Paola Petrosillo in uno splendido giardino di “Rose Di Me”

Rose di me (Desuonatori/NOS Records) è un album che si fa strada sottopelle con la dolcezza di una voce che abbraccia, avvolge, come un sussurro che si insinua tra le crepe dell’ascolto. Paola Petrosillo ha una voce che respira, sospira, parla. E nei testi, meravigliosamente suoi, racconta frammenti d’esistenza che hanno l’urgenza di essere detti, come se stessero aspettando da sempre il momento giusto per emergere. L’attimo in cui sbocciare.

E in ogni brano si respira quella bellezza pura e senza pretese che sa di verità: c’è l’intimità, c’è la profondità, c’è la sensazione di addentrarsi in un giardino segreto, di sfiorare momenti sospesi, dolorosi, improvvisamente felici. E in questo mondo, Paola non è solo interprete, è narratrice di emozioni che hanno attraversato i suoi tempi e i suoi spazi interiori, pronte a essere raccolte.

Il contrabbasso di Marco Bardoscia, la tromba di Giorgio Distante, la batteria di Maurizio De Tommasi, la collaborazione con Valerio Daniele, che cuce su misura un abito sonoro a ogni canzone, sono una danza perfetta di suoni e silenzi, tra acustica ed elettronica, tra sperimentazione e cura. Un accompagnamento che non invade, ma esalta; che non spezza, ma amplifica. Ogni nota sembra voler lasciare un segno, una traccia.

Con il primo brano, Coda dell’occhio, Paola diventa l’aeda di cui avevamo bisogno, raccontando un processo meraviglioso di disubbidienza e rivoluzione dolce, qualcosa di prezioso e condiviso. Entroterra è un giradischi rotto, una relazione che si incrina e trova un equilibrio nelle sue stesse imperfezioni; “l’interruttore di quello che è giusto, faccio” si aggiusta lungo il percorso, affezionandosi a quelle distorsioni. Una vela ha l’energia di un inno pagano, senza popolo, ma pieno di anime che diventano corpi, con quelle splendide “rughe di sale” scolpite dal tempo.

Il pioppo di Titì è una dedica a sua figlia Beatrice, ribelle e indomabile, un canto che avvolge, mentre Piazza dell’Incanto, cantata con la bellissima voce Vincenzo Maggiore, è quel salto nel vuoto che uno vorrebbe fare, ma si ferma prima, perché, a volte, a mancare non è il coraggio ma proprio il salto. Con un’ironia delicata, Gli occhi degli altri parla della prigione dei giudizi più intimi, di chi ci conosce meglio e ci condiziona, e di come fortunatamente “in famiglia qualcheduno mi assomiglia”.

Più veloce della luna gioca con il linguaggio e le sue sbavature infantili, un esperimento musicale fresco e curato nella sua leggerezza. Poi c’è Risalta, in ritrovata compagnia di Vincenzo Maggiore, che è come un incontro inatteso: smuove emozioni dimenticate, ti riporta alle cose più “naturali”, ai misteri di quel mondo intimo che profuma di origano e storie vissute. E infine, Il canto minore, dove si abbraccia la scelta di essere qualcosa e non altro, fedeli a un percorso che porta con sé fragilità e consapevolezza.

E poi, c’è quel qualcosa che va oltre il suono. Rose di me non è solo un disco: è uno spazio di memoria che onora la storia della musica, quella che merita di essere ricordata, di essere portata avanti come un’eredità preziosa.


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