi si è deciso di organizzare un viaggio, vicino o lontano che sia, purché si tratti di partire e andare da qualcuno, o da qualcosa, che a distanza di tempo, e di spazio, non vediamo con la stessa intensità di prima. La pandemia ha modificato la possibilità di spostarci con molta più agevolezza trasformando la nostra stessa percezione dello spostamento nell’idea di mancata libertà di circolazione.

Anche se adesso è consentito muoversi, sI viaggia con maggiori timori, con una pesantezza e una preoccupazione che derivano da tutto ciò in cui potremmo incorrere, nei contagi, nel caso in cui ci sentissimo male in un posto lontano da casa, in una eventuale quarantena da vivere tra sconosciuti, nella paura di restare bloccati per giorni in luoghi anonimi, settimane, come è successo per molti turisti a inizio di questo periodo così cruciale per l’intera umanità.

Benché sia una cosa difficile da credere oggi, siamo una specie adattabile. Noi uomini possiamo muoverci, spostarci da un luogo a un altro per conoscere altre realtà di vita o semplicemente per bearci di novità e del cosiddetto “stacco dalla quotidianità”. Ci adatteremmo a vivere in situazioni diverse da quelle a cui siamo comodamente abituati. Viviamo nelle guerre, tra cambiamenti epocali, nel dissesto ambientale, tra inquinanti di ogni genere e morfine sociali, plasmiamo tutta la nostra resistenza sull’adattabilità. Ma se qualcosa di microscopico, e allo stesso tempo letale, ci obbliga a un periodo di immobilità, e di restrizioni, cosa ne resta di questa nostra capacità di muoverci e di adattarci? Della necessità di conoscere e apprendere cose diverse da ciò che viviamo nel quotidiano? 

Il viaggio è uno spostamento prima di tutto dell’anima.

Viaggiare significa pensare in modo positivo, con un criterio di adattabilità al nuovo contesto che andiamo a scoprire ben solido nella mente e con un approccio propositivo verso ciò che intendiamo conoscere. O riconoscere. È dunque sbagliato ritenere il viaggio come qualcosa di fisso e razionale. 

L’antropologo Marc Augé nel 1997 dedica una raccolta di ricerche etnografiche tutte inerenti al viaggio contemporaneo. L’impossible voyage. Le tourisme et ses images (Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, Torino 1999), è il completamento di questo processo di ricerca e di analisi. Il viaggio, come riporta Augé, è ricerca della diversità, non solo in relazione all’altro, ma anche e soprattutto verso sé stessi. Secondo lo studioso francese, incentivare a viaggiare stando dove siamo è un modo per invitare a impiegare un approccio che faciliti il potere del sapere e delle relazioni umane, degli scambi, anche solo furtivi, anche fosse la banale scoperta di un vicolo abitato da una ristretta comunità all’interno del nostro stesso quartiere. 

Viaggiare non è omologarsi alle dinamiche turistiche di mercato di luoghi ben designati, da promuovere, “da vedere”, e comunque necessari al percorso di accrescimento del bagaglio umano, ma per andare oltre a quella routine, e a questa omologazione, bisogna creare uno spazio, dei luoghi che non riproducano stereotipie e realtà ripulite dalle avversità.

Un viaggiatore, per dirsi tale, avrà a che fare con la realtà nuda e cruda e, per amarlo al meglio, il luogo che sta incontrare non può essere risanato dalla sua verità. 

Scorcio di Napoli

Il nostro Paese, ad esempio, ha in sé tanti luoghi specifici, cittadine, paesi e piccoli borghi che mostrano vie e retrovie, ufficiali e non, entro cui è possibile conoscere addirittura persone che parlano una lingua (non un dialetto, proprio una lingua) altra rispetto all’italiano, di comunità di ragazzini che lavorano illegalmente, piccoli regni di malaffare e del contraffare, ma anche altari di arte urbana e meraviglie di chissà quali epoche trascorse, città sotterranee, pozzi, frantoi ipogei, mura antiche, piazze, antichi mausolei e mega centri commerciali in cui convivono nuovi assetti sociali e le più variegate strategie comunicative. Tra comunità rurali o montanare e piccoli borghi sul mare fino a culle di civiltà medioevali arroccate, l’Italia è il luogo che meglio di ogni altro, grazie a queste varietà, garantisce una ricerca costante trasformando il viaggio in esperienza.

Ogni spazio delle nostre città può essere una meta di viaggio. Basta riconoscerla, sapersi affidare, guardare il diverso dal noto, adattarsi ai vincoli che una specifica realtà mostra e accettare la nostra diversa proposizione in quel determinato contesto.

La letteratura del viaggio

Almeno tre quarti della letteratura mondiale deve il suo successo al viaggio, interiore o no che sia. Dalla Bibbia e dai suoi popoli erranti per terre promesse, con incontri di angeli, profeti e predicatori, alle fiabe dei fratelli Grimm, il viaggio è uno spunto creativo (e ricreativo) per l’immensa potenzialità che serba nel suo avvicendamento e per il carico allegorico che reca dentro di sé.

All’interno di un viaggio, e solo per mezzo di esso, accettiamo il diverso, riconosciamo l’altro. Lo fagocitiamo restando stupiti, alle volte piacevolmente, altre meno, dell’inconsueto e di ciò che resta escluso dalla nostra zona di conforto. Ma per accettare un racconto che parli di un viaggio è necessario avere fiducia, prima di tutto, in chi lo racconta. E per fidarci pienamente, chi lo racconta deve corrispondere al viaggiatore, a colui che sa fare di un viaggio turistico di coppia la diaspora di un intero popolo, di una introspezione umana il fantasmagorico viaggio tra universi e mondi paralleli. 

Risale al VII secolo a.C. la prima scrittura riguardante il viaggio, anche nota con il nome di Epopea di Gilgamesh. In lingua babilonese il testo è una raccolta di imprese del re di Uruk conoscitore di luoghi e segreti lontani. Omero, più avanti, con la sua Odissea pratica una morphé epéon (narrazione di viaggio, ndr) tipica una certa poesia epica che traduce il trasporto del corpo come crescita umana e acquisita capacità di conoscenza, e dunque, di vittoria e di gloria.

Attraversati i Peripli, le Argonautiche e l’Iliade, è con il Medioevo che il viaggio riacquisisce l’allegoria tipica dei racconti di santi e predicatori che narrano le diaspore di interi popoli verso Dio. E così anche nella Divina Commedia il Poeta s’imbatte lungo il viaggio che vorrà innalzarlo alle sfere più alte del cielo: un viaggio che contempla primariamente «virtute e canoscenza». Ma nella Commedia non c’è solo un viaggio individuale e solitario. Dante è immerso tra anime che vagano, errano, alcune senza meta, in costante movimento, come certi angeli, vati o creature mitologiche che traghettano altre anime o le guidano nel viaggio animistico verso Dio o verso il nulla. 

Anime dell’Inferno – La Divina Commedia

Dalle grandi scoperte geografiche del nuovo mondo furono redatti diari di bordo contenenti le più importanti ricerche etnografiche, dal Milione di Marco Polo ai Diari di bordo di Cristoforo Colombo. In questi tempi i viaggiatori impararono a trascrivere le avventure vissute, le ricchezza acquisite e i fallimenti aggiunti. Con l’andare del tempo illuminista, si diede inizio alle imprese fantastiche, interiori e romanzesche.

E nel romanzo, in prosa o in versi, il viaggio compie la sua autoproclamazione più riuscita perché si fa molteplice e rende al meglio la missione morale di ogni opera. Ecco che Robinson Crusoe (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson CrusoeDaniel Defoe 1719) naufraga in un’isola australe e sconosciuta e da uomo borghese diventa finemente eroe del quotidiano. Ma il viaggio è anche naufragio, con Heart of darkness (1902) di Joseph Conrad, non più scoperta ambiziosa e dal carattere infantile, ma l’affrontare le tenebre, il buio, l’angoscia di un mondo oscuro. 

Con l’avvento dei media e della tecnologia in grado di annientare le distanze tra luoghi opposti dell’emisfero il viaggio è reso la più banale e commerciale delle spinte di massa turistiche. Ma con una pandemia del genere, che ci obbliga a stare nel luogo della nostra sedentarietà, abbiamo acquisito nuovi sistemi per viaggiare, come esplorare narrazioni in serie tv, leggere (si spera sempre di più), collegarsi in virtuale con parenti e amici o colleghi distanziati.

Abbiamo acquisito una nuova forma di viaggio che fa già parte di molte scritture contemporanee e prevede come narratore il viaggiatore che in questo caso è la nostra mente, con l’attività di esplorazione del quotidiano, di ciò che non conosciamo pur circondandoci, maturando il desiderio di riuscire a vivere con le idee di libertà e di adattabilità ancora più sviluppate e condivise.

[Redazione]

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