di Elisa Mauro
Con l’arte il mondo può cambiare, e possiamo cambiare persino noi. Vederci diversi, cresciuti o tornare magicamente bambini. L’Associazione Lapsus, con sede a Senigallia, fa dell’arte un mare chiaro e fresco entro cui immergersi per sentirsi liberi.
Liberi oltre ogni convenzione e regola sociale, liberi di provare a percepire su di noi una diversità che non immaginiamo ma che ci potrebbe elevare all’altezza di uno degli artisti di Lapsus: persone con disabilità dotate di un estro e di una visione d’oltre.
Abbiamo incontrato Andrea Simonetti, counselor in arti espressive e presidente dell’Associazione Lapsus, promotore di una politica sociale e artistica che coniuga diversi linguaggi culturali per fonderli insieme.

Come nasce Lapsus?
Lapsus nasce nel 2013 da un sogno: quello di creare per la città di Senigallia un atelier artistico, dedicato alle arti visive, dove le persone s’incontrano e si ritrovano attraverso l’arte. Nasce in primo luogo per le famiglie di persone con disabilità con cui lavoravo presso lo Studio Zelig e che volevano rendere l’esperienza dei loro familiari più strutturata.
E così grazie a una convenzione con il Comune, ho fondato l’associazione Lapsus e insieme ai suoi soci e alla famiglie abbiamo rimesso a nuovo l’atelier che oggi si trova in via Marchetti 19.
Un luogo centrale.
Sì, perché l’utenza a cui mi rivolgo con il mio lavoro di counselor in arti espressive è principalmente quella di adulti con disabilità, motorie e cognitive, persone che tendenzialmente vivono la vita in posti periferici, lontano dagli occhi.
Con questa idea volevo sostenere le persone a ritrovare il loro posto da protagoniste della propria vita e della vita sociale contemporanea, che vivono come tutti gli altri, aiutandole attraverso l’arte a emanciparsi e a trovare il proprio scopo.
Negli anni Lapsus si è ingrandito e lo spazio oggi è attraversato da tanti cittadini e cittadine grandi e piccoli, pur mantenendo sempre vivo e intatto il suo cuore palpitante: l’arte.

Perché il nome Lapsus?
Il nome non ha mai avuto competitor: Lapsus significa errore e noi, con le nostre attività e ricerche, cerchiamo di celebrare quell’errore, che per noi è potenziale umano e artistico, attraverso la sua esibizione migliore. Le persone che frequentano maggiormente il nostro spazio non sono semplicemente persone con disabilità che producono opere ma autentici artisti e artiste outsider.
Cosa significa inclusione per Lapsus, Andrea?
La parola inclusione (lett.: io porto te verso di me) non è forse la parola giusta, noi preferiamo usare la parola partecipazione (lett.: io e te lo facciamo insieme). Lapsus è un atelier che nasce per proporre laboratori creativi di arti visive a persone con disabilità cercando di allontanarsi il più possibile dall’assistenzialismo puro e puntando tutto sul riconoscimento di queste persone.
Troppo spesso i servizi dedicati a queste persone fanno un lavoro strettamente assistenziale mentre l’obiettivo di Lapsus è quello di valorizzare i loro punti di forza, di riconoscerle come persone totali, compiute come tutte le altre persone del mondo, riconoscendone le immense potenzialità.
In Lapsus queste persone, ritenute da una parte della politica e dell’economia inutili e superflue, in quanto non produttive, sono persone perfettamente in grado di concepire un’idea spettacolare, un concetto che apra alla meraviglia, al sentimento, alla bellezza.

Lapsus è uno spazio chiuso?
No, al contrario, le porte di Lapsus sono aperte a tutti coloro che le voglio attraversare. Cerchiamo di creare ogni giorno un luogo libero, aperto, dove l’arte è il mezzo per riconoscersi, scoprirsi, dare vita magari a quella parte di noi che emarginiamo in contesti sociali cosiddetti normali, come a casa, a lavoro, a scuola.
Semplicemente lo facciamo con la partecipazione di tutti e tutte. Nel mondo dell’arte che piace a noi, l’outsider è sempre fonte di osservazione, indagine, stupore e ispirazione ed è proprio così che noi vediamo i nostri artisti e le nostre artiste: persone a cui ispirarci dal punto di vista artistico e creativo, perché con loro le sovrastrutture sociali e mentali cedono il passo alla pancia, all’istinto, al bisogno di esserci, e basta.
È possibile questo o è e sarà sempre una bellissima utopia?
Me lo chiedo da anni: quello che faccio in questo spazio è un sogno? Nelle giornate toste penso di sì, ma poi intravedo che il sogno sta diventando realtà. L’associazione Lapsus collabora con tantissime realtà del territorio, con enti e Istituzioni, lavora nelle scuole, collabora con professionisti e professioniste che portano il nostro spazio a essere attraversato da migranti, bambine, bambini, adolescenti, adulti.
Nell’incontro magico, che avviene tra quelle mura, tutti e tutte ne escono arricchiti. Finché riusciremo a rendere quello spazio aperto e disponibile, allora il sogno potrà dirsi sempre più reale.

Qual è la tua esperienza personale, la tua storia, Andrea, e perché hai deciso di iniziare questa splendida avventura artistica di pax umana?
Ero un bambino introverso e timido, le parole non sono mai state il mio forte. Un giorno, a quattordici anni, ho preso la mia prima macchina fotografica in mano e si è svelato un mondo davanti ai miei occhi: potevo comunicare attraverso le immagini, non servivano le parole. E lì che c’è stata la svolta.
Mi sono diplomato all’Istituto d’Arte di Ancona e ho continuato a Bologna laureandomi presso l’Accademia di Belle Arti, indirizzo Pittura. La passione per la fotografia non è mai passata e così ho deciso di studiare un semestre presso la LUCA School of Arts di Bruxelles dove ho seguito molti corsi di fotografia e video (in realtà passavo tutto il giorno in camera oscura e mi chiamavano Il fantasma).
Anche la mia tesi si è focalizzata su questo meraviglioso mezzo e, in particolare, sulla fotografia come mezzo di indagine del sé. Ma sentivo che mancava qualcosa, negli anni avevo usato la mia arte, le arti visive e la fotografia, per lavorare su di me e sulla mia storia e così ho capito che l’arte poteva essere uno strumento non solo di scoperta introspettiva ma anche e soprattutto di cura verso gli altri.
Così ho frequentato un master triennale presso l’ASPIC di Roma per diventare counselor in arti espressive. Negli anni ho continuato a formarmi e sicuramente un incontro particolarmente incisivo per la vita è avvenuto con Cristina Nunez durante il Corso in Fototerapia.
Successivamente ho lavorato in qualche struttura del territorio agganciandomi allo Studio Zelig. Qui ho conosciuto parte delle persone che tutt’oggi frequentano Lapsus. Con la chiusura dello Zelig, Lapsus ha preso vita.

Come opera Lapsus nel territorio? E Senigallia, le sue persone, arricchite da questa ulteriore esperienza culturale, come si dimostrano nei suoi confronti?
Lapsus lavora ogni giorno con tante realtà del territorio, associazioni, scuole, enti, asili nido e partecipa a bandi regionali e nazionali. Insieme ad altri laboratori che si avvicinano al nostro lavoro, ogni anno organizziamo il Festival di Arte irregolare e Outsider Art, festival itinerante in varie città d’Italia, che speriamo presto di portare a Senigallia, dove con incontri nelle scuole, workshop, conferenze e esposizioni cerchiamo di dare voce all’arte irregolare e di far conoscere i nostri artisti e le nostre artiste.
Lavoriamo anche con privati che vogliono una grafica Lapsus. Il nostro sogno si ingrandisce di anno in anno e speriamo quanto prima di rendere Lapsus uno studio grafico dove i nostri artisti possano far conoscere la loro arte e vivere di quello, oltre che delle relazioni che riescono a maturare nella società.
Il rimando della cittadinanza è sempre molto gratificante. Dopo anni di lavoro silenzioso e quotidiano iniziano a conoscerci e a capire il nostro potenziale sia in termini di partecipazione che in termini artistici.
Certo, il lavoro di scardinare gli stereotipi, in particolare l’abilismo, è un percorso lungo e tortuoso ma con il lavoro quotidiano che facciamo cerchiamo di dare un’opportunità a tutti e tutte di cambiare il punto di vista e aprire nuovamente gli occhi. E se qualcuno ci considera un mero “parcheggio per handicappati“, con quanto realizziamo cerchiamo di dimostrare che è il parcheggio più bello che ci sia.

La diversità per Lapsus è fonte d’ispirazione e impartisce l’insegnamento più bello tra tutti: ognuno di noi possiede un linguaggio che è messo lì in origine dei tempi e che ci fa comprendere da tutti. Questo linguaggio, che genera per chi sa riconoscerlo arte, è la nostra vera voce. Come nasce un’opera d’arte in Lapsus? Che percorso subisce?
Ogni artista outsider che arriva nel nostro spazio dedica i primi tempi a una ricerca personale e alla scoperta di tutti gli strumenti che l’atelier mette a disposizione. Le prime opere di ogni artista spesso riguardano se stesso e il proprio percorso individuale.
Nel momento in cui l’artista si sente pronto per lavorare con il gruppo allora le modalità sono diverse: spesso arrivano commissioni sulle quali lavorare (grafiche, quadri, loghi e altro) ma spesso si lavora a progetto: o indagando in gruppo un tema proposto da me che mi sembra funzionale a quel momento o più spesso indagando una richiesta degli artisti e delle artiste.
Il primo periodo si lavora con brain-storming, analisi di immagini, studio di altri artisti e artiste che hanno trattato lo stesso tema e poi si parte con il vero e proprio progetto creativo.. non servono molte parole, spesso neanche per gli artisti e le artiste Lapsus la parola non è il primo mezzo comunicativo, ma vivere in questo contesto artistico immersivo, dove il corpo c’è e abita quello spazio creativo, porta a sinergie artistiche incredibili.
Se si lavora sullo stesso tema ognuno ha comunque la possibilità di rimanere se stesso e di renderlo graficamente come meglio crede, sperimentando e prediligendo strumenti anzi che altri. Con il tempo il segno grafico e artistico di ogni di lavoro si affina e il tratto diventa personale e unico.
Il mio compito è quello di accompagnare queste persone in questo percorso artistico di scoperta, di trovare i loro punti di forza, di valorizzarli e di prendermi cura anche dei loro punti di debolezza che come esseri umani hanno anche loro. È davvero un gran privilegio.

Anche se qualcosa sta cambiando, un certo tipo di politica e di gente comune ritiene che alcuni individui debbano essere relegati in un contesto ad hoc, pensato per le loro esigenze. La miscela delle diversità in un contesto sociale cosiddetto normale per molti è terreno di battaglia culturale.
È la mia battaglia quotidiana da decenni: far sì che ogni persona – e continuo a usare questo termine per un motivo – abbia diritto ad avere un proprio spazio nel mondo e il riconoscimento di chi è: non importa il genere, la provenienza, l’orientamento sessuale, le proprie caratteristiche cognitive, l’importante è che ogni persona abbia l’opportunità di potersi sentire se stessa e a proprio agio nel mondo e questo non può succedere se non si hanno luoghi dove la partecipazione aperta e libera sia la base del vivere.
Relegare persone in spazi chiusi, sminuendo il proprio essere, le proprie capacità emotive, creative e relazionali credo che sia quanto di più sbagliato possa esserci.

Cosa possiamo fare noi, i comunicatori, le scuole, le famiglie per cambiare la visione del diverso?
Intanto penso che le persone che fanno educazione, che siamo genitori, caregiver, educatori, insegnanti, allenatori e tutti gli altri, debbano in primis fare un grande lavoro su di sé per scardinare stereotipi che portano allontanamento, paura e ignoranza.
In secondo luogo penso che realtà come la nostra debbano avere sostegno da più parti possibili perché realtà piccole, come la nostra, fanno fatica a fare vedere il proprio lavoro nella giungla che è questo mondo.
I comunicatori posso fare quello che fai tu: lasciarci un po’ di spazio per raccontarci. Lapsus è sempre aperto a tutte le persone curiose che voglio vedere come funziona un atto creativo partecipato. Ci trovate sempre allo spazio Lapsus!
Il 5 per 1000 è una cosa molto seria, che può fare la differenza, di cui però molti cittadini ignorano l’esistenza. Perché destinarlo a Lapsus?
Il 5 per mille è la quota di imposta sui redditi delle persone fisiche che il contribuente, secondo principi di sussidiarietà fiscale, può destinare agli enti e alle organizzazioni non profit iscritti presso l’elenco dei beneficiari tenuto dall’Agenzia delle Entrate e alle iniziative sociali dei comuni.
Destinare questa quota comunque dovuta a Lapsus e alle sue molteplici attività significa destinarla al futuro delle persone coinvolte, non solo gli artisti e artiste Lapsus, ma a tutte le cittadine e i cittadini a cui è rivolto il messaggio di partecipazione.
Significa creare connessioni inedite e meravigliose, significa dare speranza a chi teme che le cose non possano cambiare mai. Noi di Lapsus crediamo che le cose siano destinate a cambiare, che il linguaggio universale dell’arte sarà presto quello giusto per farci capire tra noi e amarci finalmente di più.
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