Con Passione alla Vita dei TocaTango

di Angela Maria Spina

Mi sono imbattuta, per pura e fortuita circostanza, nei TocaTango: un talentuoso duo formato dal cantante e chitarrista di origini argentine Christian Gaudenti, impegnato anche con il cajón, tipica percussione del Sud America, e dal fisarmonicista Camillo Maffia, molto abile anche con il bandoneón, strumento simbolo del tango.

Ed ecco risvegliarsi un’antica melodia intensa e appassionata: “Mamita mia”, fatica musicale di questo specialissimo duo, impegnato in un’elegantissima e suggestiva esecuzione dalle perfette aderenze tanguere.

Vera rivelazione, i due appassionati interpreti di ascendenze argentine dimostrano una ricca capacità interpretativa che dà corpo alla pura e intensa musicalità tanguera. Essi attingono a molteplici culture e tradizioni, ricreando e sfumando mille tradizionali sfumature musicali. La loro sapiente esecuzione interpretativa è innestata su una brillante base d’incontro che fa dialogare passato e presente, riuscendo a fondersi persino con le profondità mediterranee.

In questo lavoro si trova tutta la dualità delle parti del tango, che è sicuramente interazione, ma anche l’autonomia brillante degli interpreti. Nessuno sovrasta l’altro e non tradisce le assonanze di tanti intensi elementi evocativi, ricreati con sapiente abilità, tutti armonizzati nella reciprocità, dove ha spazio la suggestione e la mirabile creatività armonica ad effetto.

Ci sono poi tutti gli articolati colori del tango: dalla milonga al tango vals, al tango “tradicional” e “nuevo”. Come filo conduttore di questo duo c’è l’Argentina profonda, nata musicalmente dalla fusione di emigrati di tre continenti: l’America, l’Africa e l’Europa, dove nella musica il ballo si universalizza.

Il duo si caratterizza per i brani cantati in lingua spagnola tipica – il castellano porteño – insieme all’utilizzo del bandoneón e alla versatilità del repertorio proposto. Nel prezioso lavoro discografico “Mamita mia” riluce come un cameo dall’intensa forza evocativa musicale.

Dall’ascolto di “Mamita mia” è possibile cogliere le umane passioni, le vivide emozioni e i sentimenti, fatti di intensa malinconia appena sottolineata da un sorriso di disprezzo, dall’odio, dall’amicizia, dall’amore e dalla tragedia dell’umano soffrire e sentire. Riaffiora come un eterno tormento l’ansia di ieri, la stessa di oggi, in quel rimpianto del passato “cristallizzato” che non torna mai indietro, ma che rappresenta essenzialmente il dramma delle cose perdute per sempre.

La scrittrice argentina Rosalba Campra ha detto che «il tango trova nel fallimento umano la sua stazione di eccellenza, poiché il tema maggiore del tango è la sua desolata constatazione della perdita che percorre tutta la tradizione poetica occidentale».

E ciò accade quando l’incontro con questo “pensiero triste che si balla” – come diceva Enrique Santos, discepolo del più grande poeta del tango e paroliere delle canzoni di Carlos Gardel, leggendario e geniale interprete della canzone tango argentina – entra talmente nella vita di chi lo ama fino al punto da condividerne tutti i temi e sentirlo come un vero e proprio modo di vivere.

Il tango è una filosofia che impone di rispettare la propria identità e quella della condizione generale dell’esistenza umana: movenze tragiche, facce truci, apparentemente rassegnate al destino di emarginati, sempre in lotta con la vita, che solo le melodie di quella musica possono lenire almeno in parte, nei sospiri, nei dolori, nelle ataviche umane sofferenze di ieri come di oggi, comprese quelle di immigrati in cerca di una patria, lontani dalla propria terra e dalla propria famiglia.

Suonando e muovendosi, si interpretano noi stessi e lo stato d’animo della condizione umana e sociale; quella degli stessi immigrati, in larga parte italiani (anche calabresi) che si sono resi protagonisti dell’El Dorado (Argentina), sognato solo per pochi; unitamente a quella di tutti coloro che di necessità presero la via dell’emigrazione, pur di non accontentarsi di una vita grama e piena di sacrifici, per resistere alla sopravvivenza.

Jorge Luis Borges definì il tango il “ballo della memoria”, in quanto: “Il tango crea un torbido passato irreale che in qualche modo è vero, un ricordo impossibile di essere morto duellando in un incrocio di sobborgo”.

Per il suo intenso potere evocativo, il tango è stato e forse continua ad essere ancora il figlio del pueblo, sempre in lotta con un destino avverso, dalle cui sofferenze e delusioni non si può mai sfuggire. È forse per questa ragione che non risponde a rigidi registri e a copioni, ma è per lo più sapiente e perenne improvvisazione, anche alla vita.

Il tango è rabdomantica narrazione, nata dal profondo degli stati d’animo, dall’approccio e dalla relazione. È sinuosa comunicazione, che si esprime come linguaggio dell’orecchio assoluto, ma anche come flessuoso linguaggio del corpo: capace di stimolare i sentimenti, trasformando in immagine e figura movenze, intrecci di corpi, abbracci, sguardi, carezze, ribellione e soprattutto passioni, dando luogo a una miriade di sensazioni mai codificate.

È vero, come è stato detto, che il tango si alimenta di tristezza. I poeti ci insegnano che in ogni felicità c’è, per definizione, il sentimento effimero dell’amore con la sua illusoria e beffarda certezza che la passione amorosa regna incontrastata ed assoluta nel muovere uomini, donne, e forse il mondo.

Dall’incontro che trascende vivono le passioni e, al tempo stesso, il dramma di mille solitudini, rappresentate e rappresentabili. Anche il dolore che il tango rappresenta ed interpreta è talmente profondo e intenso, sublimato, che necessita di una trasmutazione valoriale: da pena assoluta, diventa “compañero de tristeza” riuscendo così ad alimentare poesia, cultura e vita.

Per comprendere e amare il tango bisogna nutrirsi di filosofia, poesia, musica, letteratura, cinema, pittura, danza e Arte: perché tutte queste cose sono elementi prolifici che convivono insieme nella vita e nella storia. Nutrono prima lo spirito e solo un attimo dopo il corpo, rendendoci ibridi comparse sulla scena della vita, caleidoscopiche maschere in un eterno ritorno destinato a rigenerarsi nell’assoluto potere della vita, che si oppone sempre alla morte.

Uno dei geni assoluti della cultura del tango è stato Carlos Gardel, che cantava alla maniera creola con parole insanguinate e al netto di una gran dose di popolarità. Fu lui che trasformò e rifondò il senso profondo del tango, in scene drammatiche a tinte fosche, che tanto ancora ci emozionano. Un rivoluzionario e ribelle che seppe realizzare un considerevole processo di trasformazione poetico-musicale, in senso decisamente drammatico.

Allora come oggi, raccontando storie tristi e intense, si dilata la chiave interpretativa della condizione umana, soppesata tra felicità e infelicità, e simbolico specchio esistenziale. Questo offre modo a un indefinito e insicuro individuo, somigliante a un Giano bifronte, di essere assunto a metafora e parabola esistenziale universale, nel quale riconoscersi nell’intensità delle proprie passioni, vissute e sofferte nell’impeto degli umani slanci, magistralmente ricreate e interpretate dai TocaTango.

Riferimenti:

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