di Elisa Mauro
Alessandro Palazzo ha una lunga genesi progressiva partita nei primi anni novanta con i Klaudia Call.
A pochi giorni dall’uscita del suo primo album da solista, Provincialotto, il cantautore brindisino resta legato a un rock ancestrale, eppure inedito e sperimentale, fortemente incline al sogno, delineando un paesaggio lunare in cui chi ascolta resta sospeso tra la ridotta gravità e il bisogno vitale di sentire pesante il proprio corpo, di poter sbattere i piedi a terra.
Un racconto, quello di Provincialotto, disponibile dal 25 aprile, pubblicato con Nos Records e distribuito digitalmente da Believe Music, che parla a una sorgente di attenzione non ancora persa del tutto, alla persona che sa ricevere ascolto senza emettere suoni, a chi ci ha provato fallendo amaramente e rendendo poi quell’amaro sordidamente dolce.
Provincialotto – che di provinciale non ha nulla – è musica onirica, poetica, alleggerita dalla presenza, con citazioni che suggeriscono un film amato, un ricordo velato, la giornata trascorsa a vivere per qualcuno, il brivido che ha lasciato sul corpo un tocco di mani, arrivederci che diventano addii e la voce allungata di Alessandro Palazzo che ti chiede “chi sei?”, e in ognuno degli otto brani ripete “tu chi sei realmente?”.

Un provincialotto, ecco chi sono, e chi siamo. Uno di un noi qualunque. Che fa dello zoccolo di legno e coralli in cui nasce il pretesto per risorgere, che si annida tra i limiti della sua terra e ne fa tesoro, che alla retorica ha sostituito la verità crudamente svestita. Uno che ha confinato la sua esistenza in uno spazio fisico ancoràto all’intimo, allo sbattere di ali interne, ai settimini della memoria che si riaprono con la tramontana e dove avevi riposto spigoli di vita.
E così si fa strada Provincialotto, con l’ouverture che dà il titolo all’interno LP e che introduce alla perfezione il cantico che si svolgerà come un tema con le tracce a seguire, dove «mordicchiarsi le labbra ha un senso». E poi Uno, nessuno, chiunque capiti nella vita, e che poi non capita più, l’importanza dell’essere e la sua trasparente caducità, e quando l’orizzonte non c’è, «possiamo sempre inventarcene uno». Il terzo brano è Osso, il brano d’apertura di questa carriera solista di Palazzo, sinfonica e magnetica, «senti queste cinque lacrime sulla tua pelle come scendono giù». La chitarra torna spensierata con Falsa partenza, una corsa, forse una fuga, in coppia, ma non per sempre, «stanno provando a inseguirci, fiato sul collo della polizia». Dello stesso tenore I telegrafi del venerdì santo, quinta traccia, una richiesta specifica: «non ti arrendere, fallo almeno per me». Forte, pretestuosa, litigiosa è Sentimento dopolavorista, la mia preferita – lo ammetto, nata forse da una piccola incomprensione. Capirsi sempre a metà, mentirsi per intero. Le cose vanno dette per come si sentono, «o forse solo un’altra bugia». Ultima scena, un mix di parlato e cantato, di dolcezza e inquietudine, cala il sipario sull’ultima scena. Toglie la maschera su chi non saluta e scompare.
Promessa torna dolce e premurosa, una carezza come lo è ogni promessa, un canto lontano, una mano vicina. Gli ultimi giorni d’estate, come cose mantenute, ricevute in dono senza ricorrenza. «Un cieco stanotte ha toccato le linee della tua mano, seguendo, seguendole fino alla fine», distorsioni come i tronchi di un ulivo, «la cosa irrisolta è sempre quella che fa più male. L’ho letto sul giornale».

Quella di Alessandro Palazzo è davvero una voce incredibile nella poetica di chi trasuda emozione, la voce di qualcuno che potrebbe parlarti inconfondibilmente di giorno e di notte. Una voce reale, incontrata per strada, nella memoria, una voce che parla solo dopo essersi ascoltata, che spariglia le carte e confonde le persone che ha in sé. E che potrebbe essere solamente tua.
Grazie, Sandro, per questo bellissimo dono.