Amleta e #apriamolestanzediBarbablù: attrici unite per le donne

di Elisa Mauro

Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita dall’Assemblea generale delle nazioni Unite nel 1999. Per la ricorrenza, Amleta propone un’iniziativa dalla durata di un mese che riguarda un fenomeno «sommerso», e in molti casi anche gravemente ammesso, ossia la violenza di cui sono vittime attrici, donne dello spettacolo, professioniste, durante la loro carriera. L’hashtag #apriamolestanzediBarbablù è il pretesto per parlare di questo fenomeno frequente ed emarginato e condividere il più possibile il progetto di cui si fa portavoce Amleta.   

Ma spieghiamo cos’è Amleta.

Amleta è un’associazione di categoria fondata sulle linee del femminismo attivo teso a garantire pari dignità ai sessi in ambito lavorativo e professionale e a eliminare ogni forma di discriminazione nata in relazione alla differenza, che sia di genere, o di altro. 

Da quando è nata si fa promotrice soprattutto della battaglia contro la disparità e la violenza subita dalle professioniste nel mondo dello spettacolo. Fondata da 28 attrici, che meritano tutte la nostra menzione: Laura Magni, Roberta Paolini, Letizia Bravi, Eleonora Giovanardi, Ira Fronten, Chiara Chiavetta, Barbara Giordano, Paola Giglio, Monica Faggiani, Silvia Torri, Giuditta Pescucci, Nicoletta Nobile, Francesca Ciocchetti, Cinzia Spanò, Francesca Turrini, Sara Rosa Losilla, Alessia Bedini, Laura Nardi, Laura Tedesco, Debora Zuin, Giulia Trivero, Angela Sajeva, Valeria Perdonò, Giulia Maino, Marta M. Marangoni, Donatella Allegro, Roberta Lidia De Stefano e Marcella Serli, la sua azione è capillare e riguarda l’intero assetto artistico e culturale del nostro Paese.

Da oltre un anno Amleta riceve segnalazioni di abusi e violenze perpetrati da registi e professionisti di cinema e teatro nei confronti delle attrici durante la preparazione di un film o di uno spettacolo o durante i loro provini. Non solo abusi e violenze, ma anche continui ricatti e ogni genere di sopraffazione, per finire di vivere in un incubo continuo, come capita a moltissime altre donne in ambito familiare. 

E alla scelta obbligata di mollare il proprio sogno, il proprio talento, ciò che si è deciso di fare in una vita, l’unica, peraltro, di cui si dispone, per le attrici e professioniste di Amleta non c’è dubbio: mandare in tilt questo circuito. 

Abbiamo chiesto a Silvia Torri, una delle fondatrici di Amleta, di spiegarci approfonditamente questo progetto che noi de L’auditoriu abbiamo deciso di sposare condividendolo con i nostri lettori.

Chi è il Barbablù di Amleta?

«Come scriviamo nel nostro comunicato per il lancio della campagna #apriamolestanzediBarbablù, Barbablù è l’incontro che non avremmo voluto fare, il provino cui non avremmo voluto partecipare, le parole che non avremmo voluto sentire, il messaggio che non avremmo voluto ricevere.  

La violenza sulle attrici è purtroppo un fenomeno particolarmente diffuso e pervasivo, sia perché le attrici lavorano col corpo, sia perché i confini fra ciò che è arte e ciò che è abuso sono spesso sfumati e volutamente confusi e sia perché le violenze vengono agite in un ambiente che le tollera isolando le persone vittime di abusi. 

Amleta vuole sollevare il sipario sulla violenza seguendo l’onda sollevata dalle colleghe in Francia con il movimento #metootheatre». 

Quando capitano maggiormente gli abusi? Durante la preparazione allo spettacolo (film) o ai provini? 

«Gli abusi capitano e persistono sia durante i provini sia durante le riprese di un film o le prove di uno spettacolo. Il lavoro degli attori e delle attrici è un lavoro con poche tutele, in cui si fanno anche più di tre o quattro provini l’anno (gli equivalenti dei “colloqui di lavoro”, per intenderci) per diverse produzioni. Questo pone gli attori e le attrici in una condizione di vulnerabilità e aumenta il potere di chi gestisce l’intera produzione. Questo potere si traduce spesso in ricatto e per le attrici in una violenza sessuale la cui la denuncia equivale alla perdita del lavoro. 

Abbiamo creato Amleta per diffondere consapevolezza su queste dinamiche e portare in luce le discriminazioni di genere nel mondo dello spettacolo incentivando un cambiamento culturale

Vogliamo che attrici che decidono di denunciare possano sentirsi sostenute e accompagnate nel percorso legale:  collaboriamo con “Differenza donna”, un gruppo di avvocate ed esperte impegnate da anni nel rappresentare donne vittime di violenza e la maggior parte delle donazioni che riceve Amleta grazie al Tesseramento vengono devolute al sostegno dei costi legali». 

Quante richieste ricevete?

«Sulla nostra mail osservatoria.amleta@gmail.com, la mail dedicata ai casi di abuso e letta da sole due persone del direttivo, riceviamo richieste di aiuto e sostegno ogni mese». 

Cosa possiamo fare noi, spettatori, per difendere Amleta e le donne vittime di abusi? 

«Sostenere Amleta tesserandosi sul sito www.amleta.org. In questo modo si sosterranno concretamente azioni in contrasto alla violenza e discriminazione di genere. Su Facebook e Instagram siamo presenti come @amlet_a. Condividere i nostri post e iniziative è anche un modo di supportarci».

Quali sono le basi di Amleta? A chi o cosa si ispira? 

«Amleta è un collettivo femminista intersezionale che punta i riflettori sulla presenza femminile nel mondo dello spettacolo, sulla rappresentazione della donna nella drammaturgia classica e contemporanea ed è un osservatorio vigile e costante per combattere violenza e molestie nei luoghi di lavoro. A settembre abbiamo ricevuto il premio di Amnesty International “Arte e diritti umani e ne siamo state molto onorate perché, ecco, Amnesty International è una delle nostre fonti di ispirazione». 

Cosa significa oggi essere e definirsi femminista per Amleta?

«Per Amleta significa sostenere la parità di genere cercando di portare l’attenzione su come la discriminazione di genere prenda forme diverse quando si interseca con razzismo, omofobia, classismo. Per questo ci inseriamo in quello che si chiama femminismo intersezionale. Significa moltissime cose, per questo abbiamo anche scritto un manifesto». 

Le donne in ambito professionale sanno essere tenaci e combattive, per quanto si è detto di recente il contrario. Invidie e gelosie sono tra i sentimenti più comuni che proviamo nel relazionarci al nostro stesso sesso quando lavoriamo. Immaginiamo questo capiti anche e soprattutto in un contesto in cui a valere sono il talento artistico e la presenza scenica

«Sì, l’invidia e la gelosia tra donne è molto presente e incentivata, così come in altri settori. Per questo con Amleta ci poniamo di rompere questo meccanismo creando una rete di solidarietà tra donne: è questo che ci salverà». 

Barbablù è una fiaba. Ci viene tramandata da Charles Perrault in pieno Illuminismo, l’età della ragione. Il protagonista è un benestante francese che sposa di continuo (per ben sei volte) donne che poi scompaiono nel mistero. Ma essendo ricco e potente, nonostante la sua brutta reputazione, riesce sempre ad adescare nuove donne, tra cui la bella figlia di una sua dirimpettaia.

Nel primo giorno della loro vita coniugale Barbablù affida alla moglie, prima di andar via a lavoro, un mazzo di chiavi con le quali potrà aprire ogni stanza della grandissima casa in cui vivono ma si raccomanda di tralasciarne una. Se la curiosità è donna, la ragazza non potrà fare a meno di aprire quella porta che mostra una visione raccapricciante: corpi di donne, le sue precedenti mogli, appesi al soffitto. In quel momento sopraffatta dalla paura fa cadere la chiave che si macchia di sangue. A nulla varranno i tentativi di pulizia, perché una volta giunto a casa Barbablù nota la macchia e condanna a morte sua moglie. Mentre le concede qualche minuto di raccoglimento, la donna riesce a chiamare i suoi fratelli che accorrono in gran fretta e pongono fine alla vita dell’assassino e alla sua crudeltà. 

Quale sia la vera morale di questa fiaba, se a predominare è il concetto di biblica memoria “meglio non incuriosirsi troppo” o quello per cui chi è potente è spesso libero di agire indiscriminatamente, in ogni caso con Amleta a salvarci possono essere, non fratelli, ma sorelle che combattono per altre donne una battaglia che non può dirsi più silenziosa. 

Amleta è su Facebook e Instagram.

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