La musica non è tutta uguale. E per fortuna non tutta pretende di insegnare qualcosa. C’è musica che è fatta per innalzare il corpo a uno scalino superiore, renderlo più etereo, semplicemente musica da ascoltare. Almeno una volta. Che rende facili.
La musica di PUAH è un’occasione non sprecata. Il nome di questo fantasioso artista, già conosciuto come Alessandro Pagani, un tempo colonna portante dei mitici Valvola, ha intrapreso un viaggio solista che sfugge alle regole e alle convenzioni, sebbene s’inserisca alla perfezione in quel palcoscenico vagante e sognante del genere lo-fi, che celebra la distorsione e il rumore come elementi estetici, spesso risultanti da scelte intenzionali.
Due acca hho è l’album di debutto di PUAH e sembra andare oltre la mera espressione personale perché inserisce l’essenza in un percorso ancora in fase di evoluzione che dimostra tuttavia una consapevolezza acuta sul dove vuole dirigersi.
Dieci brani, dall’incipit strumentale fino ai restanti nove capitoli di storie scollegate e sincere, comunque piegate a quella dell’uomo che le ha scritte.

È come se, attraverso questo album di pop onirico, Pagani volesse invitare l’ascoltatore a unirsi a lui in questa esplorazione, non solo della sua musica ma anche del suo essere nel mondo.
In questo lavoro PUAH non si limita a esprimere se stesso o a seguire un percorso già tracciato. Sembra piuttosto che stia tracciando una mappa per un viaggio ancora tutto da scoprire, esplorando insieme angoli inaspettati del panorama musicale e dell’animo umano.
Con una maestria che sfugge alle convenzioni e abbraccia l’esperimento, questo album è di certo espressione artistica, ma ancora di più un invito a viaggiare oltre i confini del noto con un artista che non ha paura di esplorare e di perdersi per trovare qualcosa di veramente originale.