Memoria operaia e viaggi cosmici: il ritorno dei Cobol Pongide con il singolo LADA-Vaz! (1964)

di Elisa Mauro

Oltre il luogo in cui uno nasce, esiste una regione. Oltre la regione, una nazione. Oltre quella, un continente, e oltre l’oceano, un universo ancora tutto da esplorare. C’è chi in quell’universo ci si avventura, con una bicicletta o una macchina fabbricata in Russia intorno al 1964, e ce lo restituisce a modo suo.

Cobol Pondige è un progetto musicale nato dall’elettronica d’antan, un congegno sonoro che intreccia memoria e conflitto sociale, un connubio tra un umano innominabile e un robot di nome Emiglino Cicala: giocattolo degli anni Ottanta, oggi reincarnato come compagno di viaggio e cantante professionista. 

Dalle prime pubblicazioni avvenute nel 2009, la band ha attraversato territori diversi: dall’heritage elettronico a un avant-pop più strutturato, fino all’attuale epopea cosmonautica e cosmista. Qui l’eredità delle prime sperimentazioni elettroniche convive con linguaggi più contemporanei. Con una precisazione tutt’altro che marginale, come spiega Cabol: «il cosmonauta, a differenza dell’astronauta, è un operaio del progresso interplanetario, non un imprenditore del coraggio». 

Il 5 settembre Cobol Pongide sono tornati sulle scene musicali dell’underground con il singolo Lada-Vaz! (1964), anticipazione dell’album KOSMODROM, in uscita a ottobre per Dischi Durevoli Records con distribuzione Goodfellas.

Ironia, sociologia, politica e fantascienza: quattro pianeti che si allineano in un’unica orbita, tribale, nonostante l’estetica elettronica, trionfale nonostante l’anonimato. Il tutto costruito con vecchie console e computer d’epoca – dal Commodore 64 alle tastiere giocattolo – insieme a bizzarre elettromeccaniche che evocano un futuro più che possibile.

Un incrocio pirotecnico tra l’arlecchino elettronico Alberto Camerini e gli psichedelici Stormy Six di Giovanni Fabbri, ma filtrato da un immaginario nuovo, che mette in cortocircuito memoria popolare e viaggio interstellare.

Lada-Vaz! è il primo singolo di questo nuovo viaggio interstellare, lo status symbol che dalla Russia alle galassie diventa nostalgia futuribile, un’automobile sovietica sì, ma soprattutto simbolo di mobilità operaia iperuranica. A suggellare il tutto, un videoclip che sembra un frammento di sogno: i mitici Franco e Ciccio riappaiono come comete grottesche, evocati dalla pellicola 002 Operazione Luna (1965) di Lucio Fulci. Due ladruncoli siciliani catapultati nello spazio, non per gloria ma per rimediare a un fallimento, buffoni terrestri che, loro malgrado, diventano pionieri siderali.

E chiudo con una delle strofe più significative di Cabol a cui sento in qualche modo di appartenere: «Ma io descresco per simulare l’assenza di gravità».


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