Quando la storia si chiama Matteotti: il nuovo singolo di Amerigo Verardi

Il cantautore brindisino Amerigo Verardi dedica a suo zio, – e insieme, al politico più famoso – il nuovo singolo Matteotti di nome, in uscita il 7 luglio per NOS Records. Un’opera solista e radicale, un frammento viscerale di racconto intimo, familiare in forma civica e musicale. Un testo che canta illuminando.

Matteotti non era un soprannome da bar né una licenza di paese. E non era neppure un cognome calato dall’alto. Era il vero nome di battesimo dello zio, nato pochi giorni dopo uno dei delitti politici più atroci della nostra storia. Quel bambino si ritrovò addosso, senza saperlo, il lutto di uno sconosciuto e probabilmente anche una parte della sua eredità politica.

Per chi lo ricordasse solo da manuale didattico, Giacomo Matteotti fu socialista, non di quelli comodi. Uno che scelse la parte più dura da dover difendere: contadini sfruttati, operai senza voce, sindacati minacciati. Quando Mussolini salì al potere, Matteotti capì subito. Capì che non era solo un cambio di governo, ma un cambio d’epoca. Un buio in arrivo. E lo disse.

Il 30 maggio 1924 salì alla Camera con un fascicolo tra le mani e la schiena dritta. Denunciò i brogli elettorali, le violenze, le intimidazioni, i soprusi. Fece i nomi. Disse che non si poteva più fingere, che la democrazia non era un ornamento, ma un confine sacro. Parlò sapendo che dopo non sarebbe stato più al sicuro. Parlò lo stesso. 

Dieci giorni dopo, il 10 giugno di quello stesso anno, lo aspettavano sotto casa. Cinque uomini. Lo spinsero in una Lancia nera. Lo picchiarono, lo uccisero. Lo seppellirono lungo un fiume, tra i rovi. Pensavano di aver tolto di mezzo un fastidio. Ma avevano acceso un fuoco. Il suo corpo fu ritrovato due mesi dopo. Era estate. Giacomo politico moriva, zio Matteotti nasceva. L’Italia era molto cambiata.

Registrato a Brindisi e mixato a Calimera, Matteotti di nome è anche un oggetto sonoro potente, dove la voce del cantautore pugliese si incide su un tappeto ruvido, rock, a tratti liturgico. La copertina, firmata da Daniele Guadalupi, sigilla un’opera che sembra venire da lontano e parlare al presente con urgenza.

Amerigo Verardi, senza smentirsi, ha scritto un pezzo di storia musicale italiana. Una canzone urgentemente civica. Una traccia che porta un nome come si porta una torcia, per ricordarci che se spegni certe luci, il buio torna in fretta. «Perdonami, Velia, sono vittima di un codardo / vivo per l’Italia e la libertà, ostaggi di un bastardo».


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