L’arte di restare: Walter Celi e il nuovo album Sguardi

Mentre tutti rincorrono un futuro che forse non esisterà mai, Walter Celi resta qui. Torna indietro. Ripercorre gli anni migliori della musica, li comprime, li incastra, li resuscita. Li imbelletta con cipria lucida e li spinge avanti, a colpi di black music e white beat. Con acuti stravolgenti e ritmi che entusiasmano più di ciò che immaginiamo.

È questo che succede in Sguardi, l’EP fresco di stampa (è uscito il 20 giugno, prodotto da XO La Factory), che in quattro brani – tre inediti e una cover – mette insieme il tempo che fu e quello che forse sarà, ma con un’idea precisa: restare.
E guardare.

Continuo a guardare perché mi va”, canta Celi nel brano che dà il titolo al disco, dove il mi va è atto dovuto, più che un capriccio infantile. Una scelta radicale di desiderio, perché guardare, in un tempo come quello che ci aggroviglia, è un esercizio necessario per restare umani.

Il disco si apre con Veleno, dove “mi sento cedere le gambe di fronte a te” non è solo una frase bellissima, è anche una resa, un crollo emotivo che non rinuncia però alla dignità della voce, sempre in piedi anche quando vacilla.

Poi c’è Sei, una ballata al pianoforte che tiene insieme assenza e presenza, ferita e carezza. È il momento più romantico del disco. Non dolce, ma profondo. Un amore che scava, e resta.

E infine, Amarsi un po’. Ma non come la conoscete voi. Là dove l’originale fluttuava sospesa nel dubbio, qui il featuring con Nikaleo – al secolo Veronica Palmisano, cantante salentina – le dà un ritmo afrobeat che vibra tra Salento e Lagos, e la trasforma in una canzone nuova. Corpo e danza, senza perdere la malinconia.

Walter Celi – cantautore e polistrumentista di Bari – non è nuovo a tutto questo. Dal primo album (Lost in the Womb of the Night, 2017), a Blend (2019), She’s Blak (2021), Ombre (2023) fino a Sguardi, il 2025 se lo sta giocando a suon di eleganza e coerenza.

Pubblica (quasi) ogni due anni. Intanto gira l’Europa, si fa conoscere, ma non tradisce mai quello sguardo – laterale, rétro, lucidissimo – che è solo suo.

Gli anni Settanta si chiamano così, ma tornano anche nei Venticinque. E se c’è uno capace di farli parlare bene la lingua del presente, è lui. Walter Celi, che guarda. E ci fa guardare.

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