Soli ma insieme. Il bisonte, album d’esordio di Vittorio Nacci, per NOS Records/Believe, è la storia d’amore più antica che questa terra racconti, quella tra l’uomo e se stesso, nel silenzio, nonostante le voci interiori, in un mondo che gira da fermi, nella leggerezza come atto della migliore – non richiesta – «rivoluzione».
Vittorio Nacci aveva introdotto già questa epifania di bellezza musicale. Due mesi fa infatti l’uscita di due brani, Il bisonte e Stai qua, che avevano predetto il buon gusto delle parole accordate a una selezione di combinazioni armoniche, quelle che nel complesso fanno di questo album uno dei più riusciti lavori del genere musicale.

«Tempo fa mi è capitato di guardare un documentario – spiega il cantautore originario di Monopoli – nel quale si mostrava una mandria di bisonti che, seguendo senza senso apparente il bisonte capo attaccato da un predatore, come in uno stormo in formazione, finiva per intero nel dirupo di un canyon. La drammaticità di quel tuffo collettivo e la sua devozione totalizzante mi sconvolgono ancora oggi. Ho poi approfondito la lettura di un saggio sui bisonti americani. Questi animali sono capaci di grandi solitudini e al contempo di un acuto senso della protezione. Non importa a quale costo».
Con Il Bisonte l’ex frontman della band Iohosemprevoglia, già sul podio del 62° Festival di Sanremo, nella sezione Nuove Proposte, autore e produttore, compie un passaggio che incastra in musica due modi di vivere, l’uno speculare all’altro: vedendosi dentro e vedendo gli altri, in un senso di premura continuamente riflettente.
Dieci stazioni di servizio in cui sostare mediamente per quattro aperti minuti, stando fermi, mentre la musica intorno scorre. Stai qua è il primo passaggio obbligato di una vita all’interno di un amore tossico evaporato, La leggerezza, primaverile e all’apparenza goliardica, ma nella sostanza un atto di cruda sopravvivenza, uno spazio che non tira somme e non ti fa i conti in tasca perché proprio lì – è doveroso ammetterlo – tutto è più chiaro. Il bisonte, brano che dà titolo all’intero lavoro è grinta e, allo stesso tempo, lucida filosofia.

E invece no è il racconto di un un sogno interrotto, del risveglio, di un sole che nasce e che, al contrario di quanto dovrebbe fare naturalmente, non dà luce nascondendo l’amore, Lalalà, sensitiva e indolente, una chiacchierata tra amici, dove l’innocenza è un paradosso.
Aria, rock e high pop dalle equivalenze asintotiche; Canta quando bruci, un invito a viversi con dignità, una richiesta d’aiuto per comprendere dove il pensiero fugge; Niente più, drammaticamente sensazionale, una delle più luminose perle di questo colier.
Non sono io sono le cose, bellissima, all’avanguardia e, dunque, prematura, intensa e decisa, un segno indelebile di splendido e amaro cantautorato, perché in fondo è proprio così: quando andiamo via, siamo le cose che lasciamo, una caffettiera o il posacenere. Infine Cammino, ultima tappa da vivere insieme a Nacci e al suo Bisonte, calorosa, romantica, essenziale come quando canta – e noi con lui – sto bene solo ma cerco sempre qualcuno.
Tra le influenze più belle e sincere di questo lavoro ci sono senz’altro gli Alunni del Sole, i loro testi poetici, la modestia dell’essere i migliori senza alcuna ostentazione. Lo abbiamo ascoltato e amato, Il Bisonte di Vittorio Nacci. Per comprendere e capovolgere ancora quel paradosso originario che ci rende sempre soli pur vivendo insieme.