Christopher Bauder e la luce che non ti aspetti. L’artista che ha fatto della materia luminosa un museo perenne

Classe 1973, tedesco, con un nome che sta facendo in breve il giro del mondo. E tutto questo grazie alla sua luce. Sì, perché Christopher Bauder è un lighting designer. Famoso per aver creato l’installazione più famosa per il 25° anniversario della caduta del Muro di Berlino nel 2014 intitolata Lichtgrenze coi suoi ottomila palloncini luminosi destinati a dividere nuovamente e simbolicamente la città.

Già dieci anni prima, il designer tedesco aveva fondato una factory multidisciplinare WHITEvoid in cui far convergere tutti gli artisti più ambiziosi del paese e garantire una casa sicura alla realizzazione delle loro opere destinate alla migliore e più efficiente interconnessione tra loro.

Christopher Bauder | Credits to Erika Pisa

È proprio qui che Bauder decide di creare una mostra permanente sulla materia oscura. Dark Matter è il cosmo che vive in una linea parallela al nostro. E come già tante volte accennato attraverso le sue opere, anche questa volta il lighting designer tedesco unisce, anzi fonde, due mondi: quello della realtà percepita e vissuta e quello dei bit e dei byte come fossero una cosa sola, come fossero fatti della stessa indissolubile materia.

Poche parole chiave tra le sue righe, ma davvero strategiche, in grado di definire gli obiettivi principali della sua arte, e sono questi cinque: spazio, oggetto, suono, luce e interazione fra di essi.

La mostra in questione, voluta all’interno della sua casa WHITEvoid in uno spazio di oltre 1.000 metri, mette in scena sette opere emblematiche della storia di Bauder, tra cui Deep Web e Skalar, e degli artisti che fanno capolino alla sua factory. Ma l’esibizione non è mai fine a se stessa, si muove e si sconvolge tempo dopo tempo, come un organismo della specie più evoluta, adattandosi al contesto, all’ambiente che vive e alla sua società.

Bonfire. Credits: Erika Pisa

Ad Artribune l’artista spiega cosa avviene con la materia oscura: «Tutto è nero e i sensi sono tagliati fuori. Il visitatore è separato dal suo contesto ed è per questo che lavoriamo con la luce all’interno di questa materia oscura». Siamo nel campo della creazione divina, in cui tutto era spento prima di esplodere in un big bang. E l’esplosione, come un fuoco, dona prima di ogni cosa la luce. La luce che mostra ciò che il buio nasconde, e fa solo immaginare. Ma non si tratta di due elementi separati, al contrario, in Dark Matter, luce e nero sembrano essere indispensabili per sopravvivere. Senza quelle idee maturate al buio, la luce non potrebbe accendersi. E, viceversa, senza la luce nel buio non potremmo capire cosa viviamo.

Molte delle installazioni esibite in Dark Matter sono interattive, ciò significa che il fruitore è partecipante attivo dell’opera. Per meglio dire, è il motore che dà avvio all’opera stessa. Senza di lui probabilmente le luci non si accenderebbero, come fosse il vortice delle sue idee a generare la luce, la vita. È per questo che secondo Bauder questa mostra perenne è da considerarsi più come un’esperienza, un break dalla vita reale, dalle incombenze, da tutte le difficoltà.

Solo entrando in un’astronave così il fruitore può immaginare di sentirsi libero, partecipe, coinvolto in processo di creazione e di fusione che sembra appartenere a tutti, non più solo agli artisti.

[Redazione]


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