Correre dietro l’ansia: la vita che non ci aspetta

La procellosa e trepida
gioia d'un gran disegno,
l'ansia d'un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch'era follia sperar. 

Alessandro Manzoni | da Il Cinque Maggio
My Anxious Heart | Katie Crawford

Ansia è una parola che deriva dal latino, dal termine anxia. E si riferisce allo stato di agitazione che ci assale all’improvviso senza avere un carattere preciso. Il sentimento che ci pervade è astratto, e una volta attivato, ne provoca a catena altri, quali paura, tensione, angoscia, non appropriatezza, anche, in alcuni casi, dolore fisico. L’ansia ha le sembianze di un mostro che sta per avvicinarsi e per assalirci. E quando la percepiamo al massimo, sentiamo il cuore battere in gola e in molti casi non riusciamo neppure a stare in piedi.

Scrittori e artisti di tutto il mondo e di tutte le epoche hanno dedicato a questo sentimento molte opere.

L’urlo / Skrik di Edvard Munch

Nell’estate del 1893 il pittore norvegese Edvard Munch passeggia vicino a un fiordo in compagnia di alcuni amici. In quel momento, e senza alcun preavviso, sente un forte stato ansioso assalirlo. Si sente impreparato, è la prima volta che gli capita. Non pensa a un attacco di panico, pensa di morire. Ha paura. E dentro di sé esplode un urlo profondissimo e lancinante che ha bisogno di palesarsi. In breve realizzerà L’Urlo. Un anno dopo il pittore darà un nome a quell’urlo, ma lo farà con un’altra opera dal titolo L’ansietà. Angoscia esistenziale, introspezione e incomunicabilità tra gli umani sono gli elementi cardine ormai delle sue trasposizioni pittoriche.

L’ansietà / Anxiety di Edvard Munch

Avvicinandoci nel tempo e nello spazio, nel 1923 viene pubblicato un romanzo psicoanalitico intitolato La coscienza di Zeno. Il suo autore, Italo Svevo, ha voluto descrivere l’introspezione di un uomo, Zeno Cosini, vulnerabile, inetto, ansioso, nevrotico e ipocondriaco. Pur soffrendo di solitudine, il protagonista comprende in ultimo, grazie all’aiuto del Dottor S., il suo psicoterapeuta, che il suo male non è poi così poco diffuso, al contrario sembra essere il male comune a molta della società in cui vive.

Alessandro Manzoni soffriva di agorafobia. È risaputo. A scatenare questo disturbo fu un evento a Parigi nel 1810. L’autore de I promessi Sposi si trovava circondato dalla folla accalcata a Place de la Concorde per festeggiare le nozze tra Napoleone e Maria Luisa. Per un attimo Manzoni perse di vista sua moglie, Enrichetta Blondel, e aggredito dall’ansia trovò riparo in una Chiesa vicino. Qui iniziò a pregare come mai aveva fatto dapprima in vita sua. Fu in quel momento che ritrovò sua moglie. Da allora la paura e la fede in Dio (provvidenziale, come in quel caso) furono elementi indispensabili per far vivere i suoi protagonisti.

Ma cosa si nasconde davvero dietro l’ansia?

Secondo alcuni studiosi, l’ansia è generata dalla paura di morire, di finire, e dunque dall’immensa voglia di vivere. Come se il tempo che abbiamo a disposizione non fosse mai abbastanza, come se l’orologio corresse in modo esponenziale e la nostra vita diventa appannaggio di questa corsa che non vorremmo si arrestasse mai. La paura di morire, quindi, cioè il desidero che tutto resti per sempre e continui a vivere. Perché soffriamo, allora? Perché inconsciamente, secondo alcuni studi, riteniamo la nostra vita privata di un elemento fondamentale, il sentimento che non riusciamo a provare o quella voglia di libertà verso cui inconsciamente ambiamo. Per molti altri però l’insoddisfazione, anche dopo il raggiungimento di un obiettivo, è cronica. E l’ansia un moto continuo che appanna la vista e il cuore. E crea disagio anche nelle relazioni con i propri famigliari, con amici e colleghi.

La percezione negativa legata all’ansia è un segnale: ci dice che stiamo trascurando una parte importante di noi stessi. Continuare inavvertitamente a provare questo senso di inadeguatezza ci potrebbe condurre verso una forma ancora più ostinata di disagio e tormento, la depressione.

Ma come possiamo salvarci?

Prima di ogni cosa è bene comprendere qual è la cosa che stiamo tralasciando e che inserendo nella nostra esistenza annienterebbe questo stato di ansia. Riconoscerla, prendendo consapevolezza di questo, è il primo passo verso la luce. Ma è importante successivamente, anche attraverso l’aiuto di uno specialista che ci guidi in questo percorso che non può essere di lunghissima durata, mettere in atto il cambiamento da ricondurre all’elemento mancante e imprescindibile per la nostra serenità.

Molto spesso anche il cambiamento produce ansia, anche solo la sua idea, ma innescando il cambiamento è possibile vivere finalmente, pur riconoscendo i nostri limiti, senza angoscia, senza tremori e senza inadeguatezza.

C’è una bellissima poesia di Umberto Saba, in ricordo di un luogo amato, dell’attesa, del tempo che ricorre ogni anno sempre uguale e della descrizione della sua ansia, che recita così:

Un ricordo

Non dormo. Vedo una strada, un boschetto,
che sul mio cuore come un’ansia preme;
dove si andava, per star soli e insieme,
io e un altro ragazzetto.


Era la Pasqua; i riti lunghi e strani
dei vecchi. E se non mi volesse bene

pensavo e non venisse più domani?
E domani non venne. Fu un dolore,
uno spasimo verso la sera;
che un’amicizia (seppi poi) non era,
era quello un amore;


il primo; e quale e che felicità
n’ebbi, tra i colli e il mare di Trieste.
Ma perché non dormire, oggi, con queste
storie di, credo, quindici anni fa?

Il poeta Umberto (Poli) Saba e la sua Trieste

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