Caffè, quanto ci piaci!

È in poll position tra i piaceri della vita per noi italiani: il caffè. Lo dichiara almeno il 72,5% di una nuova indagine sociale e di consumo. Per il 75% il caffè non è solo una bevanda molto apprezzata, ma anche un modello di forza della nostra economia. Non per nulla, infatti, il 1° ottobre a questa bevanda scura è dedicata anche tutta una sua Giornata mondiale.

In occasione della seconda edizione dell’indagine intitolata Gli italiani e il caffè condotta da AstraRicerche per conto del Consorzio Promozione Caffè si è indagato sul piacere derivante dal caffè e ne emerge un quadro molto chiaro ed emblematico: il caffè ci piace prima di tutto perché è fonte di energia positiva. Berlo è, soprattutto socialmente, un atto di vero relax: la regola infatti è gustarlo sempre da seduti e in buona compagnia. Ma non solo.

Per molti intervistati, circa il 40%, il caffè, tanto amato da Sud a Nord, e a Napoli resa vera e propria divinità, è un vizio irresistibile, la “spinta per fare”, come dichiara il 39%. Il caffè per la maggior parte aiuta la concentrazione e a riprendersi dopo il sonno.

È interessante questo aspetto: su 100 caffè consumati 57 si preferiscono a casa, ma il bar non è da meno, continua a rimanere il luogo più apprezzato per il suo consumo, il luogo della chiacchiera, dell’incontro, dello scambio rigorosamente davanti a una tazzina di caffè. La condivisione di questo momento è catarsi, liberazione da ogni stress quotidiano.

Ma chi veramente soffre in questo report è la vecchia amica caffettiera, celebre in molti film del neorealismo italiano, e ancora imperante nelle case più accoglienti delle nostre nonne e delle zie, è ormai quasi totalmente sostituita da cialde e capsule preparate delle nuove macchinette da caffè.

Artisti di ogni genere hanno dedicato almeno un’opera a questa bevanda scura, ribattezzata espresso a Milano, e poi in tutto il mondo per distinguerlo da quella più annacquata tanto in voga nei maxi bicchieri di polistirolo su a Manhattan.

Ma come nasce il caffè? La provenienza del suo arbusto d’origine, il Coffea arabica, è ancora controversa. Sembra che le prime piantagioni siano state rilevate in Etiopia, in Africa tra il XIII e il XIV secolo. Nelle loro campagne i militari etiopi trascinarono il caffè in Yemen e poi in Arabia, qui diventò una bevanda vera e propria. Ma anche l’Egitto fu un porto sicuro per la sua espansione. Qui, come in ogni altro paese a base islamica, il vino era sostituito dal caffè.

Fu l’Impero Ottomano a portarlo in Europa poi, a Vienna. E a Venezia, dove i mercanti arabi vendevano il loro Vino d’Arabia a prezzi davvero proibitivi. Per questo furono nobili e gentiluomini a goderne per primi. Solo qualche decennio dopo il caffè arrivò anche nelle vite della gente comune.

Nacquero come funghi nel Seicento le prime botteghe del Caffè d’Europa, nel Regno Unito, a Parigi e a Londra. Nel 1615 nacque invece la prima caffetteria italiana grazie a Pietro della Valle. Dopo un secolo Piazza San Marco di Venezia ospiterà il più antico caffè del mondo con il Florian.

Molto controversi però sono i suoi effetti. Secondo alcuni studi il caffè è cancerogeno, secondo altri berne fino a tre al giorno farebbe addirittura bene al sistema cardiaco. Cosa pensare quindi? Aggiornarsi, questo è certo, in base ai nuovi studi scientifici pubblicati.

Prima quando questi studi non esistevano:

Nel Settecento per la Chiesa cattolica questa bevanda era colpevole di raddoppiare l’io, di rendere troppo audaci nei rapporti interpersonali. Per questo fu bannata dalla vita sociale, e anzi, considerata come la bevanda del diavolo.

Secondo una tradizione leggendaria tramandata dal frate maroita Nairone della Chiesa siriana, l’arcangelo Gabriele aveva offerto il caffè al profeta Maometto, il quale dopo averlo bevuto «disarcionò in battaglia ben quaranta cavalieri e rese felici sul talamo addirittura 40 donne».

Quindi tra le altre cose anche afrodisiaco. È celebre un’opera buffa, una vera rarità, di Johann Sebastian Bach intitolata la Cantata del Caffè su un padre, il signor Schlendrian, che cerca in ogni modo di guarire sua figlia, la bella Lieschen, dalla passione per il caffè. La ragazza è tenace, ma il padre la minaccia: niente lusso, niente vizi, niente passeggiate. Tutto, ma non il caffè. Allora il padre minaccia di non farla sposare. E allora, Lieschen, furba e appassionata, accetta e chiede di avere subito un corteggiatore, ma solo uno in grado di accettare e condividere il suo amore per il caffè.

Ma anche Carlo Goldoni e Piero Chiari dedicarono il loro inno al caffè. Il commediografo veneziano dapprima scrisse La Bottega del Caffè e l’abate gesuita e scrittore Pietro Chiari Il caffè di campagna.

«Per il mezzo secolo successivo gli olandesi (e la Compagnia delle Indie) rimasero i padroni dei commerci europei, fino al clamoroso passo falso. Nel 1714 il borgomastro di Amsterdam offrì al re di Francia, Luigi XIV, come “speciale curiosità” due piante di caffè in fiore, collocate nelle serre reali di Versailles. L’ingenuità (se ingenuità era, ndr) fu pagata a caro prezzo: un ex ufficiale di marina, Gabriel Mathieu de Clieu, rubò infatti un arbusto e lo trasportò oltre l’Atlantico, dando inizio alla coltivazione di caffè nella Martinica francese, un’isola delle Antille».

Ma è a Napoli che il caffè diventa divino, celebrato in ogni vicolo della città, il suo aroma ne diffonde il suo eterno ricordo. Sono i loro, i napoletani, a inventare un metodo innovativo di cottura del caffè. Edoardo De Filippo, invece, ha donato al mondo il suo, di metodo: il coppello, un cono di carta da inserire nel beccuccio del filtraggio.

Pino Daniele lo celebra in una delle sue più belle canzoni:

Na’ tazzulella e’ cafè e mai niente cè fanno sapè
Nui cè puzzammo e famme, o sanno tutte quante
E invece e c’aiutà c’abboffano e’ cafè

Na’ tazzulella e’ cafè ca sigaretta a coppa pe nun verè
Che stanno chine e sbaglie, fanno sulo mbruoglie
S’allisciano se vattono se pigliano o’ cafè

E nui passammo e uaie e nun puttimmo suppurtà
E chiste invece e rà na mano s’allisciano se vattono se
Magniano a città

E nui passammo e uaie e nun puttimmo suppurtà
E chiste invece e rà na mano s’allisciano se vattono se
Magniano a città

Na’ tazzulella e’ cafè acconcia a vocca a chi nun po’ sapè
E nui tirammo annanz che rulore e’ panze
E invece e c’aiutà c’abboffano e’ cafè

Na’ tazzulella e’ cafè ca’ sigaretta a coppa pè nun verè
S’aizano e’ palazze fanno cose e’ pazze ci girano
C’avotano ci iengono e’ tasse.

E nui passammo e uaie e nun puttimmo suppurtà
E chiste invece e rà na mano s’allisciano se vattono se
Magniano a città

E nui passammo e uaie e nun puttimmo suppurtà
E chiste invece e rà na mano s’allisciano se vattono se
Magniano a città

Fonti dell’articolo: Ansa / National Geographic / Focus

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