La nuova strategia comunicativa della mafia: dal dark web ai nuovi opinion leader

di Elisa Mauro

Che fine ha fatto la mafia? Oggi sembra silenziosa, tacita eppure, come qualsiasi organismo vivente, è cresciuta, si è evoluta e si adattata a questa nuova società informatizzata e sempre più tecnologica. Sembra siano trapassati i tempi in cui a parlare era la violenza efferata nei confronti di povere vittime innocenti. Le ultime bombe di derivazione mafiosa, infatti, risalgono al 1993 fatte esplodere prima a Firenze, di seguito a Milano, poi una terza e ultima a Roma. I morti, in quegli attentati, furono dieci, tra cui una bambina appena nata, e i feriti si contarono a centinaia. Erano già stati assassinati i giudici Falcone e Borsellino nelle stragi di Capaci e di via d’Amelio. Molto, quindi, dello Stato giusto, eroico e combattivo, che rappresentavano, era in una condizione di svantaggio rispetto alla ferocia della criminalità organizzata. In quel periodo la mafia agiva violentemente per farsi intendere al meglio. Aveva esigenze impellenti, d’altronde, richieste che venivano veicolate da questi atti assassini. L’intento era destabilizzare la vita di un’intera nazione fino a che non si sarebbe compiuto il suo piano.

Via Georgofili, Firenze. Nella strage persero anche la vita una bambina di 9 e una di 50 giorni

Più avanti grazie all’azione dei Magistrati Gabriele Chelazzi e Pier Luigi Vigna gli atti criminali degli ultimi dinamitardi mafiosi si ricondussero a una precisa volontà di filtrare le decisioni politiche del paese per favorire allentamenti nei confronti dei boss mafiosi detenuti in condizioni di massima sicurezza e agevolarne così il ritorno operativo nei clan

Sono passati quasi trent’anni dagli ultimi momenti di terrore generale, e oggi la mafia sembra cambiata, comunica in modo diverso, comune, quasi, all’apparenza, legittimo. Non che il potere sia diminuito, anzi, al contrario, e il suo carattere internazionale ne è la prova. A marzo di quest’anno la Direzione Investigativa Antimafia, nella relazione semestrale al Parlamento, ha lanciato un nuovo allarme sui rapporti sempre più intensi fra mafia siciliana e quella trapiantata oltre-oceano. L’imminente detenzione negli Stati Uniti di Ferdinando Gallina della famiglia mafiosa Carini ha dimostrato che c’è ancora volontà di potere, di organizzazione e cooperazione, di vitalità criminale. 

La mafia degli anni ’20 non uccide più, non come prima. Lo fa in modo differente, sceglie di far scomparire, piuttosto che ammazzare, di escludere i suoi antagonisti dai sistemi economico, finanziario, sociale e pubblico, ed è sempre più in grado di gestire e veicolare i propri messaggi in modo sincronico, diretto, studiato, persino ignoto. Crea la sua propaganda per favorirsi consensi e proseliti, trasforma i suoi adepti in veri esperti digitali ed è sempre più immersa nel dark web

Cos’è il dark web?

Costituisce il 6% del web indicizzabile (quello diretto dai motori di ricerca) ed è il luogo virtuale in cui è possibile ricreare la criminalità organizzata senza essere controllati o scoperti. Il dark web si differenza dal deep web che rappresenta, invece, il 90% del web e fornisce all’utente banche dati, documenti, estratti conti, rapporti e cartelle cliniche e profili individuali sui social network. Per addentrarsi nel più profondo dark web si utilizzano reti anonime in grado di nascondere il reale IP da cui ci si connette. Uno di questi si chiama Tor e viene installato attraverso il suo browser di riferimento (Tor Project).

Accedere al dark web non è illegale, quindi di fatto non un reato, ma lo è tutto ciò che avviene in quel sottobosco, dalla compravendita di droga e armi, denaro contraffatto fino allo scambio di finte documentazioni e persino di identità. Nel dark web è possibile incontrare sicari, accedere a materiale pedopornografico, aprire conti bancari inesistenti e reperire farmaci anabolizzanti e medicinali. Tutto questo avviene ovunque, da qualunque posto ci si colleghi, non ha bisogno di grandi tecnicismi, non ha bisogno di nulla, se non della rete e di alcuni semplici automatismi, per poter esistere. Contrabbando, spaccio, riciclaggio, pirateria, usura, violenza, sopraffazione e altri decine di reati si moltiplicano in un posto così.  

Ed è qui che opera oggi la mafia più avveduta, laureata, indottrinata. Non più tra le campagne dell’entroterra, a vivere da analfabeti e zotici, oggi si può essere influencer, opinion leader, si può essere avatar, ossia riproposizioni virtuali di sé, vivendo in un corpo inesistente, introvabile e dunque inafferrabile, si può essere imprenditori e comunicatori allo stesso tempo per la faccia pubblica, si può essere gente comune che vive nascosta nel mondo che abbiamo ricreato tutti insieme con la rete. 

Con sistemi di questo genere la mafia non ha più bisogno di bombe da far esplodere. Adesso la sua minaccia proviene dall’interno, dai dati privati, quei documenti reali che si sceglie di condividere e trasmettere nel deep web e a cui lei può avere più facilmente accesso per ricattare e ottenere le sue richieste. 

Ma la rete non è solo questo. La rete è anche ciò che viviamo quotidianamente attraverso l’azione dei social, organismi fatti di interi popoli umani, delle loro informazioni personali e delle singole opinioni. Qui la mafia esiste, perché la sua voce viene diffusa attraverso gruppi di simpatizzanti, come “Le più belle frasi della mafia” “Uniti contro il 41bis“. Basti pensare che la la pagina Facebook dedicata a “Bernardo Provenzano” ha quasi 2000 followers.

Questi individui, nascosti in profili spesso fake (falsi, ndr), si riuniscono virtualmente per condividere scene o citazioni epocali di film sulla mafia e applaudirne il senso. Ci sono Niko Pandetta, cantante un po’ neomelodico e un po’ tramp di origini catanesi, nipote di Salvatore Cappello, boss detenuto al 41 bis dal 1993 (non è un caso), che nei suoi brani inneggia alla mafia, alle armi, al potere, alla vita da strada votata all’illegalità, ci sono Salvo Riina, figlio del Capo di Cosa Nostra, che diventa uno scrittore, oltre che un abile brand manager (con lo stemma di famiglia vuole farci magliette e altri gadget ma solo con lo scopo della beneficenza, racconta), e c’è anche sua sorella che è, invece, un’esperta di comunicazione, ovviamente di una comunicazione tutta incentrata sulla “famiglia”. La nuova forma è quella della condivisione. Mostrarsi al meglio, rendersi piacenti, apprezzabili, condivisibili quanto più possibile, perché passi lo stesso messaggio di sempre: la forza.

Certo, questo non attiene solo alla mafia siciliana, questa è una strategia messa in atto ormai da ogni forma di criminalità organizzata: ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita utilizzano le stesse maniere lavorando nel web sotterraneo e mostrandosi pubblicamente ripuliti.

Sono trascorsi quasi trent’anni dalle ultime bombe di stampo mafioso sull’Italia, da quell’anno, il 1993 – non è un caso, nel 1993 il CERN decise di concedere l’uso indiscriminato e gratuito del World Wide Web1993, dicevamo, anno in cui scompare a Forte dei Marmi, dopo una vacanza, Matteo Messina Denaro, oggi tra i latitanti più ricercati e pericolosi al mondo, forse rintanato in un altro, più reale, più proficuo e di certo, come ci dimostra, più irraggiungibile di questo.

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