Siamo sempre meno noi stessi. Viviamo divisi, frammentati, rincorrendo il riflesso che ci rimanda lo schermo del telefono, dove tutto è curato, selezionato, intensificato. Nella nuova opera grafica di Marco Cimbali, un volto si spezza in più visioni, ognuna come una maschera, come un pezzetto di quell’identità che spesso perdiamo mentre ci adattiamo all’idea di come “dovremmo” apparire.
Sui social siamo tutti sempre perfetti, intoccabili, sempre “forti”. La fragilità non è contemplata, non è instagrammabile, e il dolore reale non trova posto in un feed progettato per mostrare sorrisi e successi. Ma a cosa ci porta questa costruzione continua? A quante versioni di noi stessi rinunciamo ogni giorno? La “vita Instagram” ha colonizzato il nostro essere, e più siamo online, meno spazio lasciamo a quella parte di noi che è imperfetta, vulnerabile, umana.

La maschera dell’art designer Cimbali, con quel volto che si spezza e si disperde, diventa allora un’immagine potente. È uno specchio per questa tendenza a nascondere ciò che sentiamo davvero dietro a una corazza lucida. La domanda scomoda emerge: cosa succederebbe se smettessimo di recitare, se mostrassimo anche il lato meno patinato, quello che a volte si sgretola sotto il peso della vita? È possibile tornare a essere un volto solo, un’immagine integra, una presenza vera, anche al di là dello schermo?
Forse è tempo di ammettere che la vera forza sta proprio lì, nel riuscire a essere noi stessi, anche quando ci sembra scomodo, anche quando è difficile.